Una mano ed un braccio


Infilati in un culo, non li avevo mai visti prima d’ora, dal vivo, a due metri di distanza da me, reso consapevole solo da quel soave odore di merda diffuso. Che scultura, l’avambraccio è tutto dentro, è come se quell’anno se lo fosse inghiottito e, avido, non lo lasciasse più uscire: non si capisce chi è padrone di chi, chi è il master e chi è il masterizzato. Intorno materassi rossi di finta pelle, pezzi di carta bianca e schizzi di sperma secco, fumo di sigaretta e golosi rumori di ingoi improvvisati, seguiti da sputi e corse per rimediare, laddove si vuole, laddove non si soffoca. Qui tutto è permesso, ma proprio tutto, tutto tutto. E’ permesso farlo senza preservativo, è permesso passare da un culo all’altro, è permesso farsi pisciare in faccia, è permesso picchiare, è permesso gridare, è permesso baciare, spaccare, tagliare.

Lasciate tutto, voi che entrate. Lasciate tutto in un sacco nero dell’immondizia, tutto vi verrà restituito al vostro ritorno, se tornate. Vi scrivono un numero sulla spalla, con un pennarello, è il vostro numero, vi serve solo per recuperare il sacco con la vostra roba, ve lo scrivono perché dirvelo non servirebbe, ve lo dimentichereste. Dottori, Ingegneri, Geometri, Operai, Medici, Attori, Contabili, Presidenti, Idraulici, Scienziati, Cannonieri, Tennisti, Camerieri, Scrittori, Infermieri, Autisti, Doppiatori e Giostrai. Adesso siete solo quel numero sulla spalla: potete fare tutto, siete solo quel numero, potete non fare niente, solo un numero, ma non per gli altri, siete un numero per voi stessi.

Erezione metropolitana milanese


I piedi, benedetti piedi, quelli mi hanno stregato: seduto in metropolitana leggo e sono colpito dai piedi dell’uomo seduto di fronte a me. Piedi curati, grossi, pianta larga, venosi, infilati in un paio di infradito nere. Si lo so, siamo a giugno, di solito le infradito a Milano mi fanno un po’ schifo, soprattutto vederle alle 8 del mattino in metropolitana. Ma queste no, tutt’altro. Il collo del del piede lascia intravvedere la peluria biondo scuro, su pelle già abbronzata. Il jeans è lungo e scolorito, la maglietta rossa a maniche corte: tutto il resto è pelle, corpo scoperto, braccia, collo, mani, labbra, occhi. Sorriso, si perché quest’uomo, questo ragazzo metropolitano delle otto del mattino, mi sta sorridendo mentre lo guardo, mentre lo mangio e lo sento già dentro la mia bocca.

Pensiero cattivo mio: si va bene, è una marchetta, rimettiamoci a leggere.

Pensiero qualunque mio, un pò meno cattivo: certo però che una marchetta alle 8 del mattino in metro… cosa ci fa? Ah, forse torna dal turno di notte.

Pensiero deprimente mio: si però che triste, questo mi ha scambiato per un ricco quarantenne frustrato in cerca di sesso veloce a pagamento.

I miei occhi sono fermi da circa 5 minuti sulla stessa riga del libro, sto diventando strabico nel tentativo di tenere un occhio sul libro e l’altro su di lui: mi sforzo, non riesco, alzo lo sguardo su di lui e scopro che adesso non sorride più, guarda dritto nei miei occhi ed in quel momento è come se mi spogliasse.

Ho un’erezione, ho i pantaloni dell’abito, l’erezione si vede, la copro con la borsa dell’ufficio ed anche lui ha un’erezione, ci appoggia sopra la mano. Io ho doppia erezione, tripla erezione a vedere la mano poggiata sull’erezione.

E tutt’intorno gli altri, quelle signore sfatte con la borsa di plastica e dentro la schiscetta, quelle che le vedi e capisci perché l’uomo le molla. Le donne, innocenti evasioni, non s’accorgono o forse, loro mi direbbero, fanno finta di non accorgersi. Io sento di avere già bagnato la mutanda con le prime gocce di rugiada, lui si alza e si dirige verso la porta per uscire. Avrà al massimo 30 anni, gli occhi sono grigi, visto in piedi è altto, il suo culo è molto muscoloso, il fisico è asciutto, mi guarda e con la mano fa cenno. Dice senza parlare: su andiamo, vuoi o non vuoi passare la mattinata con me a leccare la mia pelle ambrata? Ci facciamo una doccia insieme e puoi accarezzarmi, puoi succhiarmi, poi ti riempirò la bocca con il mio seme e ti piacerà ingoiarlo.

