Il lavoro divora


L’ho sentito al meeting di inizio anno dell’azienda: voi dovete vivere per l’azienda, perché anche la vostra famiglia riceverà lustro dal prestigio che conquisterete ogni giorno con i vostri successi in azienda.

Ho avuto il desiderio di consegnae subito la lettera di dimissioni, mi sono anche vergognato perché a pronunciare la frase è il presidente dell’azienda ed io sono la faccia delle risorse umane.

Mi dispiace e vorrei dire a tutti i miei dipendenti che non è così, che la vita è fuori e che grazie a quello che è là fuori, ai successi e alle soddisfazioni che la vita di ciascuno offre, solo grazie a questa le aziende crescono. Mi dispiace sentire queste parole pronunciate da un presidente che è la voce di una cultura, quella asiatica, che sta imponendo la propria visione della vita a tutti noi, che l’accettiamo supinamente perchè l’unico metro per misurare il successo di un’azienda, di una cultura di uno stato è la capacità di produrre ricchezza, per pochi.

Mi rattrista ascoltare l’entusiasmo neanche troppo nascosto con cui si inneggia alla grinta dei paesi asiatici, sia da parte dei mass media sia da parte di autorevoli esponenti del mondo politico. Se vogliamo sostenerlo, possiamo farlo, ma allora ammettiamo anche che non sono servite a nulla anni di lotte per i diritti dei lavoratori, e lo dice uno che da sempre è aziendalista, pro azienda e contro il lavoratore.

Il lavoro in quella cultura è sinonimo di vita, la vita si esaurisce nel lavoro. Ad onore del vero anche la nostra cultura occidentale si è abbeverata a lungo alla fonte del lavoro fine a se stesso, ma ha sempre mantenuto una faccia di tolleranza, ha sempre invitato al sacrificio, ribadendo la necessità di un impegno, ma la vita privata, la famiglia, l’individualità hanno sempre rappresentao un fine per tutti.

Non mi piace essere catastrofico, ma pensiamo bene prima di innalzare sul piedistallo culture o paesi, senza consultare le statistiche dei morti a causa di stress da lavoro. 

Annunci

Case senza muri


Sono attratto dai muri imbrattati da scritte e graffiti, soprattutto se il graffito è fatto sui muri appena dipinti e rimessi a nuovo, perché mi piace vedere il segno di chi ha sofferenza e pazzia dentro e cerca di esprimerle schizzando su un bel muro di una costruzione ufficiale nuova.

E’ come se in quelle scritte e in quei disegni leggessi la voglia di partecipare, di contribuire, di ammettere che la società non  è fatta di case dai colori definiti, dalle belle persiane, dalle decorazioni accurate,ma  questi signori del graffito sono banali e monotoni, sempre intenti a ripodurre queste lettere cubitali, a scrivere parole che non si capiscono, a disegnare aborti di fumetti storti.

Ai proprietari di casa arrabbiati posso esprimere la mia solidarietà, ma non credano di vivere in un paese in cui un muro bianco sia garanzia di eleganza e serietà, pulizia e tranquillità: sarebbe uno specchio falso della vita, così come è stata ridotta.

Forse occorre cominciare a costruire case senza muri, nella propria testa e in  quella dei propri figli per permettere loro di non avere alcun ostacolo su cui urlare il proprio malessere. 

Voglia di paratassi


Leggo gli incipit del Premio Gnomo 2009 e noto le nostre Paratassi.

Cominciamo col dire che il Premio Gnomo è un concorso letterario organizzato nel Principato di Monaco. I partecipanti devono scrivere un "Incipit" cioè un inizio di romanzo e la giuria, di cui sono membro, valuta gli elaborati e esprime dei giudizi mediate voto da uno a dieci. Tutti i partecipanti ricevono un premio per il proprio elaborato, generalmente un libro, gentilmente offerto dall’organizzatore. Trattasi di libro direttamente sottratto alla sua immensa biblioteca, quindi trattasi di libro usato e già letto, che il mecenate sceglie e offre in dono. La particolarità del premio Gnomo è che la giuria e i partecipanti coincidono: tutti scrivono il proprio incipit e tutti votano quelli degli altri, senza sapere ovviamente chi sia l’autore.

