Eccolo lì, eri tu Povia ad aver rubato Luca alla Carrà!


Palese, più chiaro di così: ecco chi era il misterioso ragazzo biondo che la Carrà vedeva dalla finestra, misteriosamente avvinghiato al suo luca. Eri tu, Povia! Con quel tuo capellone un poco ribelle, biondo cenere, gli occhi languidi da bravo padre di famiglia.

Ti rendi conto, caro Povia, di come ci hai lasciato la Carrà? Dopo la delusione non si è più ripresa: ha cominciato ad assaporare il sapore amaro del destino avverso con "Fatalità", poi ha capito che le restava solo la danza di "Ballo Ballo", ha deciso di bruciarsi i risparmi, intanto il suo Luca l’aveva mollata per un ragazzo biondo, e ha urlato ora "Mi spendo Tutto". Caduta in disgrazia si è dovuta inventare la "Soca Dance" e non ti dico quante ne ha dovuto soc…. subire!

Povia tu hai una responsabilità a Sanremo: dire alla Carrà che… si, Luca era gay ed era il tuo fidanzato da molti anni, ma siccome tu eri povero, l’avevi mandato a lavorare con lei. Ecco, è un pò brutto dirlo a posteriori, ma non si può tradire una donna per sempre, conviene dirlo dopo un pò. Come? Ma ad esempio così, davanti ad un cappuccino tra amiche e amici "Sai Raffa, quel tipo che ti portavi a letto il venerdì, quello figo e palestrato, ecco, cara mia, sappi che dopo averti stantuffata per tredici minuti e portata a casa in un battibaleno, poi veniva da me, cara la mia signora e con me ci passava tutta la notte, si perché Luca era gay e tu non lo sapevi, ma adesso lo sai. E come stai?"

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Luca era già gay, lo dice la Carrà


Non mi mandate a quel paese
ma sono un poco fuori fase
se non mi sfogo con qualcuno
un giorno o l’ altro scoppierò

Era un ragazzo dai capelli d’oro
e gli volevo un bene da morire
io lo pensavo tutto il giorno intero
senza tradirlo neppure col pensiero.
Ma un pomeriggio dalla mia finestra
lo vidi insieme ad un ragazzo biondo
Chissà chi era, forse un vagabondo
Ma da quel giorno non l’ho visto proprio più

Luca, Luca, Luca
Cosa ti è successo?
Luca, Luca, con chi sei adesso?
Luca, Luca, Non si saprà mai!

Credevo di essere attrente
così mi ha detto tanta gente
o lui non ha capito niente
o c’è qualcosa che non va

Eri un ragazzo dai capelli d’oro
e ti volevo un bene da morire
io ti pensavo tutto il giorno intero
senza tradirti neppure col pensiero.
Ma un pomeriggio dalla mia finestra
Ti vidi insieme ad un ragazzo biondo
Chissà chi era, forse un vagabondo
Ma da quel giorno non ti ho visto proprio più

Luca, Luca, Luca
Cosa ti è successo?
Luca, Luca, con chi sei adesso?
Luca, Luca, Non lo saprò mai!

Luca, Luca, Luca
Cosa ti è successo?
Luca, Luca, con chi sei adesso?
Luca, Luca, Non lo saprò mai!

http://www.youtube.com/watch?v=RIqsK4m-2Xs

Ma chi non ha bisogno di un pratico scaldaletto?


Lo trovi da L****, solo per questa settimana, a sole 15.99 euro e insieme potrai anche scegliere una lampada bicolore perfetta per la tua scrivania, aggiungendo solo 1 euro!

Come possiamo rinunciare allo scaldaletto, poi a soli 15.99 euro? Per fortuna che c’é L****, che pensa agli italiani e li fa risparmiare. Vorrei fare un elenco dei beni non necessari e con ciò non intendo i beni di lusso. Quelli hanno una loro ragione d’essere, ma io intendo proprio le cavolate che la pubblicità invita ad acquistare spacciandole come beni assolutamente indispeensabili e per di più a prezzi stracciati. Ecco mi comprerei con 15 euro due bistecche, due e non uno scaldasonno.

