La mamma lo sposo la nuora e il figlio gay (con fidanzato)


Mia madre piange tutti i giorni, continua a ripetermi fortunato tu con il tuo ragazzo, invece quel tuo povero fratello con quella brutta donna, quanto mi fa penare. E giù lacrime, singulti, voce flebile e dolori di testa. Ed io, figlio finocchio, che consolo una madre disperata per il matrimonio dell’altro figlio, mi sento dire che sono fortunato io ad aver trovato un bravo ragazzo. E’ arrivata a pronunciare la frase del secolo: io mi sento meglio quando sono con voi, è molto meglio lui (il mio fidanzato) di lei (la sua futura nuora).

Chi l’avrebbe mai immaginato: una madre che adora il “nuoro” e vorrebbe venire a vivere con noi (incrocio le dita affinché non accada mai!) famiglia anomala e ripudia l’altro figlio etero, si, quello per giunta anche sportivo, aitante, con superfiga al fianco e in procinto di sfornarle qualche pargolo. Io me ne parto per le vacanza ora, voglio uscire da questo casino al più presto, spero che mamma inciampi in una buccia di banana e rinsavisca, papà la finisca di stare zitto, il mio fratellino si decida a pensare che oltre agli aperitivi al bar, le scarpe griffate e la cocaina, esiste anche una tazza di latte caldo con la torta di mele.

Come la vedo grigia! Lei, povera mamma, così lontana e preoccupata. Ho la sensazione che in questi dieci giorni che mancano al matrimonio possa ammazzarsi, non volontariamente, ma di tristezza. Sai quegli scherzi che fa la pressione alta quando le cose non vanno bene… Io parto comunque per le spiagge selvagge. Penso a me, questa volta. Se succede qualcosa spero che succeda verso la fine della mia vacanza, ho deciso di non impicciarmi più e di godermi il mio status di coppia perfetta adorata da mamma e papà. Due palle.

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Addetto all’insalata con ingoio


Ma lo sai che mi devo legare una mano altrimenti vengo lì mentre stai mettendo a posto le bottiglie d’olio e ti do una pacca sul sedere. Ah, caro addetto all’insalata, ma dentro quei jeans le tue carni scoppiano, parlano, guardano. Ogni volta che entro spero sempre che tu ci sia, addetto all’insalata, solo per guardarti, s’intende. Non potrei certo abbordarti, al supermercato poi, tra un carrello e una cassa, ma tu addetto all’insalata, ci sei e mi basta.

Magari un giorno ti sfiorerò con il carrello e tu mi guarderai, penserai: però carino questo qua, guarda come mi sorride. Io abbasserei subito lo sguardo per il timore dell’insulto o dello sguardo di indifferenza – Certo a te piacciono le donne, addetto all’insalata! Ti si legge in faccia, o mi sbaglio? Mi sbaglio, si forse mi sto sbagliando, Oddio cosa fa, si avvicina. Succo di pomodoro, allora si questo mi serve. Si avvicina ancora, sorride un poco, di più. Che fai, maschio etero, mi prendi per il culo, guarda che potrei…crederci e poi innamorarmi. Ma che cavolo dico innamorarmi, a me basta una scopata di là nel retro, tu che mi dici – scusa ma tu per caso lavoravi in via valtellina? Si certo, ecco dove ti ho visto! Dai vieni che ci facciamo una birra di là. Dai si vengo.

Io che neanche so dove sia via valtellina.

In silenzio. Tic tac tic tac tic tac tic tac, l’orologio fa tic tac ed io sento la sua mano che stringe la mia testa, tic tac tic tac tic tac.

Giù

Il ritorno del tunisino


Sull’autostrada A7 una domenica di fine agosto vedo inspiegabilmente molte automobili francesi, tedesche, olandesi: sono stracariche di roba sul tetto, sul lunotto posteriore, sui sedili. Alla guida neeun biondiccio dagli occhi chiari e la pelle bianca, ma splendidi nordafricani con moglie velata a fianco e marmocchi tra le vettovaglie sul sedile posteriore. Stanno tornando dalla vacanza nelle loro terre, hanno visi tristi di chi ha vissuto un periodo d’amore perduto.

E’ arrivata la nave da Tunisi e il porto di Genova è un brulicare di occhi gialli, corpi caldi, bocche innamorate e veli azzurri. Mani grandi che stringono cartoni e corde, sguardi verso il mare sul quale il sole a destra tramonta mentre le auto tutte in fila vanno via, escono e si allontanano chissà per quanto, per un altro anno.

Quante vite nomadi, strappate. Ieri nel cortile della moschea di Tunisi, oggi verso una casa di ringhiera milanese o ancora più su, una periferia parigina, un ghetto di Francoforte. Mi viene da piangere, ma io non faccio testo, piango sempre, anche quando i mangio i pomodori. Lui, il mio caro compagno mi dice ma no, magari erano dai parenti in una casa schifosa di Tunisi senza il cesso e non vedevano l’ora di scappare…!

