Calci e pugni in faccia, non voglio anestesia


La tolleranza non mi appartiene.

Ma l’intolleranza che si trasforma in fuga animata da nobili passioni lascia dentro l’anima un dolore roccioso. Un dolore sporco e solitario stritola l’attenzione e succhia l’energia, rigettando sorrisi spenti e guizzi di fragilissima stima pronti a sgretolarsi lentamente. Lentamente i pezzi cadono e lasciano vedere l’anima ferita dalla propria incapacità di lottare contro l’altro. Un’anima che ha combattuto per evitare il conflitto, sempre, scappando, scalciando contro muri fino a provare ammirazione per le unghie insanguinate.

Voglio prendere a pugni in faccia quelli che non tollero e lasciare che tutto il male esca, tutto il male entri. Dopo, solo dopo, potrò abbracciare me stesso e perdonarmi anche il calcio dato, la ferita provocata. Non posso perdonarmi quello che non ho fatto, non posso perdonarmi per non avere fatto niente, resterò sempre un uomo ferito.

Tirare un pugno? Mai fatto. Non ho mai alzato le mani, forse non ho neppure mai litigato. Mi sono convinto di avere sentito troppe urla da bambino, di avere visto troppe volte persone scontrarsi frontalmente, per avere voglia di farlo ancora. Ma non è così. Voglio difendere un’idea con qualcosa che non sia la noncuranza mascherata da presunzione di aver capito tutto.

Annunci

Non esisto solo io


Sono riuscito a capirlo, ma mi ci sono voluti 37 anni.
Non esisto solo io, con le mie paure, le mie follie, le mie preoccupazioni, le mie gioie e le mie scopate. Io esisto in mezzo agli altri e tra loro c’è chi mi ama, chi non mi ama, chi non mi pensa, chi mi vuole stare vicino, chi non mi conosce e non desidera farlo, ma soprattutto ci sono loro, gli altri. Mi era sfuggito di mente ed ho pensato per anni di essere solo, di essere un re o di essere una merda, a seconda dei casi e dell’umore. Mi sono riempito la testa di me stesso, fino a che…PUFF!! Finalmente è finita.
Quando ho iniziato a scrivere questo blog l’ho fatto perché forse non ero capace di essere me stesso nella vita reale, forse l’ho tenuto per divertimento, forse per narcisismo. Mi è stato utile, mi è piaciuto, mi ha fatto parlare con altre persone, mi ha fatto parlare delle cose che a me piacciono, mi ha fatto conoscere persone che hanno le mie idee della vita o che le hanno diverse, mi ha fatto litigare per un’idea. Per molto tempo non ho detto a nessuno dei miei amici reali l’indirizzo del mio blog, né alcuno dei lettori o commentatori conosceva me in carne ed ossa. Poi un giorno ho iniziato a parlarne, era un grido disperato di aiuto: come a dire, adesso basta, non riesco più a tenere nascosoto il vero me. Leggimi ed aiutami.
Ho fatto bene. La scossa elettrica è stata forte, mi ha percorso tutto il corpo, sono crollate tutte le difese. Finalmente adesso posso trovare il mio posto nel mondo. Con tutto me, con quello che sono stato e con tutti gli altri che sono intorno a me. Non avrò più paura di dire cose stupide, non avrò più la necessità di essere speciale per essere degno di stare al mondo, sarò uno tra tanti, uno che ama e che è amato per quello che è e che può.

Vado avanti o torno indietro?


Se vado avanti, rischio. Se torno indietro, muoio.
Andare avanti significa seguire questo potente richiamo alla vita che mi sta trascinando senza freni verso il godimento assoluto.
Tornare indietro significa provare a rientrare nei ranghi, nell’immagine della formica produttiva e contenta, che accumula onori e piaceri fasulli.
Mi sono liberato ed ho provato una gioia senza difficile da esprimere, ho imparato a sentire la vita e non voglio perderla. Cos’è la vita per me? E’ la capacità di sentire con tutti i sensi un movimento continuo dentro e fuori di me.
Se accontento la parte addormentata, allora devo ritrovare il mio limite. Forse io codardo ho già scelto di tornare indietro, ma c’è un problema. Non trovo più il limite, lo cerco, me lo invento, fingo di desiderarlo, ma oramai il limite del desiderio mozzato si fa sempre più invisibile.

Il limite è la misura della felicità concessami, è l’oltraggio alla libertà di crescere e fiorire.

Giocavo a correre in mezzo ai campi di granoturco nella speranza di incontrare l’uomo cattivo.
Camminavo in una piccola cella senza finestre raccontandomi una storia.
Mi passavano il cibo da una piccola fessura.
Non volevo scappare.

Non volevo sbagliare mai


Ho sempre lottato per arrivare prima degli altri, per fare meglio degli altri, come se avessi una colpa speciale da scontare. Mi sono convinto con gli anni che dovevo dimostrare più degli altri il mio valore, per far accettare la mia omosessualità a me stesso: l’eccellenza nel fare per pulire la vergogna dell’essere.
Poi mi sono stancato ed ho scoperto che la vita è fatta anche di sbagli, di arrivi a metà, di cose incomplete.

