Good as you e la rivoluzione


Ho visto il film e mi è piaciuto perché trasmette un’idea di famiglia non convenzionale, finalmente.

Mi ha colpito la battuta di una dei protagonisti che, rivolgendosi al personaggio interpretato da Enrico Silvestrini, in crisi con il fidanzato perché l’altro lo costringe nel ruolo di fidanzato appunto, dice, più o meno, così: ma che bisogno avete di scimmiottare le famiglie degli altri, cercate di vivere in modo diverso, voi che potete…

Una frase del genere, ascoltata una sera d’aprile in un cinema minuscolo del centro storico di Genova, dopo una due giorni di amorevoli pranzi e cene con genitori, suoceri e amici dei suoceri, può suonare come liberatoria, può incitare alla rivoluzione, può convincere a troncare la felicità (altrui) per la perfetta famiglia gay style.

Dobbiamo aspirare ad altro, a qualcosa di diverso dalla famiglia, noi omosessuali.  Invece abbiamo finito per trovarci invischiati nei miasmi della putrescente famiglia, aspiriamo a riprodurne le strutture, aspiriamo a rincorrerne i sogni, aspiriamo a goderne le gioie. E’ sempre una forma di controllo sociale, dopo tutto. Quale migliore garanzia, infatti, di una tranquilla vita di consumatori è quella di giocare alla famiglia perfetta.  E’ solo questione di tempo, ma ci daranno questo privilegio: tra pochi anni saremo anche noi omosessuali fieri del diritto di formare una famiglia, fondata sull’amore, la fedeltà e l’aiuto reciproco, oltre che sui viaggi di nozze, sugli sconti in crociera, sull’acquisto della casa.

Siamo sicuri che è quello che vogliamo o stiamo solo aspirando alle briciole di un’istituzione che non ci appartiene e che non gode – per fortuna – di buona salute.

Il mio compagno ed io, che viviamo apertamente con tutti la nostra relazione, abbiamo lottato per anni affinché i nostri genitori non si conoscessero, affinché le nostre famiglie restassero separate, affinché potessimo restare anormali, senza obblighi di sorta, senza convenzioni da rispettare o ipocriti scambi di effusioni, ma non ce l’abbiamo fatta.

Le maschiefemmine


Capello rasato, pettorale scolpito, bicipite gonfio, tricipite stragonfio. Deltoide disegnato, trapezio ricamato, quadricipite esagerato, addominale stirato. Orecchino al lobo, gamba un pò arcuata, labbra carnose, occhio nero, naso greco, peli.
E’ maschio, maschissimo, mi fa andare nel mondo dei sogni, un pò cullato dall’antibiotico, un pò eccitato dal bagno turco e dal suo costume azzurro. Lo seguo fino allo spogliatoio, lo seguo fino alle docce, lo guardo con insistenza, mi guarda con prepotenza ed io pregusto già il duello.
Davanti allo specchio si massaggia, si spalma di crema, la facca, le spalle, il ventre, indugia. Si gira si spalma i glutei e fa andare la sua mano su e giù, su e giù, si intravede quasi un delicatissimo scuro burroso centimetro di pelle proibita.
Mi sto infilando la calza, per un attimo abbasso lo sguardo sul mio piede, lo perdo di vista e sento lo squittio.
Ma ciaaaaaaaaaaaaaaaaaao, anche tu qui! Si guarda con queste feste non se ne può proprio più. Ma guardami, sono tutta gonfia.Gonfia. Si.
Gonfia. Si
Le due maschiefemmine continuano a confrontarsi a colpi di anca e speedo.

Caro triste trentenne finocchio semirisolto


Potrei scrivere caro Tiziano Ferro, ma mi dispiace tirarlo in mezzo già dal titolo.

