Libertà libido e libagioni


Quando offro una parte di me e lo faccio con amore, allora in quel momento sono libero davvero. Nel gesto che per me non significa perdita ma dono, realizzo davvero il massimo godimento, quello di chi è pieno di vita, creatore di vita a tal punto che “partorisce” altra vita da donare. E questo togliermi da me, crea spazio dentro di me, fa entrare aria nuova, alimenta la combustione, mantiene il calore che io sento di me.

Sento parlare molto di libertà, in questi giorni di campagna elettorale, ma mai come ora sono amareggiato per l’abuso che di questo termine si fa, creando confusione e impoverimento. Dovremmo riprenderci il suo senso, scavando nelle sue radici, etimologiche prima di tutto. Quel LIB che ritrovo nel LIBRARE, nella LIBIDO, nella LIBAGIONE, mi riporta alla mente solo una cosa: una vita piena che posso “offrire” accettando di rinnovarmi sempre, di perdere pezzi di me con amore, di essere pronto alla morte.

La libertà è la capacità di un Paese di creare uomini e donne dotati innanzitutto di quel “più” che permetta loro di donar anche se stessi, il proprio tempo, le prorie cose,senza restare sempre attaccati a qualcosa di fisso, vecchio, stabile, marcio, conosciuto, senza la paura di perdere se stessi e ciò che si ha. La libertà è la capacità di rivolgersi verso l’alto e l’altro, senza essere stretti da vincoli, è lasciare “fluire” la propria capacità creativa, la propria energia anche sessuale liberamente. E’ una vecchia storia, quella che ci insegnano, la distinzione tra la libertà “di” e la libertà “da”, una bella stronzata, direi. Mi piacerebbe dire che l’uomo libero è un uomo che ama senza limite e che non può non amare.

Voterò chi saprà far bene l’amore.

Piccole distruzioni continue


Una mazza ed un colpo, alla vetrina di fronte a me, all’auto parcheggiata: solo per il desiderio di distruggere. Che parola consueta quanto nemica dell’oggi è “distruggere: ne abbiamo paura, l’abbiamo connotata in senso negativo, caricata di significati simbolici. Distruggere è cancellare, eliminare, spaccare a pezzi, svuotare, allontanare, annientare, annullare. Etimologicamente è de-struere, de-costruire, l’opposto di costruire che è lodato e ricercato: costruire una casa, costruirsi una carriera, costruire un gioco, costruire una relazione, costruire una società. Costruire è un pò mettere insieme alcune cose per arrivare ad un’altra cosa finale. Solo per questo è buona cosa? Perché avere un fine è buona cosa? Perché senza fine non si può stare?

Distruggere è separare gli elementi messi insieme e annullare la cosa. Oggi abbiamo più bisogno di distruggere, che di costruire. Distruggere non ha un fine, distruggere è liberare spazio, mentale e fisico. Creare vuoto: quanta paura fa il vuoto? Occorre subito riempirlo, ci hanno insegnato, perché non riusciamo a stare dentro il vuoto. Se distruggiamo un palazzo, lo riempiamo con un altro o se si affaccia la coscienza ecologica, con un parco, se si affaccia quella sociale, con un luogo di ritrovo. Piccole distruzioni, continue…portano libertà che è la capacità di muoversi nel vuoto, senza vedersi riflessi in nulla. E’ difficile, ma li capisco, i distruttori arrabbiati.

Vado avanti o torno indietro?


Se vado avanti, rischio. Se torno indietro, muoio.
Andare avanti significa seguire questo potente richiamo alla vita che mi sta trascinando senza freni verso il godimento assoluto.
Tornare indietro significa provare a rientrare nei ranghi, nell’immagine della formica produttiva e contenta, che accumula onori e piaceri fasulli.
Mi sono liberato ed ho provato una gioia senza difficile da esprimere, ho imparato a sentire la vita e non voglio perderla. Cos’è la vita per me? E’ la capacità di sentire con tutti i sensi un movimento continuo dentro e fuori di me.
Se accontento la parte addormentata, allora devo ritrovare il mio limite. Forse io codardo ho già scelto di tornare indietro, ma c’è un problema. Non trovo più il limite, lo cerco, me lo invento, fingo di desiderarlo, ma oramai il limite del desiderio mozzato si fa sempre più invisibile.

Il limite è la misura della felicità concessami, è l’oltraggio alla libertà di crescere e fiorire.

Giocavo a correre in mezzo ai campi di granoturco nella speranza di incontrare l’uomo cattivo.
Camminavo in una piccola cella senza finestre raccontandomi una storia.
Mi passavano il cibo da una piccola fessura.
Non volevo scappare.

