Licenziato perché troppo bello


Non sono io quello licenziato, ma sono io quello che lo ha licenziato, mio malgrado. Accade anche che un angelo cada distrattamente dentro un’azienda, portando scompiglio, tra uomini e donne e che per il bene comune si decida di liberarsi della troppa bellezza.

Lui ha 25 anni, una pelle olivastra morbida e calda, capelli castano chiaro e occhi verdi, un collo da baciare, le mani da accarezzare. Quando cammina balla – cito i nuovi angeli, non a caso e non so quanti si ricordano la canzone… – e i suoi muscoli posteriori sembrano parlarti da dentro i pantaloni. D’estate il capezzolo gonfia la polo poco aderente, un pò aperta sul davanti lascia vedere pochi peli biondi. Lo chiami, ti guarda e sorride e quelle labbra bastano per farti dire si a qualunque richiesta.

Questo è troppo: con lui dici sempre si, con lui tutti in azienda dicevano sempre si, uomini e donne. Alla faccia delle policy. Processioni di ammiratrici sfacciate e ammiratori velati iniziavano la mattina nel suo ufficio, anche solo per godere del suo modo di salutare, assembramenti alla macchina del caffè, litigi in mensa per accapararsi il posto vicino a lui erano diventati imbarazzanti.

E lui si è ritrovato a casa, senza contratto. Io l’avrei anche tenuto, anzi mi sarei spaccato in quattro pur di godere del suo buongiorno la mattina – lavorava con me – ma anche io ho dovuto assecondare il volere di sua maestà il mio re supremo, nonché mega presidente inutile che ci domina e mal tollera la luce naturale della bellezza, preferendo circondarsi di grigiore illuminato dalla lampada.

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