La voglia la cazzia l’indecenza la miopia


Ho male agli occhi stamattina, sto diventando miope? Forse. Forse invece sono andato a letto tardi e mi sono alzato molto presto per affrontare il colloquio di lavoro, sto scegliendo il mio prossimo datore di lavoro, alla faccia della crisi. M’ama non m’ama, m’ama non m’ama…sto spetalando i piccoli crisantemi del mio giardino.

Finirò ancora con il mio carnefice preferito? Stamattina ho fatto innamorare l’ennesimo muso giallo, mi sono messo l’abito del colore che lui ama, la cravatta del colore che lui adora, l’inchino fatto al momento giusto il tutto per farmi dire si, ti voglio, voglio te nella mia azienda, ti do tutti i soldi che vuoi, ma voglio te. So essere una brava puttanella… Si ma io non voglio te, eppure ho fatto di tutto per conquistarti, muso giallo.

Perché sono cretino, perché non so resistere alla conquista dell’altro, perché ho sempre voglia di conferme, come dice la mia pseudofidanzata. Oggi mi ha detto che sono un grande insicuro ed io le ho risposto che non c’è nulla di male ad esserlo e chi ti fa credere che il mondo è dei forti e sicuri forse si riferisce al loro mondo, io preferisco quello dell’instabilità che loro non colgono, dell’ambiguità che loro non percepiscono. La mia pseudofidanzata è la donna di cui leccherei le ferite dopo averla accoltellata, per assaporare la differenza tra una lacrima e uno sputo, tra una carezza e uno schiaffo.

Conferme?

Quando un libro in più fa cadere una parete


Siamo alle solite, mancano i libri in forno e poi abbiamo tappato tutti i buchi, o quasi. Apparentemente ordinati nella libreria, divisi per colore come piacciono all’uomo che ama le regine, succede che spuntino libri in mille altri posti impensabili in questa casa.

Oggi ne ho trovato uno in un vaso del terrazzo, dimenticato lì dopo una delle mie letture seminotturne: bagnato, asciufato, ribagnato, come minimo è lì da un mese. L’ho letto e finito, anzi mi ricordo di averlo finito e di essermi addormentato sognando come spesso capita di essere dentro il romanzo a fare il personaggio che manca. Poi mi sono risvegliato talmente lontano dalla realtà che mi sono alzato e sicuramente avventato su una banana, su un budino al cioccolato o su un’albicocca secca.

Ovviamente i miei libri sono una specie di copertina per me, li porto ovunque, spesso in passato mi vergognavo di leggere, da ragazzino soprattutto, non potevo far vedere troppo la mia passione perché temevo la presa in giro degli amici della strada, dei parenti non avvezzi. Ci mancava che mi dessero del ricchione e pure noioso perché per loro – ma anche per molti oggi – la lettura era essenzialmente noia.

Io entrai in una biblioteca la prima volta a dieci anni e ricordo che il signore anziano mi guardava con un misto tra la sorpresa, il viscido desiderio (l’ho capito anni dopo che era viscido…) e la preoccupazione. Non potevo permettermi di comprare libri e allora decisi di usare il servizio pubblico, ma non feci i conti con l’età. Io mi sentivo diciottenne, ma avevo solo dieci anni: forse ero abituato a vivere con troppe preoccupazioni già allora e mi sentivo più grande e in diritto di frequentare la biblioteca. Quel signore mi rispedì a casa, ma tornai dopo qualche giorno e gli spiegai la mie ragioni: non c’era nessuno e acconsentì alla mia esplorazione degli schedari. Presi il Conservatorio di Santa Teresa e da quel momento è inziata la storia.

Strano che mi ricordi un titolo, di solito li dimentico. A volte non ricordo neppure il titolo del libro che sto leggendo, a volte li abbandono a metà, a volte li finisco. Ne leggo almeno tre contemporanemanente e non rileggo mai, se non qualche pagina, magari a distanza di anni. I libri…Li vendo, qualcuno bello lo lascio per strada nella speranza che anche altri possano godere della bellezza, poi lo ricompro, se proprio ne sento il bisogno. Il mio muro cade quando vedo una libreria: sento un impulso fortissimo ad entrare, toccare, sfogliare e mi si apre una porta verso la comprensione di me.

Un’isola d’amore in Grecia


Sono arrivato all’alba, primo a scendere dalla nave, primo a vedere tutti quelli che affittano case camere studio hotel barche, con i loro cartelli e il loro book di foto. Io sono andato dritto verso il furgoncino rosso: è sempre lo stesso da dieci anni, quello che porta verso Maragas, verso il luogo dove le persone si guardano e si baciano.

