Macellaio che cuce


Ah…io con le teste non sono mai riuscito a fare un bel lavoro. Lo dicevo sempre al dottore: guardi, io al massimo do i punti sulla pancia, ma alla testa, dottore, pensa lei.

Sai è più difficile, io sono abituato a fare la salsiccia e i cotechini, e una volta che ho l’ago in mano e il filo bello resistente è fatta. Comunque, per fare un bel lavoro bisogna segare senza troppe indecisioni: zzz…zzz… e via.

Si parte dalla testa e si va giù, ma con la testa devi stare attento perché c’è il rischio che lo sfiguri, l’ideale infatti è che prima il dottore incida bene la pelle e la sollevi dalla fronte. Poi mentre il dottore toglieva il cervello ad esempio io cercavo di recuperare i pezzetti di testa schizzati via per evitare che poi dopo, una volta cucito, ci fossero degli avallamenti sulla fronte.

La mia specialità era però cucire le pance, che bello! E riuscivo sempre a fare in modo che la cicatrice fosse giusta, né troppo in rilievo, né poco perché si doveva far vedere ai parenti del morto che l’autopsia era stata fatta davvero.

parti


La testa sempre scoperta, ormai consunta dal sole. La base è solida, l’altezza è ragguardevole e la sua punta svetta tra le dune. Ogni volta che lo guardo, il desiderio s’impadronisce di me: l’energia dal cervello spinge il sangue verso di lui e assisto al fenomeno paranormale per eccellenza: il sollevamento del pezzo di carne che comincia a vivere di vita propria. E sbatte contro lo specchio, sul bordo del lavabo, sbatte furiosamente e sempre di più s’arrossa. Lo guardo intensamente e basta, continuo a guardarlo a pensare come è bello e lui mi dimostra la sua gratitudine crescendo

Poi mi sdraio, mi piego su me stesso, fino a farlo arrivare a due centimetri dagli occhi.

Nuovo Curriculum Italiano


Nato alla cascina scacciagallina sulle colline del monferrato, tra galline rosse e galli bianchi, all’ombra di filari di pomodoro e viti d’uva bianca. Le giornate col nonno a mungere le capre, la sera con nonna a pulire fagiolini, a raccogliere e pulire semenze, la mamma e il papà troppo giovani per fare altro di me. Sono stati i miei anni settanta.

Il primo, sempre primo, sempre bravo, il cocco delle maestre, il termine di paragone per tutto a scuola. La passione per la scuola, l’eccellenza dello studio, stuzzicato dalla volontà sempre fortissima di essere il migliore mi hanno trasformato in un mostro. Di bravura, di cultura, di bellezza. Un alienato contadino sceso in città per allibire menti ottenebrate dal senso comune. Un corpo oggetto di sole lodi, un’anima ferita per sempre dal demone dell’onnipotenza. Sono stati i miei anni ottanta.

Verrà e avrà i tuoi occhi


E’ un cimitero vicino al fiume, nel silenzio dei campi di grano e colza, in una mattina d’autunno, senza sole. E’ la mia auto che si ferma, l’unica auto davanti all’ingresso del luogo dove stai, oggi. Caro Fabio, non ho avuto coraggio di venire prima, non ho avuto la forza di incontrarti altrove ed oggi sono venuto qui, perché ho sentito il bisogno di vedere dove ti hanno messo. Il cimitero è vuoto, cammino fra le tombe, non so neppure dove cercarti.

Poi arrivo davanti ad un cancelletto e l’occhio si ferma sul tuo cognome, il bisogno di trovarti mi fa capitolare senza tregua al tuo nome. Ma gli occhi sono chiusi, chiusi, chiusi, la tua foto ha gli occhi chiusi, no, non posso piangere, volevo piangere, avevo bisogno di piangere e invece i tuoi occhi sono chiusi. Come si fa a piangere davanti ad una foto con gli occhi chiusi? Mi rimane lì, il pianto, bloccato in gola, bloccato tra le viscere. Le mie mani sbattono contro il cancello, sono senza forze, sono in balia dell’aria grigia di un giorno d’ottobre.

Sabato prossimo jack festeggerà il suo compleanno e tu non sarai tra noi, non riuscirò neppure a portare con me il ricordo del mio pianto su di te, perché pianto non fu.

