Il Papa parla e tutti stanno zitti

Esiste una alternativa alla famiglia? Una struttura sociale diversa dalla famiglia, qualcosa dove non ci siano ruoli quali la madre, il padre, il figlio, il marito, la moglie socialmente definiti e predeterminati nei desideri e nei comportamenti?

Il Papa dice di no, dice che non può esistere una società sana senza la famiglia. C’è per caso qualcuno che abbia osato dire alla dolce Santità incartapecorita che potrebbe esserci una alternativa? Nessuno. Trovo così banale il papapensiero quando si ostina a sconfinare nel sociale, arrogandosi il ruolo di guida spirituale per tutti. La dolce santità, tutto sommato, fa bene a diffondere la sua visione del mondo, per me è banale, ma rispetto chi vuole credere alle sue parole; tuttavia è una tra le visioni possibili, incapace per giunta di accogliere la complessità, ridotta al rango di trasgressione, ambiguità .

Ciò che mi rattrista è che non c’è un meZzo di comunicazione che si sia posto criticamente il problema delle sue parole. La povera bianca Berlinguer rischia il posto perché ha osato sfumare il commento della dolce Santità ad un brano musicale…
La famiglia è uno dei modi in cui si può rappresentare l’unità minima di una società, è il modo più sicuro per l ‘ordine sociale e spirituale, ma non è l’unico.

Piccole distruzioni continue

Una mazza ed un colpo, alla vetrina di fronte a me, all’auto parcheggiata: solo per il desiderio di distruggere. Che parola consueta quanto nemica dell’oggi è “distruggere: ne abbiamo paura, l’abbiamo connotata in senso negativo, caricata di significati simbolici. Distruggere è cancellare, eliminare, spaccare a pezzi, svuotare, allontanare, annientare, annullare. Etimologicamente è de-struere, de-costruire, l’opposto di costruire che è lodato e ricercato: costruire una casa, costruirsi una carriera, costruire un gioco, costruire una relazione, costruire una società. Costruire è un pò mettere insieme alcune cose per arrivare ad un’altra cosa finale. Solo per questo è buona cosa? Perché avere un fine è buona cosa? Perché senza fine non si può stare?

Distruggere è separare gli elementi messi insieme e annullare la cosa. Oggi abbiamo più bisogno di distruggere, che di costruire. Distruggere non ha un fine, distruggere è liberare spazio, mentale e fisico. Creare vuoto: quanta paura fa il vuoto? Occorre subito riempirlo, ci hanno insegnato, perché non riusciamo a stare dentro il vuoto. Se distruggiamo un palazzo, lo riempiamo con un altro o se si affaccia la coscienza ecologica, con un parco, se si affaccia quella sociale, con un luogo di ritrovo. Piccole distruzioni, continue…portano libertà che è la capacità di muoversi nel vuoto, senza vedersi riflessi in nulla. E’ difficile, ma li capisco, i distruttori arrabbiati.

Famiglia, Impresa e Chiesa

Lo tollero, questo Governo, ma preferivo la faccia della Carfagna e non perché fosse bella, ma perché occorre rischiare, osare e non rifugiarsi nelle certezze, anche nella scelta dei Ministri.

Tutti professionisti, celebratissimi (da chi poi? Da quelle stesse famiglie di imprenditori professionisti leccapiedi eccetera eccetera…) apprezzatissimi (dalla stessa cultura produttivista di cui sopra) ma lontani, lontani dalla società reale, quella che è diventata oggi e non quella che è rimasta nelle teste di questi oversettanta della buona società. La società fatta di contraddizioni, che non sempre e non necessariamente si devono risolvere o nascondere con il sapere, la conoscenza e la competenza, quella società ridotta a lustrini e squinzie, che ci si illude di spazzare via con il buon esempio dei completi grigio fumo e del triplo giro di perle.

