Stronggrond che guarda giocare a calcio


L’ultimo a essere scelto, quello che nessuno vuole in squadra, sono io! Ma io in realtà avrei solo voluto stare seduto a guardare.

Quella palla maledetta, sempre in mezzo ai piedi a rovinare i pomeriggi di una strada di periferia, l’avrei bucata. Gli altri bambini impazzivano di fronte al pallone e se mancava il pallone ne construivano uno con la carta e il nastro adesivo. Poi si facevano le squadre ed io che cercavo di non farmi vedere, di fingermi impegnato ad allacciare le scarpe o a cercare una cosa in tasca.

Le bambine erano ancora più perfide perché se gironzolavo intorno a loro non mancavano mai di urlettare: ma vai con i maschi, non vedi che stanno giocando a pallone…! Se andavo dai maschi, questi mi vedevano come il male necessario: il bambino tutto sommato buono, tutto sommato simpatico, il bambino che qualcuno deve pur prenderselo in squadra.

Sviluppavo allora, non se a causa di ciò o per un’inversa reazione a catena, un forte senso di non appartenenza. Ero così, non volevo essere nel gruppo, ma essere per me. Se poi il gruppo era anche un appassionato circolo di bambini calciatori urlanti, sudati e puzzolenti, allora il mio disagio era tutto. Disagio, perché avevo paura di essere così doppiamente diverso.

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