L’altro che si annulla nella mia onnivora identità


Vite che vogliono essere somme di identità multiple, vite che non rispettano l’alterità, inglobandola.

Vite che fanno proprio il punto di vista altrui, negandolo.

Vite che annullano la violenza creatrice dello scontro, sublimandolo nella correttezza del dialogo senza vincitori.

Vite addormentate, che vivono sottoterra.

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Luigi, ma cosa stai dicendo?


“Luigi ma cosa stai dicendo? – Emilia stava cercando di entrare in camera sua ma Luigi, mio fratello Luigi la bloccava – Sei…matto? Stai bene? Smettila, lasciami i capelli, lasciami, aiuto stai fermo, me li strappi. Iniziò così sulla soglia della stanza di zia Emilia, mentre io ero bloccato alla fine del corridoio. Eravamo rientrati dal funerale noi tre per primi, io, Luigi e zia Emilia, la sorella di mamma, gli altri sarebbero arrivati di lì a qualche minuto. Salìì al piano di sopra e mi fermai sull’ultimo scalino, prima del lungo corridoio dove affacciavano le camere. Luigi la stava trascinando lungo il corridoio, presa per i capelli, Luigi urlava e rideva anche un poco.
– Luigi, basta sto male, fermati.
– Si, stai male? Ma voi zinagarelle siete forti, vero? Lo dici sempre, cara zietta.
Emilia era ormai rannicchiata in un angolo del corridoio, terrorizzata dalle intenzioni di Luigi.
– Tu e mia madre avete portato la malattia, lo sanno tutti, la malattia delle bestie bulgare, lo sanno tutti qui! Non si era mai visto morire un cristiano in quel modo, come è morta mia madre. Lei, la bestia ce l’aveva dentro, come te, schifosa zingara.
– Luigi, tua madre aveva bisogno di un dottore e di medicine, aveva un tumore e avrebbe potuto essere curata, ma cosa te lo dico a fare, sei come tuo padre, un giovane già vecchio presentuoso signorotto di campagna. Tua madre è stata una folle a volerlo sposare.
Con il tacco degli stivaletti schiacciò la mano con cui zia Emilia tentava di rialzarsi. Sentìì un urlo animalesco, lui che continuava a schiacciare quella mano. Poi improvvisamente lasciò la presa, veloce si diresse verso la sua stanza ed entrò tirando un calcio, lasciando Emilia mezza tramortita distesa nel corridoio. Corsi verso di lei, era buio, non avevamo luce al piano superiore di quella vecchia sgangherata casa, ma vidi la porta della stanza di luigi aprirsi di nuovo e lui uscirne con una candela.
Per un attimo pensai che volesse aiutarla, ma ne vidi il volto infuocato di rabbia e scappai. Lui non mi vide neppure, riguadagnai le scale e le sue urla mi bloccarono.
– Vecchia zingarella ingrata, principessa dei miei stivali, tu non sei riconoscente, cara. Fatti illuminare bene, forza! – Luigi le si avvicinò con la candela, con il piede sul suo cappotto, le avvicinò la candela al volto.
– Bella principessa, vuoi venire a fare un giro in camera mia, così ci divertiremo, sai che sono un grande amatore, forse tu hai bisogno di essere consolata per la morte della cara sorellina Ester.
Emilia urlava, mio padre non era ancora arrivato, né i mie fratelli, ancora oggi non ricordo se passò un’ora o solo dieci minuti, ma io, questo lo ricordo, iniziai a vomitare sulle scale, poi le urla di Emilia divvenero sempre più strazianti, vidi un lampo di luce in fondo al corridoio, come una palla infuocata impazzita. Era la testa di Emilia, mio fratello le aveva dato fuoco ai capelli”.

1 maggio 1998