Ho sposato una vecchia signora


Certo nella mia condizione avevo poca scelta ed ho scelto Lei. L’ho conosciuta quando avevo 15 e Lei qualcuno di più, diciamo un settantina…di anni in più, lei vestita di bianco e nero, ha ammiccato un sabato mattina e da quel giorno non l’ho più lasciata. All’inizio era difficile vederci perché non potevo permettermi incontri quotidiani con Lei. Ci vedevamo solo al sabato, per parlare della nostra passione, di letteratura, di viaggi, di noi. Poi io sono cresciuto e anche Lei, ovviamente, e per me ha cominciato anche ad abbandonare i soliti suoi colori, scegliendo ogni tanto qualche rosso, qualche verde o blu. Quando mi sono trasferito a Torino è stata un’emozione indimenticabile. La prima notte che mi sono trattenuto con Lei, l’ho vista rinascere, è stato bellissimo…! Quelle finestre dalle quali si vedeva il Po, quel profumo inconfondibile di cultura, quell’amore assoluto per la sua città, trasparivano da ogni suo sguardo. Adesso è davvero molto anziana, se penso che io ho trent’anni, i conti sono presto fatti. Cinque anni fa mi sono trasferito a Milano e lei mi ha seguito, sta con me tutti i giorni adesso. Che vita ricca, insieme a Lei. Non c’è nulla che tenga, la mia STAMPA non ha rivali, non c’è CORRIERE DELLA SERA che tenga, REPUBBLICA o altro.

Desideri e figli


Un figlio nasce, si accoglie, con amore e dignità, come un dono. Se non arriva, non lo si può cercare con ostinazione, ricorrendo all’aiuto della scienza. La fecondazione assistita è una via anomala per realizzare un desiderio insano, frutto della pressione psicologica che spinge la donna e l’uomo a sentirsi migliori, realizzati come donna e come uomo solo se madri e padri. L’istinto della maternità e della paternità c’è, è un grande e lodevole istinto, meraviglioso strumento di crescita umana, ma la rinuncia alla sua soddisfazione e l’accettazione del proprio stato rende forti e capaci di riconoscere il "limite".

Arrivederci Bulgaria


Scaricati da un taxi al centro di un villaggio zingaro nel sud della Bulgaria, zaino in spalla e cuore in gola, abbiamo iniziato a camminare. Ci guardavano ed i loro sguardi erano sempre più caldi, qualcuno accennava ad un sorriso, qualcun’altro pronunciava parole per noi incomprensibili. Cercavamo il mare, e doveva essere lì, ma non si vedeva. C’erano solo case semicostruite, fiori e piante, colori di abiti forti e nero, tanto nero, tutt’intorno, il nero, dei capelli delle donne che aspettavano sedute davanti agli usci. La strada si allontanava dal gruppo di case, diventava una strada sterrata. –

– Scusi dove si va per il mare? Chiedo ad una ragazza, forse la prima turista o comunque una che non mi sembrava una zingara, perché allora mai avrei chiesto ad una zingara. –

– Avanti, mi risponde in inglese.

Avanti andavamo e incrociavamo un carretto, guidato da un uomo nero, cioè sempre uno di quelli con la pelle più scura, un misto di grigio delle guance, barba nera, marrone scuro delle labbra, con qualche bagliore di fierezza sprizzante dagli occhi. Gli asini con sopra molti sacchi neri e da un sacco spuntava la carta di una torta gelato… e si apriva alla vista un baia, e poi un’altra e distese di campi gialli che arrivavano fino al mare e boschi piegati dal vento e inclinati al punto che non ti rendevi conto che erano alberi ma pensavi fossero cespugli.

Qui vorrei tornare per sentirmi davvero "altrove".

PACS Per Amare Con Superficialità


Ecco a cosa servono, i Pacs. E lo dico da persona con cognozione di causa, essendo nella situazione in cui, secondo una certa opinione pubblica, sarei avvantaggiato dai Pacs. Mi sono chiesto perché, da dove deriverebbe il mio beneficio e non sono riuscito a trovare una risposta, o meglio risposte ci sono, ma sono così banali che non riesco a capirle. Forse la solidarietà e la civiltà hanno bisogno di un patto? Forse l’energia spesa per promuovere un vincolo burocratico sarebbe meglio utilizzata se rivolta a far conoscere un amore alle persone che ti stanno vicino. I diritti che i Pacs dovrebbero difendere sono così importanti, più importanti dell’amore e ad esso dovrebbero sopravvivere? Perché i Pacs si preoccupano del dopo, di cosa succederà quando l’amore finisce. E quando l’amore finisce, quando uno dei due coniugi muore, cosa resta dell’amore? Resta moltissimo, se è stato costruito molto, resta nulla se nulla è stato dato all’amore. E non sarà un vincolo legale a far sopravvivere l’amore. I Pacs sono un estremo tentativo di applicare la ragione, la tecnica, la legge – chiamatela come volete – all’amore. Ma è utile? Tanto per usare i soliti esempi che i sostenitori dei Pacs hanno tanto a cuore…