Che faccio?

Sono sceso con lui e vaffanculo al lavoro, quando mi ricapita più un’occasione così. No, non è vero, non sceso con lui, avevo già i pantaloni bagnati, troppo bagnati, appiccicati.

La cura e la gioia


Gli dico arrivederci o forse ciao, ma gli dico soprattutto grazie.

Lo dico a lui, a questo blog che non esiste, che non c’è, che c’è solo nella virtualità delle sue pagine. Se domani ci alzassimo e scomparisse internet, scomparirebbe pure lui. Puff…scomparso, perché non è mai esistito, non ho copie stampate o salvate da qualche parte.

Ma è finita, il blog ha esaurito la sua missione, mi ha permesso di coltivarmi e scoprirmi, oggi mi sento di nuovo intero, con le mie debolezze, paure, gioie, pieno di forza, con il mio ieri dentro l’oggi, custodito, alla faccia del godimento dell’attimo presente. Mi sono riappropriato del mio passato e adesso sta qui con me per accompagnarmi in questo mondo complesso, dove semplicemente si può vivere.

Ciao blog, dimenticami.

Facciamo come i cani


Che quando si incontrano si annusano, si leccano, si abbaiano, si sbranano, si amano. Invece la vita di noi anime viaggianti nelle mattine metropolitane milanesi è solo illuminata dai non toccarsi, non sfiorarsi, non sentirsi. Vorrei alzarmi in questo momento e accarezzare quel ragazzo che siede un pò più in là, magari dirgli come stai, sentire se la sua gamba è muscolosa, dirgli una zozzeria all’orecchio, infilare un dito nella sua bocca e sentire la sua saliva sulla mano. Ma non si può, non lo so il perché, ma qualcuno ha deciso che non si può, che non sta bene. Qualcuno ha deciso che palpare un altro o un’altra in metropolitana è una schifezza, che è da depravati perversi maniaci sporcaccioni. A me invece sono sempre piaciuti i palpeggiatori, quelli che osano provarci, magari anche in un modo subdolo, quando allungano la mano facendo finta di voler aprire meglio il giornale e con la mano urtano il mio pacco, poi lo fanno ancora, ogni volta che voltano pagina. A me viene duro, lo lascio venire duro, mi piace che si veda il segno sotto i jeans. Quando in piedi in mezzo alla folla tengono le mani dietro la schiena, come farebbe un militare in posizione di riposo, e le premono contro il mio pacco ed io lascio che si avventurino con le dita tra i bottoni dei jeans e che arrivino a toccare tutto.

I want to be your umbrella


Mi chiamava mi pimpolin, mi diceva moro mou, mi infilava un dito in bocca e mi toccava la lingua.

Mi prendeva il membro tra le mani e mi diceva andiamo là dietro che ti bacio

Mi guardava con gli occhi blu e mi diceva ho 44 anni, ma in realtà ne aveva solo 38.

Mi portava a cena sulle alture e mi scostava la sedia per farmi accomodare.

Mi spezzava il pane per darmene un pezzo e mi versava il vino dalla caraffa di latta blu

Mi diceva cosa leggi ma poi si voltava verso il mare e diceva andiamo a far l’amore.

Alle otto il sole non c’è già più e lui mi porta dietro un agave spezzata all’ombra di un pino marittimo solitario. Mi dice I want to be your umbrella. Poi continua a succhiare fino in fondo. Mi guarda ancora e ripete I want to be your umbrella. I want I want I want to be to be to be. Now: eccoti servito. Devi prendere tutte le gocce che cadono, non perderne neppure una. Sei o non sei la mia umbrella? No, non lasciarle cadere, fai in modo che siano le tue labbra a raccoglierle.

E che sia la volta buona che Gabriel sparisca.

Quando un libro in più fa cadere una parete


Siamo alle solite, mancano i libri in forno e poi abbiamo tappato tutti i buchi, o quasi. Apparentemente ordinati nella libreria, divisi per colore come piacciono all’uomo che ama le regine, succede che spuntino libri in mille altri posti impensabili in questa casa.

Oggi ne ho trovato uno in un vaso del terrazzo, dimenticato lì dopo una delle mie letture seminotturne: bagnato, asciufato, ribagnato, come minimo è lì da un mese. L’ho letto e finito, anzi mi ricordo di averlo finito e di essermi addormentato sognando come spesso capita di essere dentro il romanzo a fare il personaggio che manca. Poi mi sono risvegliato talmente lontano dalla realtà che mi sono alzato e sicuramente avventato su una banana, su un budino al cioccolato o su un’albicocca secca.

