Parole d’altre vite


Il cesareo è meglio lui stava svenendo diglielo la piccolina è carinissima la notte non dormiamo si quelli vanno bene ma io non mi fido hai visto con questo freddo gli ho messo la copertina no l’allatto ancora io lui non si sveglia manco morto oh io lavoro mica come te ma guarda mia suocera meglio che stia a casa sua io me l’allatto almeno tre voslte al giorno ah no lei all’asilo manco morta finché posso si la pappa della lines è meglio ah vuoi vedere il filmino di quando è nata?

No.
Era tanto bruttina, sai! Angelo prendi la videocamera, dai dai te la facciamo vedere…
No.
Ma che sofferenza, io ero tutta immersa nella cacca, ahahah…!Dai Angelo, muoviti, che ti sei rincoglionito.
No, davvero, preferisco di No.
Eh, su, guarda che è naturale.

Angelo arriva con la videocamera in mano, si vergogna. Lo guardo, mi guarda. Non vuole, non voglio. Vorrei portarti a scopare, Angelo caro, in giro a sorridere alle ragazze, a comprare le scarpe nuove, a mangiarci il bomobolone in Corso Vittorio. Tu a parlarmi di Sara, io a parlarti di Fabio, tu a chiedermi com’è, io a dirti che è bello mettendoti una mano sul culo. Tu che scappi in avanti e mi fai il dito.

Ti sei riprodotto Angelo. Riprodotto con una gallina da riproduzione superorganizzata e orgogliosa della propria capacità riproduttiva. Ma è naturale, Angelo. Sono io che sto finendo lontano, irrimediabilmente lontano come già scrissi e mi illudo di vedere i tuoi occhi tristi che mi dicono portami via. Ma non è vero, Angelo mio, tu stai bene così, forse un giorno ricorderai con un mezzo sorriso l’amico che non voleva vedere uscire tua figlia da tua moglie e forse ti ritornerà in mente anche un pomeriggio di sole dopo una notte di vino.

Carlo Erba a Milano, per stare insieme.


Abito da queste parti a Milano, vicino alla Torre Carlo Erba, che poi altro non è se non la ciminiera di una fabbrica – la Carlo Erba appunto – oggi sostituita da palazzi ultramoderni per uffici inesistenti.

Lei, la Torre, è rimasta lì, simbolo di anni passati, quando questa parte di Milano, tra Maciachini e la Bovisa, era la zona operaia, di fabbriche e trattorie, di fumi e tute blu, di tram e campagne abbandonate. Adesso questi edifici tutti specchi e luci sono vuoti per buona parte: c’è la Zurich, ci sono la Montblanc, la Universal Music, la Sorin, la Levis, un paio di bar carini, ma c’è ancora moltissimo spazio non utilizzato.

Da qualche settimana qui è arrivata la vita: è gioia pura sotto la Torre. Non c’è traccia di disordine, solo ragazzi stranieri extracomunitari, ragazzi e ragazze che hanno deciso di bivaccare lì, sotto la pioggia, con i loro sacchi a pelo, qualche tenda. Così, nel mezzo della città, tra macchine che vanno e vengono lungo la via Imbonati e luci multicolor dei palazzoni nuovi disabitati ma sempre illuminati, stanno queste persone. Rivolgono gli occhi al cielo, alla cima della Torre, dove sono arroccati altri ragazzi extracomunitari, saliti lassù per protestare contro la burocrazia nella quale sono incastrate le domande di regolarizzazione di milioni di stranieri. Sotto la Torre c’è vita, ci sono sedie sparse e ragazzi con la chitarra, ci sono improvvisazioni teatrali e crepes fatte sul momento da una mamy nigeriana. Sotto la Torre ci sono persone che parlano e discutono di diritti, di doveri, di lavoro. Non ho visto sigle politiche, solo tanta serietà e consapevolezza.

Mi sono fermato, incantato.