La cosa ancora più grave però è il fatto che il messaggio di consumo confezionato da L**** è rivolto ad un pubblico chiaramente debole culturalmente, che rischia di buttare 15 euro per accaparrarisi l’imprescindibile scaldasonno, che normalmente costa dieci volte tanto, forse (non lo so, perché io viaggio ancora a coperte di lane…).

Le cose inutili spacciate per utili, le annoterò e da qui comincia la vera rivoluzione. Non vuole essere una lotta al consumo, lungi da me, ma una guda al consumo autonomo: dovendo fare delle scelte, vorrei vedere le persone capaci di scegliere le cose che danno davvero piacere, non quelle che creano il piacere prima del bisogno. E’ difficile, perché occorre fermarsi un attimo e pensare e oggi il tempo e il silenzio per farlo sono stati rubati.

Devo andare ora, scendo dal ferramenta e casalinghi del mio quartiere, ho deciso di comprare passaverdure per mamma, come regalo di natale intendo. Tempo per l’acquisto dieci minuti, cinque per sceglierlo e cnque per farmi quattro chiacchiere con Marco, il proprietario.

Babbo Natale scivolato su una buccia di mandarino


Babbo Natale quest’anno si butta dalla finestra. Lo vedete lì appeso che cerca di rimanere abbarbicato su davanzali, cornicioni, terrazzini, ma è destinao a cadere, si vede benissimo, anzi secondo me è anche già caduto una volta: avete notato come è tutto storto, spiegazzato, schiacciato e dolorante, come minimo s’è rotto il femore volando dal terzo piano.

Lui dice: lasciatemi entrare, son Babbo Natale.

E dentro rispondono: si, vabbé, raccontalo a qualcun altro, che qui di bocche da sfamare ne abbiamo già, ci manca un vecchio ciccione e malato.

Lui dice: ma vi prego, non vedete che ho i doni sulle spalle?

E dentro rispondono: doni? Ma che dici, lì dentro avrai la tua biancheria sporca di vecchio, per chi ci hai preso, per un’associazione di volontariato?

Lui dice: Ma no, ma voi siete una famiglia, avete bisogno di me ed io di voi…

E dentro rispondono: Noi di te? Proprio no. E piantala di attaccare la tua scala alle pareti del terrazzo, non vedi che mi strappi i fiori! Va via, via. Non ce l’hai una casa tua, che stai semre ad elemosinare a destra e a manca?

Lui dice: Ma io sono Babbo Natale!

E dentro rispondono: Appunto! E allora vedi di andare a scassare i maroni ai figli tuoi, che noi di padri e padrini, padroni e mammoni ne abbiamo già troppi.

Manifesto dell’ottimismo vero


Sono un disadattato, ma chi se ne importa.

Mi sono allontanato dal mondo degli uomini, di quelli che vivono con me, mio malgrado. E’ accaduto lentamente, giorno dopo giorno, che non mi riconoscessi più nella cultura dominante nel mio paese, che non ne condividessi valori, sogni, preoccupazioni ed è stato un pò doloroso e un pò liberatorio.

Oggi viaggio così, un pò fuori dal coro e non lo dico perché è moda dirlo, ma solo perché mi sento davvero un disadattato e ne soffro. Mi conforta solo sapere che ho scoperto e vissuto alcuni momenti di soddisfazione piena, che a volte mi fanno pensare di poter morire anche adesso, contento.

Soddisfazione piena. Cos’è: felicità? Forse, ma preferisco chiamarla soddisfazione e aggiungere quell’aggettivo: piena, che indica la realizzazione della propria umanità, la pienezza dell’essere che riempie la testa, le mani, le braccia, gli occhi.