Ovviamente i miei libri sono una specie di copertina per me, li porto ovunque, spesso in passato mi vergognavo di leggere, da ragazzino soprattutto, non potevo far vedere troppo la mia passione perché temevo la presa in giro degli amici della strada, dei parenti non avvezzi. Ci mancava che mi dessero del ricchione e pure noioso perché per loro – ma anche per molti oggi – la lettura era essenzialmente noia.

Io entrai in una biblioteca la prima volta a dieci anni e ricordo che il signore anziano mi guardava con un misto tra la sorpresa, il viscido desiderio (l’ho capito anni dopo che era viscido…) e la preoccupazione. Non potevo permettermi di comprare libri e allora decisi di usare il servizio pubblico, ma non feci i conti con l’età. Io mi sentivo diciottenne, ma avevo solo dieci anni: forse ero abituato a vivere con troppe preoccupazioni già allora e mi sentivo più grande e in diritto di frequentare la biblioteca. Quel signore mi rispedì a casa, ma tornai dopo qualche giorno e gli spiegai la mie ragioni: non c’era nessuno e acconsentì alla mia esplorazione degli schedari. Presi il Conservatorio di Santa Teresa e da quel momento è inziata la storia.

Strano che mi ricordi un titolo, di solito li dimentico. A volte non ricordo neppure il titolo del libro che sto leggendo, a volte li abbandono a metà, a volte li finisco. Ne leggo almeno tre contemporanemanente e non rileggo mai, se non qualche pagina, magari a distanza di anni. I libri…Li vendo, qualcuno bello lo lascio per strada nella speranza che anche altri possano godere della bellezza, poi lo ricompro, se proprio ne sento il bisogno. Il mio muro cade quando vedo una libreria: sento un impulso fortissimo ad entrare, toccare, sfogliare e mi si apre una porta verso la comprensione di me.

Dondolando se c’è vento


La fune scende fino alla spiaggia, corre lungo la parete rocciosa, dondolando se c’è vento o un uomo qualunque che, appeso, non vuole perdere l’equilibrio e arrivare in basso.
In basso c’è il paradiso per lui, decine di uomini, pronti, soridenti, cordiali, da guardare da toccare da sentire.

Ah, ciao, sono M, di dove sei?

Che strana domanda, uomo che hai aspettato due ore per scendere e ora sudato e grasso ti protendi verso il mio fresco membro con gli occhi piccoli, mentre io mangio la pesca.

Perché me lo chiedi? Io sono Sauro e questo ti basta. Smamma ciccio bello, che qui mi stai ostruendo la vista e il mercato, oggi è sabato e non solo domani non si va ascuola, ma c’è tanta bella gente in spiaggia e io devo rimediare uno di questi, lì vedi?

Io sono un bibliotecario, sai?

La pesca è quasi finita, sono tutto appiccicato dal succo, mi alzo e sbalonzolo fino a riva, l’acqua è trasparente, i sassolini dentro sono bianchi e grigi, vorrei berla. L’uomo che aspetta stende il suo telo accanto al mio. Noooo, così non va, cara la mia balena spiaggiata dipinta di nero.

Ciccio bello, alza il culo da questo fazzoletto e atterra su quello scoglio appuntito che vedi là, si là in fondo. Cosa hai deciso? Preferisci che ti pisci dentro la borsa adesso o tra 90 secondi?

Sai, io sono un bibliotecario e sono molto solo, è la prima volta che vengo qui, e tu?
Mi…mi………miiiiiiiiiii. No io vengo spesso qui, non è la prima volta e mi diverto un sacco a pisciare nelle borse dei rompicoglioni.
Tiè, ecco fatto. Indirizzo il gesto verso lo zaino e infilo il buco dell’apertura.

Sorride, grasso lui e si prende lo zaino in grembo, un pò bagnato, tira fuori un libretto e con la mano toglie le gocce di pipì. Leggo: idee per una professione di fede, parrochia di checazzoèlaparrocchiadelpaeseaccanto almio. Alzo gli occhi e il suo indice è già tutto in bocca per assaporare le poche gocce rimaste.