Scatoloni, coperte, nylon, corde e un materasso matrimoniale con i comodini e lo specchio accatastati su una Polo targata PN. Alla guida un meraviglioso uomo con il mare negli occhi sulla pelle ambrata, passiamo, lo superiamo, lo guardo e ci sorride. Si è comprato i mobili per sposarsi, dice lui, il mio compagno. Cazzo, ma devi rovinare sempre tutto! Facciamo che è il fratello dello sposo che arriva in Italia con un regalo da parte dei genitori e va a Pordenone. Lasciami illudere, almeno.

Quello strano senso di smarrimento che arriva dopo


Dopo una intensa attività autoerotica, in assenza temporanea di partner – temporanea di una sera, si intenda – che porta all’inequivocabile piacere visivo e tattile, nonché mentale, fisico, oddio non so più cosa, mi prende sempre quel senso di smarrimento lì, che poi non è proprio un senso di colpa, ma è una domanda.

Potevo farne a meno? Ah…adesso è facile dirlo, ma quando sei lì, che stai tornando a casa in autobus e la testa ti è scesa al livello del membro e con quello muovi i passi, che se incontrassi una vecchietta saresti disposto a farle uno sgambetto per arrivare a casa prima. Poi entri in casa, ti spogli freneticamente, ti butti sul letto, oppure ti infili sotto la doccia, ti siedi sul bordo del divano, ti fai. Ecco semplicemente ti fai qualcosa che arreca un piacere diverso.

E la devi fare solo, quella cosa. Magari gemendo in modo convulso, senza che qualcuno ti dica: ma cosa urli! Poi ti ritrovi lì, con le mutande in mano, lo sperma un pò sparso ovunque e guardi l’orologio. Che è l’oa dell’arrivo: vaglielo a spiegare, guarda mi sono fatto una sega aspettandoti, così adesso sono bello tranquillo e ti dedico tutto me stesso.

Gli umani che ho intervistato


Dovrebbero dare una indennità a quelli che nella vita fanno selezione del personale, una specie di pensione per ritemprarsi dalle fatiche psicologiche. Per farlo davvero bene occorre avere almeno tre o quattro mesi di decompressione dopo sette o otto mesi di interviste quotidiane.

Sentire le vite di decine di persone al giorno è molto impegnativo, soprattutto se si ascolta veramente quello che queste persone raccontano ed io lo faccio. Sto mettendo in ordine le mie scrivanie, gli armadi i cassetti e sto per portare in cantina le migliaia di schede di candidati intervistati in questi anni, mi diverto ad aprirne alcune e a rileggere i miei appunti, quei pezzi di cartaccia che sono preziosi per gli scarabocchi fatti, le note, i disegnini, i colori.

C’è sempre una parte, di solito in alto a destra dove traccio i caratteri fisici della persona, nulla di formale, vado molto al sodo perché l’obiettivo è ricordarmi la persona: tette giganti, bocca carnosa, capelli lunghi tinti male, occhiali D&G vecchio modello, ha una gonna da mercato orientale, la sciarpina gialla poteva evitarla, le unghie sono eccezionali, secondo me sono finte. Peli sulle braccia.

Poi voglio sapere cosa sogna, non mi interessano i lavori cui aspira, ma i sogni che porta con se: vuole comparare casa in Marocco (+), vuole salvare l’umanità dalle guerre (-), vuole dedicare tempo alla solidarietà (-), vuole andare in vacanza con la fidanzata (+), vuole farsi frate (boh!), vuole comprare casa (che palle!), vuole trovare un lavoro (questi li caccio dopo dieci minuti), vuole leggere tutto Pavese (mi sta simpatico).

Misuro poi la resistenza al peccato, non solo quello carnale, ma la disponibilità ad accettare le proprie voglie, difetti, errori a convivere con ciò. Questo è l’aspetto più importante quando assumo una persona, una volta verificate le competenze hard: non mi interessano quelli che non hanno mai preso una strada sbagliata, che non hanno mai rischiato, che non sarebbero disposti a mandarmi affanculo.

Ma per la seconda volta nella mia vita, ho fatto indigestione di colloqui di selezione. Troppe vite nella mia testa, chiudo tutto: prendi pure, caro facchino, porta giù in cantina. Questi non servono più.

Un uomo una donna una casa


La scelta delle tende, delle piastrelle, dei piatti, dei calici, del colore delle pareti, delle luci, degli asciugamani, dei coltelli, dei quadri.
C’è un uomo che sta per andare a convivere con la sua donna, ma queesta casa non sembra mai pronta! Ogni giorno si aggiunge un dettaglio cui io, zingaro naturale, non avevo pensato. Come si fa ad andare a convivere nella casetta linda nuova nuova di quelle tutte uguali, alla periferia di Milano, se non hai comprato almeno un secondo servizio di piatti per gli ospiti o se mancano i lampadari del bagno?