Non voglio essere né ottimista né pessimista sul futuro, ma mi auguro solo di potere avere sempre le risorse per riconoscermi, amarmi e rispettarmi. Non sono mai stato capace di rinunciare a queste prerogative, all’inizio le sentivo dentro, che mi dilaniavano, perché il messaggio che invece arrivava dall’esterno era proprio di segno opposto. Poi loro, le tre prerogative, hanno avuto la meglio e ho dato un calcio al mondo.

Il mio manifesto dell’ottimismo vero non ha punti, ciascuno si scriva il proprio. Non vorrei fare concorrenza al tuttologo di turno, che da consigli e istruzioni. Manchiamo di tutto ma non di istruzioni, anche laddove sarebbe forse utile non esistessero.

Libere Mutandine Bagnate


E’ molto bello pisciarsi addosso. Entrare nella doccia, tenendo le mutande e pisciare, sentendo tutto il caldo che invade la coscia, oppure indirizzare il membro verso la bocca spingere per fare arrivare lo schizzo, sedersi per terra in salotto senza mutande con il membro che sfiora il pavimento di marmo e pisciare guardando il lago che si forma, infilare il mebro in una tazza di latte freddo e fare pipì dentro per poi darla da bere al gatto, pisciare dentro un collant, pisciare nel confessionale in chiesa mentre si aspetta il confessore, tirando fuori il membro e bagnando bene l’inginocchiatoio, avendo cura di non essere visti da  alcuno. Pisciare è bello, la pipì è calda ed è tutta nostra, nessuno può dirci se dobbiamo o non dobbiamo pisciare. Possiamo pisciare quando vogliamo, basta averne voglia. Pisciare distesi sull’asciugamano in spiaggia, pisciare dentro il bagnochiuma di un’amica, pisciare dentro il posacenere di un bar, pisciare su un passerotto ferito al parco, pisciare sulla testa del passante che corre per andare a pisciare a casa.

La finta povertà d’Italia


Il problema non è la povertà, ma sono i consumi sbagliati. In Italia oggi ci si sente poveri se non è possibile permettersi i consumi stolti che hanno contraddistinto la vita fino a ieri ma questa, se vogliamo chiamarla povertà, è solo povertà di spirito. In Italia viviamo la contraddizione di un paese in cui l’unico insegnamento che passa è: devi regalarti il lusso di qualcosa, del biscotto vellutato, della lingerie diamantata, dell’auto slanciata, della crema ambrata, della banca rinnovata, dell’anima scaricata.

Lo so che oggi sono molte le famiglie che non possono permettersi di mangiare tutti i giorni, oppure le case in cui non si pagano le bollette, i conti correnti in rosso perenne.  Ovunque mi giri sento gente che lamenta il carovita, ma poi cosa vedo: carrelli della spesa con dentro quattro salti in padella, insalata lavata in sacchetto, pane congelato e brioches e qualcuno mi dice anche che con i pochi soldi rimasti non ci si può permettere più niente. Abitudini al consumo sbagliato: questo è il problema. Grande problema.

Siamo stati educati a consumare male, per questo oggi ci si sente poveri. Da un lato perché effettivamente si è poveri, ma a causa di comportamenti d’acquisto poco assennati portati avanti per anni sull’onda di pubblicità martellante e cultura orientata al consumo e non al risparmio. I nostri padri hanno risparmiato, noi no. Perché? Perché le cose costano di più o perché è scomparso il piacere del rimandare a domani quello che posso ottenere facilmente oggi. Questo ci è stato inculcato nelle teste: godi oggi, domani si vedrà. Dall’altro lato si è poveri perché si fa fatica a cambiare modello di consumo, ma a cambiarlo radicalmente, intendo. Non voglio fare della sociologia da quattro soldi, ma c’è qualcosa che non va se ci ostiniamo a non cambiare arrabbiandoci con un governo perché non ci sono più soldi.