Se uno dei due sta in ospedale e l’altro non può andare perché la famiglia glielo impedisce forse i due avrebbero fatto bene a spendere qualche energia per risolvere prima il problema con i famigliari, forse avrebbero fatto meglio a parlare dell’amore, anziché chiedere che una Legge imponga un comportamento corretto.

Se uno dei due muore e l’altro non può più stare nella casa coniugale in affitto, è bene che se ne cerchi una nuova, così dimentica anche prima e soffre meno, se i famigliari si prendono tutto il patrimonio, ritorniamo al discorso di cui sopra. Era meglio pensarci prima e dedicare il tempo a far crescere l’amore e a farlo conoscere piuttosto che a fare inutili battaglie cosiddette di civiltà.

La forza della diversità è la ricerca della dimensione di vita più consona a sostenere la complessità del proprio essere e non credo che un PACS aiuti. Lo so, ci sono i problemi concreti, che poco hanno a che fare con le mie idee astratte. Ma forse non sono problemi per me o sono superabili per altre vie. Per le coppie eterosessuali c’è il matrimonio, e se due persone non possono impegnarsi subito in questo senso, aspettano o rinunciano e vivono intensamente quello che la vita dona loro. Per le coppie dello stesso sesso il discorso è diverso. Su un piano puramente pratico, escludendo ogni richiamo al concetto di amore o di divino, non è vero che sono la stessa cosa della coppia eterosessuale. La labilità della coppia è molto più alta, la facilità con cui nascono e muoiono le unioni omosessuali non giustifica alcun impegno da parte dello Stato nell’assicurazione di diritti – ripeto, l’acquisizione di alcuni dei quali è talvolta superflua, di altri raggiungibile in altro modo – di prestazioni a sostegno del reddito, di facilitazioni nell’accesso alle abitazioni popolari, di acquisizione di diritti patrimoniali. Se un impegno deve esserci, da parte delle Istituzioni, in modo particolare verso l’omosessualità ma non solo, allora è quello di promuovere una cultura della complessità, una cultura che esprima la capacità di convivere con un elevato grado di ambiguità, la cui ricchezza deve essere condivisa da tutti.La forza della diversità è la ricerca della dimensione di vita più consona a sostenere la complessità del proprio essere e non credo che un PACS aiuti. Lo so, ci sono i problemi concreti, che poco hanno a che fare con le mie idee astratte. Ma forse non sono problemi per me o sono superabili per altre vie. Per le coppie eterosessuali c’è il matrimonio, e se due persone non possono impegnarsi subito in questo senso, aspettano o rinunciano e vivono intensamente quello che la vita dona loro. Per le coppie dello stesso sesso il discorso è diverso. Su un piano puramente pratico, escludendo ogni richiamo al concetto di amore o di divino, non è vero che sono la stessa cosa della coppia eterosessuale. La labilità della coppia è molto più alta, la facilità con cui nascono e muoiono le unioni omosessuali non giustifica alcun impegno da parte dello Stato nell’assicurazione di diritti – ripeto, l’acquisizione di alcuni dei quali è talvolta superflua, di altri raggiungibile in altro modo – di prestazioni a sostegno del reddito, di facilitazioni nell’accesso alle abitazioni popolari, di acquisizione di diritti patrimoniali. Se un impegno deve esserci, da parte delle Istituzioni, in modo particolare verso l’omosessualità ma non solo, allora è quello di promuovere una cultura della complessità, una cultura che esprima la capacità di convivere con un elevato grado di ambiguità, la cui ricchezza deve essere condivisa da tutti.

