Libertà libido e libagioni


Quando offro una parte di me e lo faccio con amore, allora in quel momento sono libero davvero. Nel gesto che per me non significa perdita ma dono, realizzo davvero il massimo godimento, quello di chi è pieno di vita, creatore di vita a tal punto che “partorisce” altra vita da donare. E questo togliermi da me, crea spazio dentro di me, fa entrare aria nuova, alimenta la combustione, mantiene il calore che io sento di me.

Sento parlare molto di libertà, in questi giorni di campagna elettorale, ma mai come ora sono amareggiato per l’abuso che di questo termine si fa, creando confusione e impoverimento. Dovremmo riprenderci il suo senso, scavando nelle sue radici, etimologiche prima di tutto. Quel LIB che ritrovo nel LIBRARE, nella LIBIDO, nella LIBAGIONE, mi riporta alla mente solo una cosa: una vita piena che posso “offrire” accettando di rinnovarmi sempre, di perdere pezzi di me con amore, di essere pronto alla morte.

La libertà è la capacità di un Paese di creare uomini e donne dotati innanzitutto di quel “più” che permetta loro di donar anche se stessi, il proprio tempo, le prorie cose,senza restare sempre attaccati a qualcosa di fisso, vecchio, stabile, marcio, conosciuto, senza la paura di perdere se stessi e ciò che si ha. La libertà è la capacità di rivolgersi verso l’alto e l’altro, senza essere stretti da vincoli, è lasciare “fluire” la propria capacità creativa, la propria energia anche sessuale liberamente. E’ una vecchia storia, quella che ci insegnano, la distinzione tra la libertà “di” e la libertà “da”, una bella stronzata, direi. Mi piacerebbe dire che l’uomo libero è un uomo che ama senza limite e che non può non amare.

Voterò chi saprà far bene l’amore.

Una mano ed un braccio


Infilati in un culo, non li avevo mai visti prima d’ora, dal vivo, a due metri di distanza da me, reso consapevole solo da quel soave odore di merda diffuso. Che scultura, l’avambraccio è tutto dentro, è come se quell’anno se lo fosse inghiottito e, avido, non lo lasciasse più uscire: non si capisce chi è padrone di chi, chi è il master e chi è il masterizzato. Intorno materassi rossi di finta pelle, pezzi di carta bianca e schizzi di sperma secco, fumo di sigaretta e golosi rumori di ingoi improvvisati, seguiti da sputi e corse per rimediare, laddove si vuole, laddove non si soffoca. Qui tutto è permesso, ma proprio tutto, tutto tutto. E’ permesso farlo senza preservativo, è permesso passare da un culo all’altro, è permesso farsi pisciare in faccia, è permesso picchiare, è permesso gridare, è permesso baciare, spaccare, tagliare.

Lasciate tutto, voi che entrate. Lasciate tutto in un sacco nero dell’immondizia, tutto vi verrà restituito al vostro ritorno, se tornate. Vi scrivono un numero sulla spalla, con un pennarello, è il vostro numero, vi serve solo per recuperare il sacco con la vostra roba, ve lo scrivono perché dirvelo non servirebbe, ve lo dimentichereste. Dottori, Ingegneri, Geometri, Operai, Medici, Attori, Contabili, Presidenti, Idraulici, Scienziati, Cannonieri, Tennisti, Camerieri, Scrittori, Infermieri, Autisti, Doppiatori e Giostrai. Adesso siete solo quel numero sulla spalla: potete fare tutto, siete solo quel numero, potete non fare niente, solo un numero, ma non per gli altri, siete un numero per voi stessi.

Erezione metropolitana milanese


I piedi, benedetti piedi, quelli mi hanno stregato: seduto in metropolitana leggo e sono colpito dai piedi dell’uomo seduto di fronte a me. Piedi curati, grossi, pianta larga, venosi, infilati in un paio di infradito nere. Si lo so, siamo a giugno, di solito le infradito a Milano mi fanno un po’ schifo, soprattutto vederle alle 8 del mattino in metropolitana. Ma queste no, tutt’altro. Il collo del del piede lascia intravvedere la peluria biondo scuro, su pelle già abbronzata. Il jeans è lungo e scolorito, la maglietta rossa a maniche corte: tutto il resto è pelle, corpo scoperto, braccia, collo, mani, labbra, occhi. Sorriso, si perché quest’uomo, questo ragazzo metropolitano delle otto del mattino, mi sta sorridendo mentre lo guardo, mentre lo mangio e lo sento già dentro la mia bocca.

Pensiero cattivo mio: si va bene, è una marchetta, rimettiamoci a leggere.

Pensiero qualunque mio, un pò meno cattivo: certo però che una marchetta alle 8 del mattino in metro… cosa ci fa? Ah, forse torna dal turno di notte.

Pensiero deprimente mio: si però che triste, questo mi ha scambiato per un ricco quarantenne frustrato in cerca di sesso veloce a pagamento.

I miei occhi sono fermi da circa 5 minuti sulla stessa riga del libro, sto diventando strabico nel tentativo di tenere un occhio sul libro e l’altro su di lui: mi sforzo, non riesco, alzo lo sguardo su di lui e scopro che adesso non sorride più, guarda dritto nei miei occhi ed in quel momento è come se mi spogliasse.