Caro, quando scrivi che sono il cuore e il sentimento che ti hanno fatto virare verso il maschi, scrivi una gran cazzata e lo sai, ma ti perdono perché mi fai tenerezza e sappiamo entrambi che a guidarti era ed è il cazzo. Quando scrivi che ti piacevano comunque le donne ma il tuo cuore era altrove, scrivi una gran cazzata. Quando scrivi che stavi chiuso in camera d’albergo a Parigi e Madrid, mi fai morire dal ridere, lo sappiamo che quando il signore delle palle comanda, il cervello risponde e fa muovere le gambe verso i postriboli più sporchi. Ma questo Vanity Fair non avrebbe potuto scriverlo e la tua confessione condita di sofferenze e psicanalisi si adatta bene al pubblico lettore fragile e sensibile del settimanale più glamour per famiglie e finocchi integrati dell’italica ipocrisia. Io amo le tue canzoni, molte tue canzoni, ma avrei preferito che dicessi: si sono gay, e allora? Sempre con questa storia della sofferenza tremenda da esporre in piazza, con un libro poi. Perché alla fine il messaggio che passa è un altro: si può essere gay in questa società di tolleranti ed emancipati, ma solo a costo di un percorso tortuoso e difficile che solo pochi riescono a compiere. E invece no!! Cazzo. Non è così, non deve essere così, altrimenti continueremo ad essere considerati come anormali e ultrasensibili sempre in bilico tra la follia e la disperazione.

Mi sento l’uomo senza


Mi sento l’uomo senza, a Mykonos.
Prima grave mancanza: sono senza borsa da spiaggia. Mi presento sulla spiaggia sciccosa con uno zainetto anonimo, grigio e rosso con due grosse tasche laterali di rete, tipo da passeggiata in montagna d’estate con la zia.

Ma che ci metti i pesci, lì dentro…La prima topolina squittisce.
Ma ti ci sta tutto lì dentro…La seconda topolina asserisce perentoria con leggera interrogazione sdegno
La terza topolina abbandona la lettura di Vanity, volge lo sguardo, si alza e accarezza il morbido Emporio Armani, come a dire: quello zainetto non ti avrà mai!.
Sento la voce che arriva da sinistra: ma sì, dopo tutto a Mykonos c’è posto per tutti. Una faciullina del gruppo chiosa la fine – quella che pensa essere la fine – del malinteso.

Concessomi l’onore di restare e di mescolarmi alle topoline topolone, pregusto il godimento. Estraggo dallo zainetto il mio telo mare giallino sbiadito con le palme che erano verdi ma sono diventate grigie. Imbarazzo, schifo,tensione. Il clima si fa rovente di rossori e non sono quelli provocati dalla ceretta sul petto. Affondo ancora di più e ….via. Mi tolgo pantaloncini e mutande, restando nudo con il pisello peloso al vento e la faccia dentro lo zaino alla ricerca del costume.

Ma dai ma non potevi mettertelo a casa ma mettiti un telo ma cambiati nella cabina ma cos’è sta roba.

Trovo il mio costumino blu anonimo e lo infilo sballottando bene il pisello e le palle, per togliere qualche residuo di sabbia. Qualche topolina alla vista di tanto trionfo di pelo sta per avere un conato, che assecondo, cominciando a spalmicchiare una crema densa sul petto. Poi mi stendo e…adesso devo andare ad innafiare. Ne riparliamo dopo.

Mykonos e la fanciullona ferita


Accade che uno squittio risvegli la fanciullona morbidamente immersa nella lettura di Vanity Fair. Alla vista della topolina in arrivo, la fanciullona inforca i Gucci e si lancia ll’attacco del triplice bacio. Ma…Trac! Cercando di muovere le gambe alla maniera di Carla Fracci, ma con il quadricipite di Maradona e la grazie di Sandra Milo siliconata, affonda la tibia sull’angolo del lettone prendisole, nel tentativo di aprirsi un varco in quei 38 centimetri che la separano dal lettone a fianco. Ma non può fermarsi ora, la fanciullona e leggermente zoppicante corre verso la topolina in arrivo svolazzante.

