Il Papa parla e tutti stanno zitti


Esiste una alternativa alla famiglia? Una struttura sociale diversa dalla famiglia, qualcosa dove non ci siano ruoli quali la madre, il padre, il figlio, il marito, la moglie socialmente definiti e predeterminati nei desideri e nei comportamenti?

Il Papa dice di no, dice che non può esistere una società sana senza la famiglia. C’è per caso qualcuno che abbia osato dire alla dolce Santità incartapecorita che potrebbe esserci una alternativa? Nessuno. Trovo così banale il papapensiero quando si ostina a sconfinare nel sociale, arrogandosi il ruolo di guida spirituale per tutti. La dolce santità, tutto sommato, fa bene a diffondere la sua visione del mondo, per me è banale, ma rispetto chi vuole credere alle sue parole; tuttavia è una tra le visioni possibili, incapace per giunta di accogliere la complessità, ridotta al rango di trasgressione, ambiguità .

Ciò che mi rattrista è che non c’è un meZzo di comunicazione che si sia posto criticamente il problema delle sue parole. La povera bianca Berlinguer rischia il posto perché ha osato sfumare il commento della dolce Santità ad un brano musicale…
La famiglia è uno dei modi in cui si può rappresentare l’unità minima di una società, è il modo più sicuro per l ‘ordine sociale e spirituale, ma non è l’unico.

I figli degli altri


Incrocio i loro sguardi, distolgo il mio. Non mi va di salutare, forse sono in imbarazzo, forse non me ne frega niente, mi annoiano: sono i ragazzi e le ragazze che un tempo conoscevo, qui al paesello, quelli che magari hanno fatto la scuola con me, le elementari, le medie, il liceo. Non se ne sono andati, loro, ma sono qui, un pò beati un pò inebetiti ed io li guardo, di nascosto, cerco di capire cosa li rende felici, cosa hanno fatto per sè, cosa hanno fatto perché non sapevano cos’altro fare.

Io me ne vado svolazzante con gli occhi un po’ felici e un po’ malinconici, pedalo e sento l’aria in faccia, i miei occhi girano intorno, come quelli di un pazzo, alla ricerca di segni, di un palazzo che non avevo mai notato, di una foglia verde intenso, di un rifiuto abbandonato ai piedi di una giostra. Mi siedo su una panchina mezza assolata e tiro fuori il mio libro, poi mi stendo su quella panchina ed inizio a leggere. Ma non sta bene, alle mamme soprattutto non sta bene e con la voce silenziosa che accompagna lo strappo del braccio, fermano l’incauto figlio che vuole avvicinarsi a me. Lascia stare il signore e prima ancora che me ne accorga vedo gli occhi sorridenti di un figlio che mi fissa, mentre la mamma lo trascina per il braccio e con la bocca finisce di pronunciare parole che potrebbero essere …dorme, malato, strano, cattivo. Le labbra della mamma sono già serrate, con l’altro braccio si stringe al marito pasciuto, al marito rinsecchito, al marito camminante.

Forse dovrei tagliare questa lunga barba.

La neonata nel caffé


Un papà al bar una mattina di febbraio alle dieci con il casco in una mano e il telefonino nell’altra.

Un papà che risponde orgoglioso del risultato dell’inseminazione della sua vacca:
“Come sta Giulia?”
“Bene, è già a casa con la bambina, 3punto620, un amore.

Mi giro meglio verso il papà con il casco in mano e il telefonino nell’altra perché voglio vedere la faccia di questa bilancia automatica dotata di spazio nel cervello per ricordare pure i decimali del peso della sua piccola topa; non può essere, non deve farlo, sta per farlo, ecco che parte. Sorride e passa il telefonino alla barista:

“Ecco, qui siamo ancora in sala parto, è appena uscita”
“Ma che carina!” Come una barbabietola rossa immersa nell’aceto

La voce di lui echeggia dal telefonino, si! Ha messo il vivavoce, casomai avessimo intenzione di perderci le scoregge di sua moglie direttamente dalla sala parto.

“Ludovicaaa, guarda appapà, brava! Ludovicaaaa, Ludovica! Ciao, Ciao, Ciao”

La barista sta ripassando il telefonino all’inseminatore, quando il mio sguardo si posa sul dispaly, che passa a 10 cm dalla mia faccia. No, non dirlo, no non farlo, caro il mio papà. Lo sta facendo, lo sento…

“Vuol dare un’occhiata anche lei?”