Il risultato è che in questi giorni mi trovo con centinaia di Incipit da leggere e valutare e mi rendo conto che…è tutta una paratassi. Mai come quest’anno gli incipit sono pieni di paratassi, che non è una malattia ma un modo per dire che non siamo più capaci di articolare il nostro tempo. La paratassi è quella cosa per cui uno scrive facendo frasi brevissime, con periodi semplici, con punti fermi ogni riga e tante "e" a  tenere insieme le idee. A volte riemerge il linguista che dorme in me, quindi vi offro anche la defizione ufficiale: è una strutturazione sintattica per cui in un periodo le proposizioni vengono coordinate, risultando in tal modo equivalenti tra loro e non interdipendenti. È tipica del linguaggio semplice e popolare, e crea l’effetto stilistico di velocità e immediatezza comunicativa (made in wikipedia). La paratassi, questa sconosciuta! Il suo contrario è l’ipotassi ovvero la strutturazione sintattica per cui in un periodo le proposizioni vengono ordinate secondo un rapporto di subordinazione, vale a dire di dipendenza logica o temporale. L’ipotassi ha lo scopo di mettere in evidenza, in modo più o meno esplicito, le relazioni logico-temporali che intercorrono tra le varie proposizioni. È questo il modo di periodare elaborato dalla prosa: il risultato è un taglio stilistico elaborato, lontano dal livello colloquiale (sempre Made in Wikipedia, grazie).

Allora quest’anno scriviamo in paratassi, ma non è solo una specifica caratteristica del Premio Gnomo e dei suoi partecipanti, me ne rendo conto sempre di più, anche sfogliando le pagine dei libri, degli acclamati romanzi sugli scaffali delle librerie.

Certo il libro scorre via veloce come le immagini di un film, ma nell’anima resta nulla, se non la sensazione di aver provato emozioni. Ma le emozioni svaniscono dopo poco. La dipendenza logica temporale che l’ipotassi sostiene produce un effetto duraturo, perché semplicemente ci aiuta a costruire il tempo e a collocarci in esso, è come un esercizio fisico che allena i nostri muscoli ci fa stare in piedi sicuri.

E non è solo da quest’anno, ma da alcuni anni, che ci siamo abituati a scrivere in paratassi e a leggere in paratassi. Grazie TV, per averci fatto imparare a scrivere in paratassi, perché il problema sta tutto lì: scriviamo romanzi come messaggi pubblicitari, scriviamo romanzi come sceneggiature di fiction, evochiamo ma non diciamo, creiamo immagini con le parole, ma non raccontiamo. Laggiù nel nostro cervello si accendono le lampadine che vorticosamente si agitano e ci fanno sentire vivi, importanti esseri pensanti e parlanti, che illuminano il reale chiamandolo con voce intermittente.

L’effetto della Tv su di noi è anche questo. E se fosse soprattutto questo? Perché sappiamo che le nostre strutture linguistiche sono ciò con cui pensiamo il mondo, allora significa che l’affondo della cultura televisiva, ma non solo televisiva, direi più della cultura massmediatica odierna è riuscito: annullate le nostre capacità di vedere il mondo e i suoi nessi causali, pensiamo che tutto accada oggi e subito, che non ci siano cause o responsabili, che un’emozione possa finire ma un’altra possa arrivare, che nulla è certo che tutto può accadere, che occorre accontentarci oggi della piccola luce concessa ad illuminare un nostro ragionamento.

Un romanzo rispecchia il mondo che lo ha prodotto, soprattutto nelle strutture linguistiche che lo sostengono. Teniamoci le nostre paratassi, inoculate bene e dormiamo un sonno leggero perenne…

La casa nella prateria con trucco


La grande fregatura: in edicola sono in vendita i DVD della casa della prateria! Evviva, affermeranno in molti, chi cavole se ne importa urleranno altri. Ma il punto è un altro: le puntate sono state ridoppiate. Questo significa che tu corri in edicola, ti stringi forte al petto il DVD, che è il regalo di natale più bello che potevi farti, corri a casa, non ti togli neppure le scarpe, hai ancora il cappotto addosso e infili il DVD. Parte la sigla, scorrono le immagini, colori bellissimi, sembra proprio appena restaurata, appare il titolo e …

Sorpresa!

I personaggi hanno un’altra voce: mi sono ritrovato così, davanti al video e la mia mano si è allungata in un gesto come se volesse strappare le voci sbagliate ai personaggi. Qesta è una vera e propria presa in giro! Ancora peggio però: oltre al tono di voce diverso, il nuovo doppiaggio ha pensato bene di tradurre con termini più "moderni" l’antico linguaggio dei personaggi e quindi si sentono espressioni mielose come: mac-che-carino! Oppure il nome del paese dove la famiglia Ingalls vive, che tutti gli appassionati sanno essere sempre stato Walnut Grove, pronunciato valnut grov dai personaggi, adesso invece mi diventa uolnut grove. O la piccola laura da sempre chimata dal padre…Scricciolo, mi è diventata:

Puledrina.

E su questa ultima disastrosa gaffe, ovvero il passaggio da "scricciolo" a "puledrina" mi sono fermato a riflettere stanotte. Perché puledrina oggi è meglio di scricciolo?

Quella che è in edicola non è

La casa nella prateria

ma è

La casa nella prateria con trucco

ovvero tutta un’altra cosa.