Caterina e il viaggio di quel giorno in Sudan


Abbiamo aperto la sua valigia, cercando i suoi cd, perché i medici ci hanno detto che ha bisogno di sentire la musica preferita per risvegliarsi dal coma. E’ così dal 17 aprile, da quando è rientrata dal Sudan, vittima di un incidente stradale. La jeep si è ribaltata nel deserto, durante una giornata di riposo, metre con i colleghi stava andando a fare una gita spensierata per festeggiare la Pasqua. Era in Sudan da Gennaio, collaborava alla costruzione dell’ospedale della capitale e i lavori erano giunti quasi al termine, quindi avrebbero festeggiato così, con una pausa di alcuni giorni. Poi quella buca nel deserto, l’auto sbanda e lei, chissà lei cosa pensa, se pensa, adesso. Le hanno rasato la testa e non ha più quei lunghissimi capelli, sempre in disordine. Sembra così bella, sembra un ragazzino, ma ha 29 anni. Il viso è dolce, gli occhi chiusi, il labbro inferiore un pò gonfio, sempre gonfio, le dona un aspetto un pò imbronciato. Il suo cervello non funziona più, i medici dicono che ha molte possibilità di vivere, ma ora è lì, sul lettino della rianimazione e aspettiamo che muova un dito, che apra un occhio, che un pezzo di vita si risvegli. Risvegli…forse vuole restare così, lei ha fatto grandi cose, ha fatto scelte difficili, ha lottato contro una prospettiva di vita che non le piaceva, ha realizzato un sogno, ha avuto coraggio e ha sostenuto ogni giorno con la volontà i suoi progetti. E poi un incidente, un giorno in Sudan, ha interrotto la sua storia. Non l’ha conclusa, l’ha interrotta perché lei resta con noi, è con noi. Mi scriveva spesso dal Sudan , mi mandava le foto, mi raccontava gli amori, mi scriveva poche parole, ma bastavano. Ora aspetto, le parlo quando vado a trovarla, ma parlo a voce bassa, perché mi sembra che possa sentire e le dico poche cose, perché le mie parole fanno fatica a venire fuori e sono parole stupide. La musica preferita…si la musica preferita, l’ho sentita tante volte. I medici hanno il loro copione e magari qualche volta qualcuno si sveglia, ma mi da fastidio farle ascoltare la musica. Se la musica è un girotondo di suoni per non sentire, la musica l’addormenta. E se il risveglio è un piacevole ritorno, per lei sarebbe cosa già vista, il suo risveglio c’è già stato, adesso sarebbe solo l’inizio di una sofferenza verso…

evviva lo straniero


Passeggiavo per la via, ieri sera. C’erano tanti stranieri che parlavano, ridevano, scherzavano, bevevano, pregavano, spacciavano, ma c’erano. Mentre gli altri, quelli italiani come me, dov’erano? In casa, forse, a guardare la televisione, o magari fuori, ma dove? Dentro ai bar, dentro i negozi aperti la sera, dentro i cinema, dentro i ristoranti, sempre dentro qualcosa. Lo straniero sta fuori, vive la città, la sporca e la tortura, la imbratta e la anima, l’italiano deve avere sempre una buona ragione per uscire, altrimenti non esce: esce per andare da qualche parte, ché ad uscire per camminare sotto casa e chiacchierare non serve a niente. Questa è Milano, di sera.

Stasera guarderò le mie piante


Stasera guarderò le mie piante, starò lì vicino a loro e a ciascuna dedicherò il tempo necessario a vederla fiorire. Le piante del mio terrazzo hanno bisogno di cure continue e a volte mi dimentico anche di me stesso – che fortuna – quando sono con loro. Sono per me una magia quotidiana, le mie piante, una vita che cresce, tante vite che mi sorprendono, ogni giorno. La soddisfazione più grande è stata veder nascere dai semi le piccole piante di alisso, di margherite, che ho innaffiato ogni giorno, ho protetto dal sole – poco sole in realtà –  e sono nate davvero e sono moltissime. Oggi mi sento un pò strano, perché devo decidermi a diradare le decine e decine di piantine nate nell’unico vaso. Sono ancora troppo piccole per essere allontanate dalla loro terra di nascita? E se stanno troppo e le più forti soffocano le altre? E se la terra di quel vaso non riesce a nutrirle tutte? Devo anche fare due conti…ma quanti nuovi vasi mi servono, e poi dove li metto…Ah, vorrei trascorrere almeno una settiman sul mio terrazzo per guardare le mie piante, per curare la rosa che sta soffrendo, perché le sue foglie sono mangiate da qualche insetto, per legare la vite americana sul pergolato, per godere del profumo dei garofanini. Ieri un amico mi ha detto che dovrei avere piante particolari sul mio terrazzo, non i soliti fiori che si trovano al supermercato. Mi sono subito irrigidito. Perché? Mi sono chiesto: perché, c’è differenza? Piante particolari? Ma è così bello vederle crescere, anche se non sono particolari. Avete mai visto un cespuglio di trifoglio fiorito? Ah! Allora è meglio avere piante particolari? Capisco…che razza di testa rovinata, il mio amico, rovinata dalla necessità di "eccellere". Come una signora, che conosco, santa donna, ma per lei le piante devono essere sempre belle e fiorite, quindi si comprano già in fiore, preferibilmente. Che senso ha aspettare che crescano? Appunto, ha senso.