La mia camera ha una terrazza sulla spiaggia, vedo il mio mare, vedo la chiesetta in lontananza, bevo Latte freddo e Nescafe, con qualche biscotto e mi godo il silenzio dopo la due giorni di MK. Cappello di paglia, la mia maglia militare, che è proprio quella che mi sono portato via dopo l’anno di leva, i miei pantaloni larghi scoloriti, infradito e vado, sono pronto per vivere un’altra vita nell’isola dell’amore.

A settembre questa è l’isola dell’amore, tutti hanno voglia di amare, di perdersi nella gioia di guardare l’altro lentamente. Un ragazzo si avvicina e mi parla in greco, poi mi accarezza la testa e mi invita ad unirmi a lui e al suo amico, arrivano altri ragazzi, parliamo tutti, tutti parlano con tutti, sulla spiaggia del tramonto. C’è chi ti offre l’uva, ma poi magari non ti parla tutto il giorno, c’è chi ti dice che hai una bella bocca e poi continua a leggere e anche tu senti che puoi dire tutto ciò che vuoi e non senti nessun vincolo, nessun obbligo.

In acqua tutti insieme i miei nuovi amici ed io, ci tocchiamo, ci accarezziamo, con molto amore e attenzione ai nostri corpi, senza aspettativa, senza andare oltre perché va bene così. Tutto è consentito, sulla spiaggia dell’amore, nessuno guarda con sospetto, ma solo con piacere e condivisione, dalla spiaggia ci salutano, mentre noi facciamo capriole e giochiamo a improvvisi piaceri d’acqua.

C’è Cristos, Vassilis, Vangelis, Dimitri, Jorgos, l’altro Jorgos, Cristopher e poi Maria e Ana e William con Linda. Ci guardiamo i nostri sessi e a volte restiamo in erezione, ma nessuno è spaventato, le donne a volte si accarezzano con le mani e giocano con le loro dita, alcuni ragazzi si tolgono curiosità ed inibizioni. Poi la sera capita che ci si riveda, magari a cena, senza programma alcuno, capita che si ceni insieme o che si resti con la compagnia del proprio libro e la luce fioca di una lampadina sul tavolo, bevendo raki o nulla.

Il carcere flessibile e il criminale inventore


Un sbarra si alza, entra un’auto, entra un’altra auto. Più avanti un pullman lascia scendere una ventina di persone, tutt’intorno è verde di prati curati, qualche rosa, ortensie in una mattina d’agosto alle 8.30.

E’ un centro direzionale, così lo chiamano quell’insieme di cemento e alberi – pochi -che ospita per un numero imprecisato di ore al giorno le vite di molti uomini liberi, cioè in libertà vigilata. Allora mi torna alla mente quando ero in servizio alla stazione Carabinieri di Torino Mirafiori, dove al mattino e alla sera venivano a firmare i peggiori delinquenti. Quelli si, erano uomini liberi: era sufficiente che mettessero la loro firma su un foglio al mattino e poi potevano fare tutto quello che volevano per tutto il giorno. La sera tornavano e firmavano ancora il loro esserci, con lo sguardo divertito per la giornata trascorsa magari al bar o a giocare a bocce.

Nel centro direzionale no, non basta firmare al mattino il proprio arrivo e la sera la partenza: c’è tutto un giorno nel mezzo, che viene consumato secondo regole che hai scelto di seguire. Per non perderti, hai scelto di seguire le regole del buon lavoro quotidiano, perché perdersi è consentito solo ha chi ha già scoperto di non avere più centro e ha accettato il nomadismo delle proprie identità: un criminale, un uomo che inventa la vita e la distrugge.

I miei blog e cosa sono stati per me e i festeggiamenti i lettori le risposte


Il primo post: scritto in ufficio ovviamente, nel maggio 2006 per non dare un pugno in faccia al mio dirimpettaio. Si intitolava… Ma come si fa a spendere 600 euro per un cellulare. Fu un modo per dare sfogo all’energia che stava scoppiando dentro di me. Avevo un mondo dentro di me, fatto di rabbia ma anche di forza e gioco. Doveva uscire in qualche modo, altrimenti sarei scoppiato. Sono passati più di 4 anni, se sommo le visite di quel blog che era http://chimirimane.blog.lastampa.it
e quelle di questo arriviamo a circa sessantamila….sessantamila arrivi qui. Togliamo pure almeno diecimila (troppe?) che saranno mie. Ne restano cinquantamila, che non sono cinquantamila persone ovviamente, magari sono molte meno, ma le pagine cliccate e secondo me lette sono sempre cinquantamila. I commenti sono circa 800, i post circa 300. In questi giorni sto avendo delle impennate a causa di gabriel garko, poi il pssing va di nuovo forte…l’ingoio. Mi dispiace un pò che questi post siano sempre in testa, chiaramente ci arrivano dai motori di ricerca, io ho anche scritto altro meno maiale. Pazienza…