Il morso sul collo


E’ il segno di una notte di passione clandestina, e adesso cosa faccio? Sono qui davanti allo specchio che contemplo quello sfregio rosso bluastro, la macchia della scappatella, il segno lasciato da un siculo focoso sul collo di un nordico biancastro.

Fossi donna mascherei in qualche modo, con trucco e parrucco, ma sono uomo, fidanzato e d’aspetto mascolino, quindi è da escludere anche l’uso di sciarpine o collier.

Colazione con il mio compagno, con la mano appoggiata al collo…Uhh!! che male al collo stamattina – con la tazzina del caffè in una mano e l’altra appoggiata a massaggiare lo sfregio. Non si accorge di nulla, il tradito.

Ma dopo tutto, cosa sarà mai, era solo una scappatella…in una sera d’autunno in una Milano viva e pullulante. E per noi, uomini con l’insana passione per il maschio, la soddisfazione del capriccio di una sera si risolve in una facile avventura: basta uno sguardo giusto, passeggiando per la via e si finisce nel uragano della carne.

Se non fosse per il morso…

Accattoni


Hanno due o tre figli e dichiarano reddito zero. In virtù di ciò, qualora dovesse capitare loro di lavorare regolarmente per qualche mese all’anno, godono di tutti i privilegi concessi ai poveri: percepiscono assegni per il nucleo familiare, possono contare su consistenti sconti fiscali e su pronti sussidi di disoccupazione appena il lavoro regolare finisce. Sono gli accattoni d’Italia, quelli che meritano solo l’accompagnamento al confine e non mi riferisco agli stranieri. Conosco personalmente la situazione di molti extracomunitari che sono in Italia, lavorano 12 ore al giorno, pagano regolarmente le tasse e contribuiscono alla crescita del nostro Paese. Per loro le porte devono essere sempre aperte, per tutto ciò che portano all’Italia in termini di cultura, diversità, forza lavoro. Gli accattoni sono per la maggior parte Italianissimi, sono generalmente del sud (Si, GENERALIZZO, perché mi va di farlo, ma la realtà non è lontana dalla mia generalizzazione…) lavorano in modo non regolare, diciamo in nero, per usare un’espressione comune, guadagnano bene, fanno figli e poi si piazzano davanti alla PRIMA TELECAMERA CHE PASSA, per denunciare la loro povertà, per pretendere dallo Stato un riconoscimento.

Siamo cittadini e dobbiamo impegnarci per far crescere lo Stato. Allora auspico uno Stato in cui le imposte siano obbligatorie per tutti, in cui per i dipedenti non siano prelevate alla fonte dal datore di lavoro, ma siano una fattura che arriva a casa di tuttti, sia per chi ha un lavoro sia per chi lavora in nero, a casa di tutti i cittadini. Se non paghi, non hai diritto di stare in Itlaia. Se sei un’azienda e non paghi, hai solo diritto di chiudere i battenti.

Complimenti al governo di sinistra per l’obiettivo raggiunto. E’ riuscito ancora una volta a realizzare il sogno dell’assitenzialismo e del protezionismo: TFR all’Inps, aumento dell’aliquota fiscale (dal 23 al 28%) per i redditi medio bassi e tante altre…

Nuda neve


La vodka è in noi, il caldo della stufa a legna è avvolgente, la musica che va…Please don’t let me be misunderstood

Le mani corrono, i vestiti non ci sono più. Il letto è un gioco a tre per anime su di giri mentre fuori la neve cade, lassù tra le colline, in mezzo al bosco, dove abbiamo deciso di festeggiare. Siamo in tre, lui, la mia amica ed io per un incontro che sta prendendo la direzione inaspettata. Poi lei scappa, dice: NO, in tre NO! E corre fuori in mezzo alla neve, così nuda. Io resto e le mani dell’altro non si fermano, le mani di quell’altro che era il sogno di Lei.

Poi Lei rientra, le preparo un tè caldo, non si è accorta di nulla, è solo imbarazzata. Le dico di stare tranquilla, abbiamo bevuto troppo. Nell’unico letto matrimoniale, caldo e odorante di corpi caldi, cumulo di coperte aggrovigliate, ci addormentiamo. Lei dorme dorme dorme, dormirà dodici ore filate, mentre noi ci amiamo, io e lui, con lei a fianco.

Il sonnifero nel tè le ha donato la serenità  necessaria.