Il carcere flessibile e il criminale inventore


Un sbarra si alza, entra un’auto, entra un’altra auto. Più avanti un pullman lascia scendere una ventina di persone, tutt’intorno è verde di prati curati, qualche rosa, ortensie in una mattina d’agosto alle 8.30.

E’ un centro direzionale, così lo chiamano quell’insieme di cemento e alberi – pochi -che ospita per un numero imprecisato di ore al giorno le vite di molti uomini liberi, cioè in libertà vigilata. Allora mi torna alla mente quando ero in servizio alla stazione Carabinieri di Torino Mirafiori, dove al mattino e alla sera venivano a firmare i peggiori delinquenti. Quelli si, erano uomini liberi: era sufficiente che mettessero la loro firma su un foglio al mattino e poi potevano fare tutto quello che volevano per tutto il giorno. La sera tornavano e firmavano ancora il loro esserci, con lo sguardo divertito per la giornata trascorsa magari al bar o a giocare a bocce.

Nel centro direzionale no, non basta firmare al mattino il proprio arrivo e la sera la partenza: c’è tutto un giorno nel mezzo, che viene consumato secondo regole che hai scelto di seguire. Per non perderti, hai scelto di seguire le regole del buon lavoro quotidiano, perché perdersi è consentito solo ha chi ha già scoperto di non avere più centro e ha accettato il nomadismo delle proprie identità: un criminale, un uomo che inventa la vita e la distrugge.

Un uomo una donna una casa


La scelta delle tende, delle piastrelle, dei piatti, dei calici, del colore delle pareti, delle luci, degli asciugamani, dei coltelli, dei quadri.
C’è un uomo che sta per andare a convivere con la sua donna, ma queesta casa non sembra mai pronta! Ogni giorno si aggiunge un dettaglio cui io, zingaro naturale, non avevo pensato. Come si fa ad andare a convivere nella casetta linda nuova nuova di quelle tutte uguali, alla periferia di Milano, se non hai comprato almeno un secondo servizio di piatti per gli ospiti o se mancano i lampadari del bagno?

Lui mi dice che sono sempre d’accordo su tutto, c’è una sintonia perfetta: nella scelta dei modelli, dei colori, dei prezzi. Sintonia? Che razza di sintonia è questa? Io mi aspettavo comunanza di idee, di sogni, di piaceri. Un uomo una donna una casa e il sogno di un consumo perfetto pemanente, l’ancora cui legare l’effimera volontà di creazione rimasta. Ma la chicca, quella che mi ha fatto venire freddo a metà agosto è stata la domanda fatale: sai dove si possono comprare dei libri? Per un secondo mi si accende la lampadina, poi il suo sguardo mi riporta alla realtà: dei libri, si di quelle collane carine, quelli con le copertine uguali, ma i titoli diversi? Per fare una bella biblioteca sopra la tv.

Ho voglia di sinistra, quella vera


Sembra una crociata: abbattere il nemico, costi quello che costi.
Il nemico si chiama Silvio Berlusconi e credo ormai turbi le notti di Bersani e Di Pietro più di una testa d’aglio ingoiata cinque minuti prima di coricarsi: non ci riesce proprio il popolino di sinistra a sognare, a creare, a fare, a lavorare, a pensare, a valorizzare, senza dovere contianuamente richiamare il “Colpevole” di tutte le disgrazie del mondo. Non amo Berlusconi, si certo mi sta un pò antipatico perché penso sia grezzo e di scarsa cultura, ma vorrei vedere un mondo che ignora Berlusconi. Sembra una cosa normale che si faccia una manifestazione pubblica per dire “SOLO” no a Berlusconi? A me sembra indice di una tale scarsità di pensieri nelle teste dei leader di sinistra che la sinistra italiana si merita di stare dov’è ancora per molto tempo, decenni. Fino a che non arriverà qualcuno in grado di elaborare un pensiero senza citare l’ignorante che sta dall’altra parte, senza ricorrere all’uso della lingua inglese con sti cazzo di “…day”.

E poi Bersani c’ha due labbra troppo sottili.

Eran costretti, tutti
a seguir lui, il solo
che avesse una lanterna.
Ma all’alba
tutti si sono dileguati
come fa la nebbia. Tutti. Chi qua, chi là.

(C’è anche chi ha preso,
pare una strada falsa.
Chi è precipitato. E’ facile).

Oh libertà, libertà.Giorgio Caproni

Un italiano in vacanza su una spiaggia qualunque del messico orientale


Colorato, tatuato, telefonato, con cane, con pareo, con occhialone, con mollettone, con orologio, con braccialetto, truccato, con costume nuovo, uno al mattino e uno al pomeriggio.