Siano Banchieri o Professori, siano Supermanager d’Europa o Prefetti d’acciaio sono sempre simbolo dell’ordine e del risultato a tutti costi.
Siamo un popolo di falliti, che adesso accetta di affidare il proprio destino nelle mani dei titolati, siamo un popolo di falliti con il complesso dell’ignoranza perenne che si affida al Pronto sempre più Pronto soccorso dei matusalemme pensionati di gran cervello.

Non c’è nessun buonsenso in tutto ciò, perché ci siamo fatti fregare come sempre il nostro diritto, quello di chiedere un rendiconto dell’operato ai politici che ci hanno governato e quello di scegliere in base ad una informazione corretta e completa.

In fretta ci hanno detto…scusate, c’è la crisi, abbiamo fatto tutti un gran casino, adesso passiamo la palla in mano a questi signori dotati dei superpoteri, intanto noi ci organizziamo e ci vediamo alle elezioni tra un pò, così anche gli uomini dei superpoteri provano un pò l’ebbrezza e poi tornano a giocare a burraco, mentre noi torniamo – TUTTI – a prendervi di nuovo per i fondelli.

Spero nella legalità

Mi dispiace un pò che Silvio Berlusconi termini così il suo mandato, non lo merita. Quasi malmenato, non solo metaforicamente, da un popolo di pecoroni la cui massima aspirazione è fare ciao con il telefonino in mano, agitandosi dietro le telecamere dei telegiornali, salvo poi intonare cori da stadio e salti da scimmia al passaggio del Presidente del Consiglio. Cos’era? Un dittatore, forse? Ricordiamoci che è stato eletto da cittadini italiani, che, per quanto privi di senso critico, restano sempre cittadini italiani, con una dignità e motivazioni da rispettare. Comprendo una certa soddisfazione nel vedere allontananrsi un avversario politico, ma mi duole vedere manifestazioni di giubilo miste a finti pianti, neanche fossimo stati prigionieri di guerra. Un po’ di realismo non guasta.

Primo: l’Italia di Berlusconi, la cultura di Berlusconi e dei suoi scudieri e avversari di bassa lega, resta, purtroppo resta ed è tanto disseminata che neppure nei prossimi dieci anni sarà possibile restaurare un barlume di giustizia ed eticità.
Secondo: la stessa cultura, fatta di personalismo e mancanza di senso di responsabilità, illegalità e superficialità, contraddistingue oggi tutte le forze politiche, più interessate al mantenimento dello status quo che al cambiamento. Più ancora la stessa cultura informa di sé le singole persone, le aziende, gli ospedali, la scuola.
Terzo: sono tutti vecchi, stramaledettamente vecchi, questi politici o tecnici che siano, questi professori o capi d’azienda, questi megamanager, ministri e generali. Resta molto forte il pregiudizio Vecchiaia = Saggezza e competenza.

Spero nella legalità, d’ora in poi. E Spero in un risveglio di cattiveria verso i vecchi papponi, in un nipote che dica al nonno o allo zio: taci tu, che racconti solo palle e cerchi sempre di farla franca, che cerchi di dirmi che in fondo in fondo è tutto questione di opinioni.
Mi accontento della piccola legalità, spero che le persone si incazzino di fronte alle cose scorrette e che alzino la voce, in ogni ambiente, sul lavoro, a scuola, negli uffici pubblici, a casa: ciascuno nel suo piccolo, per far capire che una cosa FALSA è FALSA e STOP, che un ponte è pericolante e STOP, che un raccomandato è una persona da rimuovere e STOP, senza ma, senza forse, che dichiarare il falso per truffare lo stato è un crimine e STOP, che non pagare i debiti è meschino e STOP. Non ci interessano più le opinioni, perché su alcuni argomenti non ci devono essere opinioni, non ci interessano più gli affabulatori qualunquisti, non vogliamo più sentire due persone che affermano contemporaneamwente due verità opposte sostenendo che entrambe sono vere. Persone di questo tipo devono essere dichiarate inabili alla cittadinanza, delinquenti, presi in gruppo e mandati via dall’Italia a predicare altrove le belezze della democrazia verosimile.
Spero nella legalità, spero che tutti pretendano, d’ora in poi, la verità.