Lui mi dice che sono sempre d’accordo su tutto, c’è una sintonia perfetta: nella scelta dei modelli, dei colori, dei prezzi. Sintonia? Che razza di sintonia è questa? Io mi aspettavo comunanza di idee, di sogni, di piaceri. Un uomo una donna una casa e il sogno di un consumo perfetto pemanente, l’ancora cui legare l’effimera volontà di creazione rimasta. Ma la chicca, quella che mi ha fatto venire freddo a metà agosto è stata la domanda fatale: sai dove si possono comprare dei libri? Per un secondo mi si accende la lampadina, poi il suo sguardo mi riporta alla realtà: dei libri, si di quelle collane carine, quelli con le copertine uguali, ma i titoli diversi? Per fare una bella biblioteca sopra la tv.

Il taglio della manica


Ogni volta che uso la mia macchina da cucire il tempo sembra non finire mai: ieri sera ho accorciato un paio di jeans, ho finito la scollatura del tubino per Sara, ho trasformato una camicia a manica lunga in una a manica corta, con inserimento del polsino all’altezza del bicipite. Il mio compagno dice che sembra un pò camicia della nonna per la prima comunione del nipote, ma vedrete che la indosserà, eccome se la indosserà. Una bella camica a righe bianca e azzurra che lui ha strappato ed io ho prontamente riparato con ausilio di creatività, gessetto, forbici, filo e ago. Me lo vedo già gironzolare per Milano, con il suo bicipite abbronzato che esce dal polsino aperto a metà braccio. Riparare gli abiti è davvero divertente, mi fa risparmiare tempo, cervello e soldi, mi permette di pensare, toccare, riconquistare la mia manualità.

Quello che un pò mi turba è che il cucito è proprio un passatempo da finocchio ed io certo, lo sono finocchio, ma sono anche ancora un pò represso in questo senso: se mi fosse venuta la passione per le riparazioni dell’auto o del cesso, magari sarei andato in giro con il cartello sono un meccanico e sono idraulico e sono finocchio, ma invece sta passione dela taglia e cuci mi crea qualche imbarazzo. Non dovrei? Forse. Fa troppo luogo comune, quella del finocchio cui piace cucire, fa un pò vecchia zitella finocchia, neanche stylist o fashionchecazzoneso, ma proprio vecchia zia. Rischio pure l’allontanamento dei fashion group starnazzanti della Versilia se mi presento con il cesto per il cucito e il ditale! Ops…infingardo.

A te che sei la colonna della nostra vita


Questa frase me l’ha scritta mia madre su un foglio di carta ripiegato e chiuso con lo scotch, con dentro i soldi per il mio compleanno. Mi ha detto, come sempre, non ho fatto in tempo a comprarti niente. Ma ha fatto quello che in 37 anni di età non era mai riuscita a fare, invece. Su un foglio ingiallito ha scritto questa frase: buon compleanno, a te che sei la colonna della nostra vita.

Ho preso in mano il pacchetto ed avrei voluto urlare, invece ho sorriso e l’ho messo nel borsone, ho trattenuto le lacrime e le ho dato un bacio veloce. Mi ha detto lo so che non ti servono, ma io te li do, anche se sono pochi. Per loro, per mia madre e per mio padre, sono il figlio che è riuscito a fare tante cose nella vita pur tanto incasinata: sono segnati un pò dal dolore per avermi perso dal loro grembo, per avermi dovuto vedere vivere la mia diversità con fin troppo entusiasmo, ma sono orgogliosi per i successi professionali e personali che mi hanno raggiunto. Orgogliosi senza farlo vedere, come solo i piemontesi sanno fare.

E mi caricano di questa responsabilità, adesso. Lo so che mia madre l’ha scritta un pò piangendo quella frase, ma ci crede. Pende dalle mie labbra, quando parlo. Così pure mio padre. A volte hanno paura di contraddirmi o di raccontare le loro piccole avventure quotidiane, quando ci vediamo. Sono arrivati a dire che preferiscono come nuora il mio compagno…e mia madre che si diverte a passare le giornate al mare con me e con lui e mio padre che si beve il cognac con lui dopo cena, fumando chissà quante sigarette.

Ma io ho perso la parte più giocosa di me in questa statica cartolina di una famiglia felice. Non sono mai riuscito ad essere figlio, ora mi ritrovo nonno di due sessantenni, senza essere mai stato padre: fa un pò male.

In vacanza senza valigia


L’avevo già fatto dieci anni fa, lo ripeto quest’anno. Un pò per necessità, un pò per piacere. Non vado lontano, vado in Grecia, in un’isola che conosco bene e che non è Mykonos. Vado altrove, dove c’è una camera sulla spiaggia, una taverna, la tunasalada, il tarama, i pomodori ripieni, lo stifado. Mi porto solo uno zainetto con qualche maglietta, un paio di calzoni corti e un pò di libri. Non c’è musica, non ci sono pettorali gonfi, non ci sono cocktail, al massimo qualche cocktale. Abbandonerò le magliette usate e puzzolenti e tornerò senza nulla, solo con i libri, sempre che non decida di abbandonarne qualcuno molto bello.

…Sentivo lo scricchiolio,
nel buio, delle mie scarpe:
sentivo quasi di talpe
seppellite un rodio
sul volto, ma sentivo
già prossimo ventilare
anche il respiro del mare.

L’ha scritta Giorgio Caproni, io scrivo arrivederci. Tornerai desiderio innocente follia.