Io, un bambino, un ragazzo, un uomo felice ma in perenne tensione verso non so neanche io più che cosa, improvvisamente mi sono perso nella ricchezza della normalità. Quella grassa, comoda e calda normalità fatta di risate e carezze, di pianti e indecisioni, di immobilità nell’attesa oggi mi avvolge facendomi accettare un pò di più come uomo.

Non volevo sbagliare mai per timore che mi dicessero è normale che tu sbagli, sei finocchio. Tremendo, ma vero.

Rumore attutito, tonfo profondo, urla.


La tapparella alzata, la finestra chiusa, la coperta addosso.

La nostra coperta è una vecchia coperta militare cui abbiamo cucito un pezzo di lenzuolo bianco per renderla più lunga, la finestra è quella della cucina, da dove si vede la ferrovia e poco più in là quella casetta con una grande serra. La tapparella è rimasta alzata ieri sera perché come sempre ho fatto tardi e mi sono dimenticato di tirarla giù.

Tra poco si sveglia anche l’amore mio e mi rimprovera. Ma dolcemente, magari con un bacio e intrecciando le gambe calde attorno alle mie mi dirà sei un piccolo disastro.

Che folle paura di non essere più capace di sentire il calore della sua pelle: questa sarebbe la più grande punizione, più grande di me. Mi spezzetterebe, mi ha spezzettato. Rotto, frantumato, disarticolato ho provato ancora a nascondermi con la testa tra la nebbia, sono sceso dall’auto in un campo ai bordi della tangenziale ed ho urlato per quietare le gambe tremanti. Rumore attutito, tonfo profondo, non è ancora neve, ma dentro è ghiaccio, dentro me.

Non lo so se ho vinto


Faccio finta di avere vinto.

Preparo la valigia domani mattina e prendo un volo per Cipro, poi affitto un’auto e vado a Salamina, dritto dritto al Mimosa Hotel.

Sto lì giorni e giorni, faccio colazione con la ricotta ed il miele, le pere e il latte, il pane fresco e la marmellata di fichi, sto li giorni e giorni, ma non lo dico a nessuno.

Sto lì insieme al mio compagno, dopo anni di vita insieme sempre a seguire le disgrazie altrui che si sono abbattute sulle nostre vite, sto lì con lui per capire che possiamo ancora sorridere insieme.

Non lo so se ho vinto, ma camminando con la borsa della spesa pesante in una mattina di pioggia a Milano, ho incrociato lo sguardo di un ragazzo e ho capito che era felice. Di vivere e basta, di tutti i soldi del mondo non sa che fare, il ragazzo che incontro.

Forse non ne ho bisogno neanche io, so quello che mi fa bene, l’ho capito. E visto che mi voglio bene, presto l’otterrò. Non sono quei soldi però, quelli sarebbero solo il paravento per fare altro. Ho molta paura di tirare fuori tutti i quaderni, sono anni che non leggo più quelle pagine, le ho scritte quando stavo molto male. Le mie mani già tremano al pensiero di aprire quella scatola, ma me lo devo. Molte pagine sono finite dentro l’intercapedine del muro, le ho nascoste lì dentro per essere certo che non le avrei più lette, che non sarebbero più esistite.

Non lo so quanto resiterò ancora, in apnea.

Un’isola d’amore in Grecia


Sono arrivato all’alba, primo a scendere dalla nave, primo a vedere tutti quelli che affittano case camere studio hotel barche, con i loro cartelli e il loro book di foto. Io sono andato dritto verso il furgoncino rosso: è sempre lo stesso da dieci anni, quello che porta verso Maragas, verso il luogo dove le persone si guardano e si baciano.

La mia camera ha una terrazza sulla spiaggia, vedo il mio mare, vedo la chiesetta in lontananza, bevo Latte freddo e Nescafe, con qualche biscotto e mi godo il silenzio dopo la due giorni di MK. Cappello di paglia, la mia maglia militare, che è proprio quella che mi sono portato via dopo l’anno di leva, i miei pantaloni larghi scoloriti, infradito e vado, sono pronto per vivere un’altra vita nell’isola dell’amore.

A settembre questa è l’isola dell’amore, tutti hanno voglia di amare, di perdersi nella gioia di guardare l’altro lentamente. Un ragazzo si avvicina e mi parla in greco, poi mi accarezza la testa e mi invita ad unirmi a lui e al suo amico, arrivano altri ragazzi, parliamo tutti, tutti parlano con tutti, sulla spiaggia del tramonto. C’è chi ti offre l’uva, ma poi magari non ti parla tutto il giorno, c’è chi ti dice che hai una bella bocca e poi continua a leggere e anche tu senti che puoi dire tutto ciò che vuoi e non senti nessun vincolo, nessun obbligo.