Chi non compra e chi si indigna

L’arma è nelle nostre mani, ma è più facile fare la passeggiata per le vie del centro con una bandiera in mano e l’Iphone nell’altra che riprende, che attaccare veramente questa società che tanto indigna.

Cosa succederebbe se non chiedessimo più prestiti alle banche, se non acquistassimo più beni superflui, se non usassimo più l’auto tutti i giorni, se non telefonassimo più per dire quante volte l’abbiamo fatto, se non guardassimo più la tv? Crollo, ma non il nostro. Non voglio fare l’apologia dei bei tempi andati, perché i tempi andati sono senza dubbio stati peggiori di oggi, quanto ai “mezzi” a disposizione per “fare”. Oggi però sono i “fini” a mancare e senza andare neppure tanto lontano a cercare tra sedicenti politici o industriali che un fine macrospcopico l’avevano e l’hanno oggi sempre più chiaro, mancano invece i desideri di vivere consapevolmente, desideri di noi tutti, desideri stravolti, annegati, annebbiati.

Chi si indigna in piazza, chi si inerpica per passeggiare in val di Susa, oggi è pasto succulento per i media, chi si indigna produce soldi per altri, chi si indigna è pane per chi finge di preoccuparsi delle sorti del paese.

Ci vuole violenza, violenza, violenza, ma violenza che non distrugga per il solo scopo di dimostrare, ci vuole violenza che distrugga per annientare, abbattere qualcosa di molto più grande di una vetrina di una banca. La banca stessa, l’idea di una vita in prestito. La violenza più grande di cui siamo capaci è smettere di comprare senza bisogno, ricominciare a percepirsi come uomini e donne: ridimensionare la nostra voglia di consumare fa più male che un milione di persone in piazza, che magari per raggiungere quella piazza hanno percorso chilometri e inquinato.

Non si può uscireda questo mondo di consumo, né è bello criticarlo e basta, ma ridimensionarlo nelle pretese di controllo delle vite si deve: solo così riusciremmo a fare paura, molta paura, più di cento bandiere rosse gialle e arcobaleno, scegliamo la strada della violenza, ma senza rivolgerla verso altri uomini.

La cura e la gioia

Gli dico arrivederci o forse ciao, ma gli dico soprattutto grazie.

Lo dico a lui, a questo blog che non esiste, che non c’è, che c’è solo nella virtualità delle sue pagine. Se domani ci alzassimo e scomparisse internet, scomparirebbe pure lui. Puff…scomparso, perché non è mai esistito, non ho copie stampate o salvate da qualche parte.

Ma è finita, il blog ha esaurito la sua missione, mi ha permesso di coltivarmi e scoprirmi, oggi mi sento di nuovo intero, con le mie debolezze, paure, gioie, pieno di forza, con il mio ieri dentro l’oggi, custodito, alla faccia del godimento dell’attimo presente. Mi sono riappropriato del mio passato e adesso sta qui con me per accompagnarmi in questo mondo complesso, dove semplicemente si può vivere.

Ciao blog, dimenticami.

La testa

Quando mi avvicino a te ed appoggio la mia testa sulla tua, tutto questo mondo storto che mi ronza dentro dolcemente scompare e lì capisco che ti amo. No, non lo capisco, semplicemente ti amo. Io che te lo chiedo spesso, quando sto male: vienimi vicino con la testa, così sento il tuo calore e tutto il brutto va via.

Credo che l’amore sia questo, non mi importa del resto.

La vita passa attraverso le nostre teste, entra ed esce, ripulita dall’amore. Una volta ci siamo addormentati ed abbiamo sognato insieme, poi ci siamo svegliati e non abbiamo parlato più. Non ci siamo detti nulla di quell’altro mondo dove eravamo finiti in sogno, abbiamo solo aperto gli occhi e sorriso.