L’invito al consumo, fatto dal nostro Presidente del Consiglio, è legittimo ma io farei finta di non sentirlo e comincerei a mettere i soldi sotto il materasso. Chi l’ha detto? Mica è saggio per il solo fatto di essere il presidente del consiglio! Facciamoci un giro al cimitero, oggi. Anziché andare per regali, andiamo a parlare coi morti e cerchiamo di capire dal nonno Salvatore come ha fatto a costruire la casa dove oggi teniamo al caldo le chiappe .

La finta povertà d’Italia


Il problema non è la povertà, ma sono i consumi sbagliati. In Italia oggi ci si sente poveri se non è possibile permettersi i consumi stolti che hanno contraddistinto la vita fino a ieri ma questa, se vogliamo chiamarla povertà, è solo povertà di spirito. In Italia viviamo la contraddizione di un paese in cui l’unico insegnamento che passa è: devi regalarti il lusso di qualcosa, del biscotto vellutato, della lingerie diamantata, dell’auto slanciata, della crema ambrata, della banca rinnovata, dell’anima scaricata.

Lo so che oggi sono molte le famiglie che non possono permettersi di mangiare tutti i giorni, oppure le case in cui non si pagano le bollette, i conti correnti in rosso perenne.  Ovunque mi giri sento gente che lamenta il carovita, ma poi cosa vedo: carrelli della spesa con dentro quattro salti in padella, insalata lavata in sacchetto, pane congelato e brioches e qualcuno mi dice anche che con i pochi soldi rimasti non ci si può permettere più niente. Abitudini al consumo sbagliato: questo è il problema. Grande problema.

Siamo stati educati a consumare male, per questo oggi ci si sente poveri. Da un lato perché effettivamente si è poveri, ma a causa di comportamenti d’acquisto poco assennati portati avanti per anni sull’onda di pubblicità martellante e cultura orientata al consumo e non al risparmio. I nostri padri hanno risparmiato, noi no. Perché? Perché le cose costano di più o perché è scomparso il piacere del rimandare a domani quello che posso ottenere facilmente oggi. Questo ci è stato inculcato nelle teste: godi oggi, domani si vedrà. Dall’altro lato si è poveri perché si fa fatica a cambiare modello di consumo, ma a cambiarlo radicalmente, intendo. Non voglio fare della sociologia da quattro soldi, ma c’è qualcosa che non va se ci ostiniamo a non cambiare arrabbiandoci con un governo perché non ci sono più soldi.

L’invito al consumo, fatto dal nostro Presidente del Consiglio, è legittimo ma io farei finta di non sentirlo e comincerei a mettere i soldi sotto il materasso. Chi l’ha detto? Mica è saggio per il solo fatto di essere il presidente del consiglio! Facciamoci un giro al cimitero, oggi. Anziché andare per regali, andiamo a parlare coi morti e cerchiamo di capire dal nonno Salvatore come ha fatto a costruire la casa dove oggi teniamo al caldo le .

Tristezza annozero


L’atmosfera da funerale di Annozero mi infastidisce ogni giovedì sera: Santoro e company godono delle disgrazie altrui e con un abile montaggio mettono in evidenza la disperazione degli italiani anche quando non c’è o offrono strumenti per meglio collocarsi all’interno della schiera dei disperati.

Prima questione: non ci sono più soldi per comprare.

Far vedere che a causa della crisi economica i supermercati sono vuoti? Ma chi ci crede…? Ma hanno fatto il servizio al lunedì mattina alle 7, forse! Questi giornalisti dovrebbero porsi la domanda cruciale: ma a cosa servo io? Se la risposta è: io servo a descrivere la realtà, allora perché gli stessi giornalisti non si fanno un giro in un centro commerciale al sabato pomeriggio, perché non dicono che gli outlet della moda sono presi d’assalto?

Seconda questione: la perdita del lavoro in fabbrica in particolare nel settore automobilistico.

