Arrivederci Bulgaria


Scaricati da un taxi al centro di un villaggio zingaro nel sud della Bulgaria, zaino in spalla e cuore in gola, abbiamo iniziato a camminare. Ci guardavano ed i loro sguardi erano sempre più caldi, qualcuno accennava ad un sorriso, qualcun’altro pronunciava parole per noi incomprensibili. Cercavamo il mare, e doveva essere lì, ma non si vedeva. C’erano solo case semicostruite, fiori e piante, colori di abiti forti e nero, tanto nero, tutt’intorno, il nero, dei capelli delle donne che aspettavano sedute davanti agli usci. La strada si allontanava dal gruppo di case, diventava una strada sterrata. –

– Scusi dove si va per il mare? Chiedo ad una ragazza, forse la prima turista o comunque una che non mi sembrava una zingara, perché allora mai avrei chiesto ad una zingara. –

– Avanti, mi risponde in inglese.

Avanti andavamo e incrociavamo un carretto, guidato da un uomo nero, cioè sempre uno di quelli con la pelle più scura, un misto di grigio delle guance, barba nera, marrone scuro delle labbra, con qualche bagliore di fierezza sprizzante dagli occhi. Gli asini con sopra molti sacchi neri e da un sacco spuntava la carta di una torta gelato… e si apriva alla vista un baia, e poi un’altra e distese di campi gialli che arrivavano fino al mare e boschi piegati dal vento e inclinati al punto che non ti rendevi conto che erano alberi ma pensavi fossero cespugli.

Qui vorrei tornare per sentirmi davvero "altrove".

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