Verrà, Lei, quando sarà il momento, ma sapremo di avere vissuto insieme l’amore, solo quello. E sarà abbastanza.

Carlo Erba a Milano, per stare insieme.

Abito da queste parti a Milano, vicino alla Torre Carlo Erba, che poi altro non è se non la ciminiera di una fabbrica – la Carlo Erba appunto – oggi sostituita da palazzi ultramoderni per uffici inesistenti.

Lei, la Torre, è rimasta lì, simbolo di anni passati, quando questa parte di Milano, tra Maciachini e la Bovisa, era la zona operaia, di fabbriche e trattorie, di fumi e tute blu, di tram e campagne abbandonate. Adesso questi edifici tutti specchi e luci sono vuoti per buona parte: c’è la Zurich, ci sono la Montblanc, la Universal Music, la Sorin, la Levis, un paio di bar carini, ma c’è ancora moltissimo spazio non utilizzato.

Da qualche settimana qui è arrivata la vita: è gioia pura sotto la Torre. Non c’è traccia di disordine, solo ragazzi stranieri extracomunitari, ragazzi e ragazze che hanno deciso di bivaccare lì, sotto la pioggia, con i loro sacchi a pelo, qualche tenda. Così, nel mezzo della città, tra macchine che vanno e vengono lungo la via Imbonati e luci multicolor dei palazzoni nuovi disabitati ma sempre illuminati, stanno queste persone. Rivolgono gli occhi al cielo, alla cima della Torre, dove sono arroccati altri ragazzi extracomunitari, saliti lassù per protestare contro la burocrazia nella quale sono incastrate le domande di regolarizzazione di milioni di stranieri. Sotto la Torre c’è vita, ci sono sedie sparse e ragazzi con la chitarra, ci sono improvvisazioni teatrali e crepes fatte sul momento da una mamy nigeriana. Sotto la Torre ci sono persone che parlano e discutono di diritti, di doveri, di lavoro. Non ho visto sigle politiche, solo tanta serietà e consapevolezza.

Mi sono fermato, incantato.

Noi non siamo più capaci di riunirci, se non per protestare contro Berlusconi. Non siamo più capaci di riunirci, se non siamo sicuri che tutte le tv, opportunamente preallertate siano lì a riprenderci e i giornali a scrivere di noi. E poi a discutere sui numeri dei partecipanti, per giorni e giorni, con accuse e rivendicazioni. Il vicesindaco di Milano ha decretato che quello che sta accadendo al Carlo Erba è un fallimento perché i partecipanti sono solo lo 0,1% degli stranieri a Milano…Quanta tristezza, Vicesindaco, nelle sue parole. Perché non risponde veramente alla domanda cruciale di quelle persone: perché le domande del 2007 sono ancora ferme in Questura? Lei dice che gli italiani delle case intorno sono stufi e arrabbiati. Sono così tanto disturbati dalla musica e dalle parole di questi ragazzi? Disturbati perché non riescono a seguire le vicende di Maria de Filippi al sabato in TV o perché non riescono a vedere una prima su Sky? Magari questi italiani scendessero in strada! Anzi, io che passo di lì tutti i giorni, vedo sempre più italiani mescolarsi tra questi ragazzi e non sono gli italiani con la bandiera della CGIL sulle spalle e le Hogan da 300 euro ai piedi. Sono gli altri Italiani, magari figli o nipoti di quegli operai che qui sono nati.

Alla Torre Carlo Erba c’è traccia di vita, di complessità. Non dobbiamo sentirci dire di cosa siamo stufi perché lo sappiamo bene di cosa siamo stufi: dei tombini perennemente intasati, di prendersi delle lavate colossali dalle auto che passano perché qualche stronzo non fa pulire i tombini e le strade si allagano anche se piscia un bambino. Non siamo stufi di vita, ma di cacca che esce dalle bocche e non riesce neppure a finire nelle fogne.