Perché danno voce a operai che hanno perso il lavoro e di sottecchi strizzano l’occhiolino alla tesi per cui è giusto rilanciare con aiuti governativi il settore automobilistico. Giornalisti e opinionisti che si adoperano a sottolineare l’importanza di un aiuto statale per rilanciare il mondo dell’auto sono uno spettacolo indecente: produrre auto, per cosa? Per venderle? a Chi? A chi ne ha appena comprato una nuova indebitandosi fino alla pensione, attratto dalla prospettiva di un auto "veloce scattante e dalla linea indimenticabile"? Vergogna!

Io esulto all’idea che chiudano molte fabbriche di auto, mi piacerebbe vedere davvero l’impresa impegnata in produzioni alternative, mi piacerebbe vedere un governo impegnato a convertire la professionalità di molti operai che giustamente hanno diritto di lavorare, ma non possono vivere nel passato e sperare di continuare a costruire auto per tutta la vita, chiedendo per di più allo stato di sollevare le loro sorti. Il fatto che ci siano giornalisti o sindacati che cavalcano questa protesta, anziché guidarla verso soluzioni davvero produttive è molto triste e indice di una assoluta incapacità di collaborare per il bene comune.

Vorrei vedere Santoro spiegare come si fa a superare in modo creativo la crisi, offrendo idee su come riciclare, riutilizzare, non comprare. Intanto c’è già  Berlusconi che invita all’acquisto. Possibile che non ci sia una voce che inviti a fare il contrario, senza cavalcare la polemica infeconda che Berlusconi dice fandonie prendendo in giro gli Italiani. Mi aspetto questo da un giornalista schierato, da una redazione che si dichiara dalla parte del cittadino, proprio di quel cittadino che, suo malgrado, non può spendere. Ma se proprio una tale creatività nell’esercizio della professione giornalistica non può essere raggiunta, almeno evitare di diffondere panico.

Ma Annozero si è mai chiesto se ci sono aziende in ITALIA che in questo frangente storico stanno crescendo, stanno assumendo personale?

La torta di zucca di zia Franca


Prendere una zucca, prendere un coltello, prendere un tagliere. Sedetevi comodi al tavolo della propria cucina, ma mi raccomando, deve essere un tavolo grande, di marmo appoggiato su legno. Guardare la zucca, accarezzarla, la sua buccia è verde e rugosa, si… è una zucca mantovana nana. Poi flik, flok, flik flik, flok flik

Pendete una pentola, prendete una brocca di acqua, prendete del sale. Rovesciate l’acqua lentamente nella pentola, ne sentite il rumore? Acqua pulita e fredda che avvolge l’interno della pentola, vi viene voglia di berla. Il sale? No il sale dopo, ma tenetelo lì a fianco, e che sia sale grosso e bianco, dentro una ciotola colorata, ma colorata come vi pare in questo momento.

Pezzi di zucca su un tagliere di legno. Sale marino dalle trasparenze spigolose, acqua che cambia, bolle rumore di bolle. La torta è fatta, non c’è bisogno di chiedere a zia Franca. Zia Franca è in voi, adesso. Le vostre mani cominceranno a muoversi, spaccheranno la zucca, la getteranno nell’acqua bollente, così di fretta, ché la zucca cresce sopra terra e quindi mai buttarla ad acqua fredda, subirebbe uno sciock (leggi "scioc"). Poi prendi la ricotta quella fresca e lamalgami col grana e la cipolla soffritta ma poca cipolla che poi se hai lo scalogno è meglio e meglio di tutto sarebbe il poro (leggi "poro") la zucca dopo venti minuti e bellechecotta la prendi la schiacci e lamalgami ancora con l’altra roba e poi aggiungi due uova, metti tutto dentro la pasta e chiudi tutto in forno a 180.

Grazie Zia, mi sei entrata dentro, in ogni gesto e le tue parole e le tue mani e le tue disperazioni, io le ricordo ogni giorno mentre bevo il caffè in piedi al bar dei beati.