La tolleranza non mi appartiene.
Ma l’intolleranza che si trasforma in fuga animata da nobili passioni lascia dentro l’anima un dolore roccioso. Un dolore sporco e solitario stritola l’attenzione e succhia l’energia, rigettando sorrisi spenti e guizzi di fragilissima stima pronti a sgretolarsi lentamente. Lentamente i pezzi cadono e lasciano vedere l’anima ferita dalla propria incapacità di lottare contro l’altro. Un’anima che ha combattuto per evitare il conflitto, sempre, scappando, scalciando contro muri fino a provare ammirazione per le unghie insanguinate.
Voglio prendere a pugni in faccia quelli che non tollero e lasciare che tutto il male esca, tutto il male entri. Dopo, solo dopo, potrò abbracciare me stesso e perdonarmi anche il calcio dato, la ferita provocata. Non posso perdonarmi quello che non ho fatto, non posso perdonarmi per non avere fatto niente, resterò sempre un uomo ferito.
Tirare un pugno? Mai fatto. Non ho mai alzato le mani, forse non ho neppure mai litigato. Mi sono convinto di avere sentito troppe urla da bambino, di avere visto troppe volte persone scontrarsi frontalmente, per avere voglia di farlo ancora. Ma non è così. Voglio difendere un’idea con qualcosa che non sia la noncuranza mascherata da presunzione di aver capito tutto.