I miei blog e cosa sono stati per me e i festeggiamenti i lettori le risposte

Il primo post: scritto in ufficio ovviamente, nel maggio 2006 per non dare un pugno in faccia al mio dirimpettaio. Si intitolava… Ma come si fa a spendere 600 euro per un cellulare. Fu un modo per dare sfogo all’energia che stava scoppiando dentro di me. Avevo un mondo dentro di me, fatto di rabbia ma anche di forza e gioco. Doveva uscire in qualche modo, altrimenti sarei scoppiato. Sono passati più di 4 anni, se sommo le visite di quel blog che era http://chimirimane.blog.lastampa.it
e quelle di questo arriviamo a circa sessantamila….sessantamila arrivi qui. Togliamo pure almeno diecimila (troppe?) che saranno mie. Ne restano cinquantamila, che non sono cinquantamila persone ovviamente, magari sono molte meno, ma le pagine cliccate e secondo me lette sono sempre cinquantamila. I commenti sono circa 800, i post circa 300. In questi giorni sto avendo delle impennate a causa di gabriel garko, poi il pssing va di nuovo forte…l’ingoio. Mi dispiace un pò che questi post siano sempre in testa, chiaramente ci arrivano dai motori di ricerca, io ho anche scritto altro meno maiale. Pazienza…

Quando il blog era sulle pagine della Stampa era una cosa intrigantissima: ti rispondevano molti blogger, molti lettori del giornale on line, persone che avevano proprio voglia di parlare, di esprimere idee, criticare, argomentare. Ora invece secondo me non facciamo altro che farci delle schizzatine di pipì l’uno sul blog dell’altro, così, tanto per farci sapere e far sapere che esistiamo. Mi piacerebbe cambiare rotta: ci penserò. Perché il primo cambiamento deve arrivare da me. Certo che fino a che scrivo cazzate divertenti…si i lettori ci sono, ma magari leggono, schizzano e vanno, come faccio anche io, d’altronde.

Ci penserò.

La cacciata dal paradiso

Berlusconi caccia Fini: i giornali hanno il gusto della tragedia biblica, per giustificare l’ultimo grido di dolore della loro esistenza. Ma non sono solo i giornali di carta, anche quelli virtuali hanno il gusto dell’esagerazione, della drammatizzazione, della creazione dell’evento prima ancora della comprensione del fatto.

E allora il lettore immagina le urla del dott. Berlusconi, che tutto rosso in viso sbraita contro il cattivo o incompreso Fini: Vattene, farabutto, hai finito di mettermi i bastoni tra le ruote e in quel momento parte una coltellata allo stomaco. Fini si appoggia con una mano al muro, con l’altra si tiene la ferita, sta crollando ma ha tempo per rispondere ma non finisce qui, come disse Veronica quando Silvio cercava di capire l’estratto conto delle spese della moglie in vacanza a casa di Veltroni.

Ma questo mr Berlusconi è un pò come Dio per i giornali? Soprattutto per quelli di sinistra, quelli che sbaniderano obiettività loro e censura governativa? Quelli che dovrebbero rinnovare il linguaggio, guidare la società meno ottusa, secondo loro, verso i lidi della comprensione e invece inneggiano a…Elezioni. Sempre questa parola in bocca, elezioni, elezioni, elezioni, si deve andare a votare, facendo eco a quella bocca ristretta a culo di gallina del rappresentante dela sinistra Italiana che di rinnovamento può parlare solo per la marca di sigari che fuma.

Mi insegna la nonna che la migliore arma per vincere l’avversario è ignorarlo: che l’avversario non sia lui, il mastro Berlusconi, ma la voglia di una società nuova? Con una classe politica giovane, attenta alla salvaguardia dell’ambiente, attenta alla formazione del cittadino, veloce nella gestione dei problemi, sensibile ai diritti umani…