Ho un’erezione, ho i pantaloni dell’abito, l’erezione si vede, la copro con la borsa dell’ufficio ed anche lui ha un’erezione, ci appoggia sopra la mano. Io ho doppia erezione, tripla erezione a vedere la mano poggiata sull’erezione.

E tutt’intorno gli altri, quelle signore sfatte con la borsa di plastica e dentro la schiscetta, quelle che le vedi e capisci perché l’uomo le molla. Le donne, innocenti evasioni, non s’accorgono o forse, loro mi direbbero, fanno finta di non accorgersi. Io sento di avere già bagnato la mutanda con le prime gocce di rugiada, lui si alza e si dirige verso la porta per uscire. Avrà al massimo 30 anni, gli occhi sono grigi, visto in piedi è altto, il suo culo è molto muscoloso, il fisico è asciutto, mi guarda e con la mano fa cenno. Dice senza parlare: su andiamo, vuoi o non vuoi passare la mattinata con me a leccare la mia pelle ambrata? Ci facciamo una doccia insieme e puoi accarezzarmi, puoi succhiarmi, poi ti riempirò la bocca con il mio seme e ti piacerà ingoiarlo.

Che faccio?

Sono sceso con lui e vaffanculo al lavoro, quando mi ricapita più un’occasione così. No, non è vero, non sceso con lui, avevo già i pantaloni bagnati, troppo bagnati, appiccicati.

Facciamo come i cani


Che quando si incontrano si annusano, si leccano, si abbaiano, si sbranano, si amano. Invece la vita di noi anime viaggianti nelle mattine metropolitane milanesi è solo illuminata dai non toccarsi, non sfiorarsi, non sentirsi. Vorrei alzarmi in questo momento e accarezzare quel ragazzo che siede un pò più in là, magari dirgli come stai, sentire se la sua gamba è muscolosa, dirgli una zozzeria all’orecchio, infilare un dito nella sua bocca e sentire la sua saliva sulla mano. Ma non si può, non lo so il perché, ma qualcuno ha deciso che non si può, che non sta bene. Qualcuno ha deciso che palpare un altro o un’altra in metropolitana è una schifezza, che è da depravati perversi maniaci sporcaccioni. A me invece sono sempre piaciuti i palpeggiatori, quelli che osano provarci, magari anche in un modo subdolo, quando allungano la mano facendo finta di voler aprire meglio il giornale e con la mano urtano il mio pacco, poi lo fanno ancora, ogni volta che voltano pagina. A me viene duro, lo lascio venire duro, mi piace che si veda il segno sotto i jeans. Quando in piedi in mezzo alla folla tengono le mani dietro la schiena, come farebbe un militare in posizione di riposo, e le premono contro il mio pacco ed io lascio che si avventurino con le dita tra i bottoni dei jeans e che arrivino a toccare tutto.

I want to be your umbrella


Mi chiamava mi pimpolin, mi diceva moro mou, mi infilava un dito in bocca e mi toccava la lingua.

Mi prendeva il membro tra le mani e mi diceva andiamo là dietro che ti bacio

Mi guardava con gli occhi blu e mi diceva ho 44 anni, ma in realtà ne aveva solo 38.

Mi portava a cena sulle alture e mi scostava la sedia per farmi accomodare.

Mi spezzava il pane per darmene un pezzo e mi versava il vino dalla caraffa di latta blu

Mi diceva cosa leggi ma poi si voltava verso il mare e diceva andiamo a far l’amore.

Alle otto il sole non c’è già più e lui mi porta dietro un agave spezzata all’ombra di un pino marittimo solitario. Mi dice I want to be your umbrella. Poi continua a succhiare fino in fondo. Mi guarda ancora e ripete I want to be your umbrella. I want I want I want to be to be to be. Now: eccoti servito. Devi prendere tutte le gocce che cadono, non perderne neppure una. Sei o non sei la mia umbrella? No, non lasciarle cadere, fai in modo che siano le tue labbra a raccoglierle.

E che sia la volta buona che Gabriel sparisca.

Gocce di rugiada su di me


Se una sera d’inverno davanti ad un tripudio di nudità…
Una goccia di rugiada finisse proprio lì, sul finire del maglione
di cachemire, una goccia frutto di una goduriosa masturbazione
E se poi io provassi a lavarla un pochetto,
solo per togliere quel poco di vischiosità
che l’accompagna.

Se poi lasciassi l’indumento ad asciugare
come lascerei un maglioncino una sera senza sega
sulla spalla della sedia, pensando:
Ma sì, domani mattina è asciutta!

Se poi la mattina ti accorgessi che sì.
Si è asciugata, ma è rimasta un pò marroncina
e dura.

La tintora: buongiorno.
Il segaiolo: buongiorno Lidia.
La tintora: che c’è?
Il segaiolo: un maglione, guardi ha una macchietta sul davanti.
La tintora: ah, si, eccola, ma cos’è?
Il segaiolo: mah…non so, sugo d’arrosto?
La tintora: ah…no, solo perché è un pò duretta…
Il segaiolo: eh, Lidia, lo sa, era un arrosto con un sugo un pò denso.

Ma il dubbio mi resta: ma come ha fatto a diventare marroncina questa benedetta macchia di sperma?