Quando il blog era sulle pagine della Stampa era una cosa intrigantissima: ti rispondevano molti blogger, molti lettori del giornale on line, persone che avevano proprio voglia di parlare, di esprimere idee, criticare, argomentare. Ora invece secondo me non facciamo altro che farci delle schizzatine di pipì l’uno sul blog dell’altro, così, tanto per farci sapere e far sapere che esistiamo. Mi piacerebbe cambiare rotta: ci penserò. Perché il primo cambiamento deve arrivare da me. Certo che fino a che scrivo cazzate divertenti…si i lettori ci sono, ma magari leggono, schizzano e vanno, come faccio anche io, d’altronde.

Ci penserò.

Meglio non lavorare


Tutti a casa, sotto le coperte oppure davanti ad una bella tazza di caffè, la vestaglia stropicciata intorno al corpo e un bel muratore da spiare mentre arrampicato sulla casa di fronte mostra i muscoli. Ah, questa si che è vita!! Ah….Ah….Fannullone a chi? Io sto benissimo per quanto mi riguarda, sarò fannullone secondo il mio capo, la mia azienda, il giornale padronale che tanto ama le inchieste sul lavoro, ma io sto benissimo e contribuisco alla mia personale crescita, al mio benessere. O qualcuno vuole dirmi che stare così a poltrire mi fa male? Trastullarsi con un buon libro, o semplicemente con una mano, se vogliamo essere proprio goderecci fino in fondo, può forse danneggiare la nostra persona? Quando avrò voglia tornerò a lavorare, nel frattempo si arrangino, si ammazzino di lavoro. Io non sono nato per lavorare. Sta forse scritto da qualche parte che è lodevole lavorare e disdicevole non lavorare. Saranno fatti miei se non lavoro e non mi piace affatto che qualcuno mi definisca fannullone se preferisco trascorrere le ore al bar o a fare shopping! Al limite, se proprio al mio datore di lavoro non piace avere un dipendente che si gode adeguate pause, mi licenzierà, ma continuano ad essere fatti miei. Fannullone è colui che non fa nulla per il proprio benessere, che si lascia morire nel sogno di un impiego, nel sorriso di un superiore, nel premio per una vita spesa a produrre.

Preferisco coltivare.

Due papà per due bambini


Qualcosa mi distoglie dalla lettura della mia Goliarda Sapienza, cerco di scorgere tra culi all’insù, pacchi all’ingiù, tricipiti che sembrano banane sudamericane: ma sono i due papà! Squittisce una topolina a 38 centimetri di distanza dal mio piede sinistro. Allungo il collo, abbasso l’occhiale da Enza Sampò e guardo.

Due marcantoni in calzoncini corti e pettorali superdepilatissimigonfi con al guinzaglio due pargoli: un maschietto e una femminuccia. Le topoline mi ragguagliano:

li hanno avuti da una madre in affitto, lui è un attore, l’altro è un greco che faceva il fotomodello, la madre? Boh, l’avranno pagata ed è sparita, ma guarda come stanno bene, che amooooooori!

Mah! A me sembrano due stronzi egoisti ed esibinzionisti! Dieci occhi increduli sotto sopracciglio peloso al punto giusto mi fuminano. Dalle bocche schiumose tra barbe incolte modello Micene 2010 escono parole amorevoli. Ma come sei antico, ti sta bene stare in Italia, guarda che il mondo va avanti, questo è un segno di civiltà caro mio, guarda che anche due uomini possono dare amore ad un bambino.

Torno al mio libro, questi finocchi sono noiosi e scemi. Continuo a pensare che i due papà siano due pazzi esibizionisti. Vorrei che qualcuno intervenisse per fare cessare lo spettacolo, un poliziotto, un bagnino: guardali lì, si fermano, si guardano attorno, pensano di essere su un set televisivo. E ora. Oplà, i bimbi finiscono sulle loro spalle. Dai, che bello, adesso vanno in acqua e magari li fanno giocare…! No, signori. I due papà fanno tre passi in acqua, con i bimbi sul collo e poi stanno lì, fermi, a guardarsi intorno, sorridenti. Dalla vita in giù in acqua, fuori solo i pettorali gonfidepilatissimi e i denti bianchi per sorrisi da fotocamera.