In acqua tutti insieme i miei nuovi amici ed io, ci tocchiamo, ci accarezziamo, con molto amore e attenzione ai nostri corpi, senza aspettativa, senza andare oltre perché va bene così. Tutto è consentito, sulla spiaggia dell’amore, nessuno guarda con sospetto, ma solo con piacere e condivisione, dalla spiaggia ci salutano, mentre noi facciamo capriole e giochiamo a improvvisi piaceri d’acqua.

C’è Cristos, Vassilis, Vangelis, Dimitri, Jorgos, l’altro Jorgos, Cristopher e poi Maria e Ana e William con Linda. Ci guardiamo i nostri sessi e a volte restiamo in erezione, ma nessuno è spaventato, le donne a volte si accarezzano con le mani e giocano con le loro dita, alcuni ragazzi si tolgono curiosità ed inibizioni. Poi la sera capita che ci si riveda, magari a cena, senza programma alcuno, capita che si ceni insieme o che si resti con la compagnia del proprio libro e la luce fioca di una lampadina sul tavolo, bevendo raki o nulla.

Meglio non lavorare


Tutti a casa, sotto le coperte oppure davanti ad una bella tazza di caffè, la vestaglia stropicciata intorno al corpo e un bel muratore da spiare mentre arrampicato sulla casa di fronte mostra i muscoli. Ah, questa si che è vita!! Ah….Ah….Fannullone a chi? Io sto benissimo per quanto mi riguarda, sarò fannullone secondo il mio capo, la mia azienda, il giornale padronale che tanto ama le inchieste sul lavoro, ma io sto benissimo e contribuisco alla mia personale crescita, al mio benessere. O qualcuno vuole dirmi che stare così a poltrire mi fa male? Trastullarsi con un buon libro, o semplicemente con una mano, se vogliamo essere proprio goderecci fino in fondo, può forse danneggiare la nostra persona? Quando avrò voglia tornerò a lavorare, nel frattempo si arrangino, si ammazzino di lavoro. Io non sono nato per lavorare. Sta forse scritto da qualche parte che è lodevole lavorare e disdicevole non lavorare. Saranno fatti miei se non lavoro e non mi piace affatto che qualcuno mi definisca fannullone se preferisco trascorrere le ore al bar o a fare shopping! Al limite, se proprio al mio datore di lavoro non piace avere un dipendente che si gode adeguate pause, mi licenzierà, ma continuano ad essere fatti miei. Fannullone è colui che non fa nulla per il proprio benessere, che si lascia morire nel sogno di un impiego, nel sorriso di un superiore, nel premio per una vita spesa a produrre.

Preferisco coltivare.

La scelta della menta


Prendi il grano, prendi lo sgombro, prendi i pomodorini. Già a vederli sulla tavola mi emoziono.

Fai bollire il grano (quello in chicchi precotti, non la spiga…), con poco sale, per 8 minuti.
Taglia i pomodorini, apri la scatoletta dello sgombro: guarda come sono belli insieme. Non mescolarli: guardali e basta.

Raccogli molte foglie di menta, se proprio è necessario, lavale. Altrimenti vanno bene anche così, l’acqua fa perdere un pò del loro sapore e profumo. La scelta della menta è importante: non deve essere mentone, ma menta, preferibilemente quella marocchina. molto forte.

Sono passati otto minuti, il grano è cotto, scolalo e mettilo in un…non so come si chiama. Un piatto grande bello di portata. Evita perfavore contenitori di plastica, di vetro, di ceramica sottile. Aggiungi lo sgombro, la menta, l’olio: mescola. Aspetta 15-20 minuti e aggiungi i pomodorini tagliati in 4 o in 2: vedi un pò tu. Non usare i pomodori insalatari: servono proprio quelli piccoli e dolci.

Pecorino sardo stagionato gratuggiato a scaglie grosse che aggiungi alla fine, molto abbontante, come neve che copre tutto, come luna che lascia vedere il rosso, come onda che s’increspa sulla costa di Pantelleria.

Versilia nelle vene


Dai miei primi 9 mesi fino ai miei 6 anni ho trascorso le vacanze, anzi la villeggiatura estiva, a Torre del Lago Puccini. La mamma mi diceva sempre: non andare verso quella parte della spiaggia, che ci sono i nudisti! Quando passeggiavamo con mamma, papà, nonna, nonno, zia, zio, cgino, cugina, cugini di secondo grado, di terzo, vecchia zia io tenevo gli occhi bassi, loro ridevano, forse, oppure parlavano del tempo, con la faccia tirata di chi vuole girarsi ma non sa se è bene farlo. Tutti gli anni 2 mesi al mare alla Lecciona, la spiaggia che oggi è diventata il ritrovo gay per eccellenza della Versilia: i pomeriggi sotto l’ombrellone a mangiare pane e prosciutto e poi in gommone con papà che portava tutti noi bambini al largo e poi ci facceva gettare in acqua al grido di fuori uno, fuori due, fuori tre. Una volta rimasi per alcuni minuti con la testa sotto il gommone: ero il più piccolo di tutti, 3 anni forse; gli altri urlavano, ridevano, si schizzavano, mentre io guardavo, ho passato una vita a guardare, cominciando allora.