Noi non siamo più capaci di riunirci, se non per protestare contro Berlusconi. Non siamo più capaci di riunirci, se non siamo sicuri che tutte le tv, opportunamente preallertate siano lì a riprenderci e i giornali a scrivere di noi. E poi a discutere sui numeri dei partecipanti, per giorni e giorni, con accuse e rivendicazioni. Il vicesindaco di Milano ha decretato che quello che sta accadendo al Carlo Erba è un fallimento perché i partecipanti sono solo lo 0,1% degli stranieri a Milano…Quanta tristezza, Vicesindaco, nelle sue parole. Perché non risponde veramente alla domanda cruciale di quelle persone: perché le domande del 2007 sono ancora ferme in Questura? Lei dice che gli italiani delle case intorno sono stufi e arrabbiati. Sono così tanto disturbati dalla musica e dalle parole di questi ragazzi? Disturbati perché non riescono a seguire le vicende di Maria de Filippi al sabato in TV o perché non riescono a vedere una prima su Sky? Magari questi italiani scendessero in strada! Anzi, io che passo di lì tutti i giorni, vedo sempre più italiani mescolarsi tra questi ragazzi e non sono gli italiani con la bandiera della CGIL sulle spalle e le Hogan da 300 euro ai piedi. Sono gli altri Italiani, magari figli o nipoti di quegli operai che qui sono nati.

Alla Torre Carlo Erba c’è traccia di vita, di complessità. Non dobbiamo sentirci dire di cosa siamo stufi perché lo sappiamo bene di cosa siamo stufi: dei tombini perennemente intasati, di prendersi delle lavate colossali dalle auto che passano perché qualche stronzo non fa pulire i tombini e le strade si allagano anche se piscia un bambino. Non siamo stufi di vita, ma di cacca che esce dalle bocche e non riesce neppure a finire nelle fogne.

Non volevo sbagliare mai


Ho sempre lottato per arrivare prima degli altri, per fare meglio degli altri, come se avessi una colpa speciale da scontare. Mi sono convinto con gli anni che dovevo dimostrare più degli altri il mio valore, per far accettare la mia omosessualità a me stesso: l’eccellenza nel fare per pulire la vergogna dell’essere.
Poi mi sono stancato ed ho scoperto che la vita è fatta anche di sbagli, di arrivi a metà, di cose incomplete.

Io, un bambino, un ragazzo, un uomo felice ma in perenne tensione verso non so neanche io più che cosa, improvvisamente mi sono perso nella ricchezza della normalità. Quella grassa, comoda e calda normalità fatta di risate e carezze, di pianti e indecisioni, di immobilità nell’attesa oggi mi avvolge facendomi accettare un pò di più come uomo.

Non volevo sbagliare mai per timore che mi dicessero è normale che tu sbagli, sei finocchio. Tremendo, ma vero.

Rumore attutito, tonfo profondo, urla.


La tapparella alzata, la finestra chiusa, la coperta addosso.

La nostra coperta è una vecchia coperta militare cui abbiamo cucito un pezzo di lenzuolo bianco per renderla più lunga, la finestra è quella della cucina, da dove si vede la ferrovia e poco più in là quella casetta con una grande serra. La tapparella è rimasta alzata ieri sera perché come sempre ho fatto tardi e mi sono dimenticato di tirarla giù.

Tra poco si sveglia anche l’amore mio e mi rimprovera. Ma dolcemente, magari con un bacio e intrecciando le gambe calde attorno alle mie mi dirà sei un piccolo disastro.

Che folle paura di non essere più capace di sentire il calore della sua pelle: questa sarebbe la più grande punizione, più grande di me. Mi spezzetterebe, mi ha spezzettato. Rotto, frantumato, disarticolato ho provato ancora a nascondermi con la testa tra la nebbia, sono sceso dall’auto in un campo ai bordi della tangenziale ed ho urlato per quietare le gambe tremanti. Rumore attutito, tonfo profondo, non è ancora neve, ma dentro è ghiaccio, dentro me.