Parla parla e si muove si muove.

Sono diventato insofferente alle persone non libere, alle persone che vivono in un mondo cui conferiscono senso attraverso l’opinione altrui. Forse sono un pò fuori dal mondo, ma quando il processo è avviato non puoi più tornare indietro e sei costretto a vivere così, sentendoti sempre un pò diverso, sentendo su di te il giudizio di chi ti definisce strano. Ciò che mi dispiace di più è il fatto di trovare sempre meno persone capaci di condividere sensazioni di vita.

“…Il cittadino accender della sera
mi ritrovò solo a ripensare il tempo:
l’anima mia, posta nell’eterno,
mestizia forse, non tristezza
colse”

Clemente Rebora, Curriculum

La pazienza delle sarte (e dei sarti)


Cuci, scuci, ricuci, scuci.
Cuci infine e guardi.
Capisci che hai fatto, tu, quella cosa che tieni tra le mani e che fra un minuto avrai sul corpo, per coprirti.

Cucire è esercitare l’arte della pazienza, della tolleranza. Perché cucendo si sbaglia, anche il sarto bravo, la sarta brava sa che cucendo si scuce, che non si è bravi, non si può pretendere di essere bravi al punto tale da non dover rifare.

Cuci e sai che hai un limite, che è il tuo errore. Quando lo sai, la vita diventa molto semplice, molto bella e capisci che non è solo una question di orlo, di imbastitura, di gessetto o ditale.

E’ vita, cuci, scuci, ricuci, scuci, con gioia. Sono ancora capace di sbagliare, evviva!

Bambina con regalo


Avevo già visto il regalo del finto bancomat per il bambino: così anche lui può prelevare come fanno i grandi – risponde la mamma di fronte al mio sguardo (solo sguardo, perché se avesse solo intuito le parole mi avrebbe cacciato di casa) non osannante.

Adesso ho visto il regalo del finto carrellino set con tutto per la pulizia della casa: così anche lei può fare i mestieri come li fa la mamma – risponde ancora la mamma, un’altra mamma, di fronte al punto interrogativo che si è materializzato sul mio naso.

A parte la locuzione “Fare i mestieri” che non riesco proprio a digerire e mi irrita più dell’urina sugli occhi, ma questa è una digressione linguistica…mi rattristo pensando a chi sono oggi i genitori. Propagatori di una specie eletta a consumare e pulire, forse per cancellare anche la traccia del proprio piede, oltre alla traccia della propria esistenza, come uomini. Pulire, pulire, pulire, quanto tempo dedichiamo oggi a pulire? Pulire come purificare? Forse è questo che vogliamo raggiungere, nell’illusione di ritrovare l’anima persa dentro al consumo.

Io voglio sporcarmi, sempre, voglio dedicare tempo al mio essere nel mondo, esserci con le mani e i piedi ben piantati a terra, che non mi consentano di muovermi oltre il confine del mio volere.

Smettere di fumare


Non lo voglio fare, non mi impegno per farlo, non lo desidero. Ma sta accadendo: sto smettendo di fumare.
Non ho più voglia di fumare, continuo a portarmi avanti e indietro dal lavoro il mio pacchetto di galousies blu, il mio accendino bianco, giallo, verde o di chissà quale colore mi capita di prendere al mattino ma non riesco più a fumare. Prima fumavo circa 5 sigarette al giorno, sono andato avanti così per 15 anni. La domanda sul perché sta accadendo questo mi arrovella: perché sto smettendo di fumare senza volerlo?

Stasera ho provato anche a farmi una tazza di latte caldo e cioccolata, così, per vedere se mi stimolava al fumo, ma non è accaduto nulla. Fatico anche a sopportare il fumo del mio fidanzato, che mi guarda come se fossi diventato un alieno. Forse la ragione è che sto scoprendo di essere sempre più felice ogni giorno? Sto assaporando la vita dopo molti anni di apparente soddisfazione ma profonda tristezza inconsapevole? Secondo me è così, è vero, è come se fosse scattato dentro un meccanismo che mi fa cercare solo l’eccellenza dei sensi ne godere il rapporto con la natura.

Guardo di più, mi fermo di più, mi tocco di più, mi sento di più e …puff. La sigaretta è diventata un passatempo noioso. Parlo di più, cammino di più, paziento di più e …la sigaretta mi fa perdere tempo di vita. Tutte queste cose che ho iniziato a fare mi hanno portato ad abbandonare la sigaretta, involontariamente.