benedetto amore, Benedetto Papa


E’ il nome del mio amore, un amore forte, fatto di sguardi e calore, di fiducia e impegno, che ha resistito e resisterà fino a quando avremo la voglia di farlo vivere. L’amore mio è diverso perché ha dovuto combattere per restare in vita, siamo in due e abbiamo avuto la costanza di alimentare ogni giorno la vita del nostro amore. L’amore, se è un amore vero, è un amore diverso perché deve sfuggire alle convenzioni dell’amore, deve trovare l’equilibrio in sé, non ci sono azioni o reazioni predefinite che lo descrivono o lo sorreggono. Per Benedetto XVI io e il mio compagno siamo "fuori" dall’amore, ma non mi importa, mi dispiace, ma credo che sia giusto così. Ho profondo rispetto per la religione cattolica, è una bellissima immagine dell’armonia, ma è religione e dobbiamo prenderla così. Non è la vita e la vita può svolgersi al di fuori della religione cattolica, soprattuto la vita di uno stato. Da un punto di vista personale mi dispiace che che ci sia questa barriera tra il mio amore e la religione cattolica, CONTINUERO’ LA MIA RICERCA. E’ invece triste che uno Stato ascolti le parole del Papa.

in bici a Milano


Oggi ho ripreso la mia bici, ma quanta fatica…!Destreggiarsi tra le vie di Milano, tra auto tram autobus moto pedoni arrabbiati e portinaie innaffiatrici è un’avventura continua. La mia bici mi rassicura, è bella, nera e comoda, sopra di lei mi sento ancora ragazzino, mi sembra di tornare alla mia campagna, dove giro senza mani e leggendo il giornale, tra campi di papaveri e grano, tra granoturco e distese di camomilla. A Milano sono venuto cinque anni fa, per un misero lavoro, e oggi ancora sono estraneo a questa città. La apprezzo, ma non l’amo, perché è così stupida! Così stupida che vuole impressionarti, ma non può darti nulla di più che luci colori suoni sorrisi. E poi ti ruba l’innocenza di sorprenderti davanti al silenzio. Solo una volta ho assaporato ancora questo silenzio dell’anima, dentro una chiesa, in viale corsica. Chissà perché poi, proprio in quella chiesa, mi sono sentito ancora una volta intero e non frammentato nelle molteplici identità che la città ti fa vivere.

Ma come si fa a spendere 600 euro per un cellulare


E’ arrivato il mio collega in ufficio, un essere ripugnante, misto fra l’impiegata tutta moine (si, l’impiegata, anche se è un uomo…!) e il tristo contabile rattristato da una vita senza emozioni. Si è comprato il cellulare nuovo, un coso da 600 euro, che ha tutte le funzioni del frigorifero televisore lavatrice … e guardali sono tutti lì intorno a contemplare il nuovo arrivato – il telefonino. E poi io mi sento criticare quando distrattamente dico che mi piace comprarmi le camicie belle o magari vado a ritirarne una dal camiciaio. Sono cazzate da ufficio? Mi sento discriminato, o forse sono io che sono snob, o forse sono io che amo cose diverse della vita. E fino a qui non ci sarebbe nulla di male, è la bellezza della vita…la presenza della diversità. Ma mi innervosisco, perché alcune volte vedo persone vittime delle tecnologie, delle mode, dei modi. Vedo persone che vivono poi male, vittime dell’invidia, della tristezza, della repressione, persone non libere, nel senso in cui intendo io la libertà. La libertà di crescere e fiorire, come una pianta ben nutrita, di alzarsi in alto e svettare vero il sole, anziché ripiegarsi verso la terra.