Testicolì testicolà: 1


La notte è ancora intorno ad ogni cosa, mancano un paio di ore e poi di nuovo luce e magari dimentico, ma ora sono sospeso di fronte alla sambuca in autogrill, posso solo sentirmi un verme: mi ha rapito i sensi, quell’uomo, non so neppure come si chiama, è vecchio, lo so. Avrà quindici anni più di me, forse quaranta, mi ha accarezzato ballando, mi ha sfiorato le mani, mi ha sorriso, mi ha detto sei carino ed io sono caduto, piacevolmente crollato. Ho dimenticato il mio compagno, ho dimenticato la mia casa, ho dimenticato la paura dello sconosciuto, ho dimenticato i rischi. E’ finita con il mio compagno, lo so adesso, che è finita, lo so ora che sono nel parcheggio della discoteca che salgo in auto e tocco la sua gamba, mi sorride e mi ripete, ma sai che sei proprio carino. Quanti anni hai? L’auto va verso il bosco, si ferma, spegne il motore.

Sul cofano di una porche bianca ferma in una strada di campagna sopra Arenzano: improvvisamente caldo dentro, pesante intruso si impadronisce di me, il sudore delle sue gambe mi bagna, sento la sua saliva cadere e raffredarsi sull schiena.

Dopo due mesi l’ho richiamato:
Ciao sono io
chi?
…ci siamo incontrati ad Arenzano, un paio di mesi fa.
guarda non mi ricordo proprio.

Innocente ragazzo, pensavo di essere nella mente di quell’uomo biondo alto sorridente, pensavo di avere goduto molto e di poter godere ancora, qui nella casa al mare prestata da un amico. Innocente ragazzo, pensavo ad un incontro un pò più comodo di quello sul cofano dell’auto, pensavo ad un letto candido.

No guarda, non mi dice nulla il tuo nome, ma descriviti un pò.
Ero quel ragazzo con la polo bianca e i jeans, capelli corti, castani, mi hai portato via…nel bosco.
No ma se proprio vuoi ci vediamo.

Avevo anche già comprato il latte per fare colazione domani mattina, uomo biondo, e magari mi avresti sorriso, dal letto. Adesso che dal ricevitore di una cabina a Spotorno ti sto chiedendo di ricordare, anche solo l’emozione del tuo sesso dentro me, anche la finzione delle tue parole volgari al mio orecchio, adesso ho capito.

No, non importa.

Gocce di rugiada su di me


Se una sera d’inverno davanti ad un tripudio di nudità…
Una goccia di rugiada finisse proprio lì, sul finire del maglione
di cachemire, una goccia frutto di una goduriosa masturbazione
E se poi io provassi a lavarla un pochetto,
solo per togliere quel poco di vischiosità
che l’accompagna.

Se poi lasciassi l’indumento ad asciugare
come lascerei un maglioncino una sera senza sega
sulla spalla della sedia, pensando:
Ma sì, domani mattina è asciutta!

Se poi la mattina ti accorgessi che sì.
Si è asciugata, ma è rimasta un pò marroncina
e dura.

La tintora: buongiorno.
Il segaiolo: buongiorno Lidia.
La tintora: che c’è?
Il segaiolo: un maglione, guardi ha una macchietta sul davanti.
La tintora: ah, si, eccola, ma cos’è?
Il segaiolo: mah…non so, sugo d’arrosto?
La tintora: ah…no, solo perché è un pò duretta…
Il segaiolo: eh, Lidia, lo sa, era un arrosto con un sugo un pò denso.

Ma il dubbio mi resta: ma come ha fatto a diventare marroncina questa benedetta macchia di sperma?

Piscio in bocca (golden rain again)


Ossessione per vedere un pene che piscia, ossessione per sentire il caldo che bagna la pelle quando ancora vestito ti lasci andare, ossessione infinita di spiare l’altrui membro che piscia dentro i cessi di un autogrill.

Con la bocca aperta aspetto che giunga il getto forte dentro, poi un altro e un altro ancora e sento che non tutti imprimono la stessa forza. Certo molto dipende anche dalla larghezza del glande e del buco, non tutti i glandi sono fatti per il pissing. La pioggia deve uscire da un glande rosato e bello tondo, possibilmente con un pò di prepuzio e rigorosamente a riposo.

Nel pisciatoio di una famosa discoteca di Milano, tempo fa, anni fa c’era l’abitudine di toccare i membri degli altri mentre pisciavano, sporcandosi anche bene le mani: era uno di quei pisciatoi a parete ma la cosa bella era che andavi a pisciare proprio con la consapevolezza che quello era il posto dove potevi toccare gli altri mentre pisciavano. Quindi ti avvicinavi, tiravi fuori il tuo e poi cominciavi a guardare quello dei tuoi vicini e loro il tuo, ma appena iniziavi a pisciare c’era subito quello che ti metteva una mano davanti per sentire bene il piscio caldo che usciva.