Due bambini per far aprire le bocche di mille finocchi estasiati. Come avrei voluto vederli giocare con il secchiello e la paletta, magari con altri bambini!

Mi sento l’uomo senza


Mi sento l’uomo senza, a Mykonos.
Prima grave mancanza: sono senza borsa da spiaggia. Mi presento sulla spiaggia sciccosa con uno zainetto anonimo, grigio e rosso con due grosse tasche laterali di rete, tipo da passeggiata in montagna d’estate con la zia.

Ma che ci metti i pesci, lì dentro…La prima topolina squittisce.
Ma ti ci sta tutto lì dentro…La seconda topolina asserisce perentoria con leggera interrogazione sdegno
La terza topolina abbandona la lettura di Vanity, volge lo sguardo, si alza e accarezza il morbido Emporio Armani, come a dire: quello zainetto non ti avrà mai!.
Sento la voce che arriva da sinistra: ma sì, dopo tutto a Mykonos c’è posto per tutti. Una faciullina del gruppo chiosa la fine – quella che pensa essere la fine – del malinteso.

Concessomi l’onore di restare e di mescolarmi alle topoline topolone, pregusto il godimento. Estraggo dallo zainetto il mio telo mare giallino sbiadito con le palme che erano verdi ma sono diventate grigie. Imbarazzo, schifo,tensione. Il clima si fa rovente di rossori e non sono quelli provocati dalla ceretta sul petto. Affondo ancora di più e ….via. Mi tolgo pantaloncini e mutande, restando nudo con il pisello peloso al vento e la faccia dentro lo zaino alla ricerca del costume.

Ma dai ma non potevi mettertelo a casa ma mettiti un telo ma cambiati nella cabina ma cos’è sta roba.

Trovo il mio costumino blu anonimo e lo infilo sballottando bene il pisello e le palle, per togliere qualche residuo di sabbia. Qualche topolina alla vista di tanto trionfo di pelo sta per avere un conato, che assecondo, cominciando a spalmicchiare una crema densa sul petto. Poi mi stendo e…adesso devo andare ad innafiare. Ne riparliamo dopo.

Mykonos e la fanciullona ferita


Accade che uno squittio risvegli la fanciullona morbidamente immersa nella lettura di Vanity Fair. Alla vista della topolina in arrivo, la fanciullona inforca i Gucci e si lancia ll’attacco del triplice bacio. Ma…Trac! Cercando di muovere le gambe alla maniera di Carla Fracci, ma con il quadricipite di Maradona e la grazie di Sandra Milo siliconata, affonda la tibia sull’angolo del lettone prendisole, nel tentativo di aprirsi un varco in quei 38 centimetri che la separano dal lettone a fianco. Ma non può fermarsi ora, la fanciullona e leggermente zoppicante corre verso la topolina in arrivo svolazzante.

Partono i baci…

Ma ciaaaaaao ma come stai ma stai benissimoma quando sei arrivato ma che figo con lo speedo.
Tutto senza prendere fiato, petto in fuori e senza aspettare risposta, sfoderando la dentatura sbiancata, mentre la tibia continua a sbrodolare sangue. L’amico della topolina allora fa notare che c’è qualcosa che non va con la gamba, costringendo la fanciullona incredula ad una poco goduriuosa flessione per capire cosa disturba tanto il parvenu. Sarà la ceretta fatta male, un brufolo enorme – nella mente assolata della fanciullona non c’è spazio per il dolore proprio lì, nella mecca di Mykonos e lui la fanciullona non sente il dolore perché è in costante tensione muscolosa estrema da tacchino spiaggiato. Alza i Gucci, sulla fronte e abbassa lo sguardo, sento che sta per svenire, ma accorrono anche tutte le atre topoline e fanciullone.

Non è niente guarda qui anche io io pure passa non ti preoccupare. L’abbiamo in molti, praticamente tutti.

Che sono, mi domando, le stigmate? Mi guardo intorno e vedo gambe sbucciate, ginocchia incrostate. Ecco i segni, le cicatrici di guerra che fanno dire: io ci sono stato. Io sono scappato dopo 48 ore, con la prima barca disponibile.