Il carcere flessibile e il criminale inventore


Un sbarra si alza, entra un’auto, entra un’altra auto. Più avanti un pullman lascia scendere una ventina di persone, tutt’intorno è verde di prati curati, qualche rosa, ortensie in una mattina d’agosto alle 8.30.

E’ un centro direzionale, così lo chiamano quell’insieme di cemento e alberi – pochi -che ospita per un numero imprecisato di ore al giorno le vite di molti uomini liberi, cioè in libertà vigilata. Allora mi torna alla mente quando ero in servizio alla stazione Carabinieri di Torino Mirafiori, dove al mattino e alla sera venivano a firmare i peggiori delinquenti. Quelli si, erano uomini liberi: era sufficiente che mettessero la loro firma su un foglio al mattino e poi potevano fare tutto quello che volevano per tutto il giorno. La sera tornavano e firmavano ancora il loro esserci, con lo sguardo divertito per la giornata trascorsa magari al bar o a giocare a bocce.

Nel centro direzionale no, non basta firmare al mattino il proprio arrivo e la sera la partenza: c’è tutto un giorno nel mezzo, che viene consumato secondo regole che hai scelto di seguire. Per non perderti, hai scelto di seguire le regole del buon lavoro quotidiano, perché perdersi è consentito solo ha chi ha già scoperto di non avere più centro e ha accettato il nomadismo delle proprie identità: un criminale, un uomo che inventa la vita e la distrugge.

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3 Pensieri su &Idquo;Il carcere flessibile e il criminale inventore

  1. eh sì, tutti in carcere o quasi. ma non è solo il lavoro; sono le nostre credenze, le nostre abitudini, le nostre scelte irremovibili, i nostri pensieri limitanti, i nostri giudizi. tutti lucchetti alla nostra libertà. ma libertà di cosa? forse di sperimentare la paura di sentirsi persi, senza controllo nell’infinito fluire della vita o addirittura senza più una identità. abbiamo il coraggio di affrontare una simile esperienza? ne vale la pena? per alcuni certamente sì, ma per altri per fortuna esistono le carceri! 😉

    • Colto nel segno, senza più una identità!Questa è una prospettiva molto interessante: aggiungo che l’annullamento dell’identità non esclude la conservazione del proprio io che però potrebbe vivere solo nella sua dimensione interpretativa, diventando sempre più capace di leggere il mondo e sfruttarne le positive ambiguità. Ma quanto pericolosa è questa strada?! Ci vuole coraggio, ma anche esercizio.
      Ciascuno si mette le catene che vuole, purtroppo talvolta senza neppure accorgersene. Non è tanto il lavoro in sé l’aspetto vincolante della vita, perché il lavoro potrebbe anche essere strumento di crescita. Non lo è più in molti casi oggi, non lo è più ogni volta che vedo assopirsi la capacità creatrice (che non è solo propria dell’artista, ma di chi crea valore non monetizzaabile in generale) dell’uomo. Benvenuto nel Blog Riccirich

  2. Io penso non ci si possa liberare dalla nostra identità, perché non dipende da noi ma dagli altri: sono loro a darcela, usando le parole che ci incantano (incatenano?) a un particolare momento e situazione.
    Penso sia bello poter trovare un rinnovato rapporto con la nostra identità (esteriore e mondana), alla fine molto simile a quello che si ha con una simpatica e vecchia maschera a cui siamo affezionati.
    Dopotutto perché volergli male? Perché discioglierla, disprezzarla o farla a pezzi? E’ necessaria; è utile; e non può starci simpatica?
    E’ come se a un certo punto ognuno di noi debba rispondere del cucciolo di dio che vuole diventare..

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