Partono i baci…

Ma ciaaaaaao ma come stai ma stai benissimoma quando sei arrivato ma che figo con lo speedo.
Tutto senza prendere fiato, petto in fuori e senza aspettare risposta, sfoderando la dentatura sbiancata, mentre la tibia continua a sbrodolare sangue. L’amico della topolina allora fa notare che c’è qualcosa che non va con la gamba, costringendo la fanciullona incredula ad una poco goduriuosa flessione per capire cosa disturba tanto il parvenu. Sarà la ceretta fatta male, un brufolo enorme – nella mente assolata della fanciullona non c’è spazio per il dolore proprio lì, nella mecca di Mykonos e lui la fanciullona non sente il dolore perché è in costante tensione muscolosa estrema da tacchino spiaggiato. Alza i Gucci, sulla fronte e abbassa lo sguardo, sento che sta per svenire, ma accorrono anche tutte le atre topoline e fanciullone.

Non è niente guarda qui anche io io pure passa non ti preoccupare. L’abbiamo in molti, praticamente tutti.

Che sono, mi domando, le stigmate? Mi guardo intorno e vedo gambe sbucciate, ginocchia incrostate. Ecco i segni, le cicatrici di guerra che fanno dire: io ci sono stato. Io sono scappato dopo 48 ore, con la prima barca disponibile.

Il ritorno del tunisino


Sull’autostrada A7 una domenica di fine agosto vedo inspiegabilmente molte automobili francesi, tedesche, olandesi: sono stracariche di roba sul tetto, sul lunotto posteriore, sui sedili. Alla guida neeun biondiccio dagli occhi chiari e la pelle bianca, ma splendidi nordafricani con moglie velata a fianco e marmocchi tra le vettovaglie sul sedile posteriore. Stanno tornando dalla vacanza nelle loro terre, hanno visi tristi di chi ha vissuto un periodo d’amore perduto.

E’ arrivata la nave da Tunisi e il porto di Genova è un brulicare di occhi gialli, corpi caldi, bocche innamorate e veli azzurri. Mani grandi che stringono cartoni e corde, sguardi verso il mare sul quale il sole a destra tramonta mentre le auto tutte in fila vanno via, escono e si allontanano chissà per quanto, per un altro anno.

Quante vite nomadi, strappate. Ieri nel cortile della moschea di Tunisi, oggi verso una casa di ringhiera milanese o ancora più su, una periferia parigina, un ghetto di Francoforte. Mi viene da piangere, ma io non faccio testo, piango sempre, anche quando i mangio i pomodori. Lui, il mio caro compagno mi dice ma no, magari erano dai parenti in una casa schifosa di Tunisi senza il cesso e non vedevano l’ora di scappare…!

Scatoloni, coperte, nylon, corde e un materasso matrimoniale con i comodini e lo specchio accatastati su una Polo targata PN. Alla guida un meraviglioso uomo con il mare negli occhi sulla pelle ambrata, passiamo, lo superiamo, lo guardo e ci sorride. Si è comprato i mobili per sposarsi, dice lui, il mio compagno. Cazzo, ma devi rovinare sempre tutto! Facciamo che è il fratello dello sposo che arriva in Italia con un regalo da parte dei genitori e va a Pordenone. Lasciami illudere, almeno.

In vacanza senza valigia


L’avevo già fatto dieci anni fa, lo ripeto quest’anno. Un pò per necessità, un pò per piacere. Non vado lontano, vado in Grecia, in un’isola che conosco bene e che non è Mykonos. Vado altrove, dove c’è una camera sulla spiaggia, una taverna, la tunasalada, il tarama, i pomodori ripieni, lo stifado. Mi porto solo uno zainetto con qualche maglietta, un paio di calzoni corti e un pò di libri. Non c’è musica, non ci sono pettorali gonfi, non ci sono cocktail, al massimo qualche cocktale. Abbandonerò le magliette usate e puzzolenti e tornerò senza nulla, solo con i libri, sempre che non decida di abbandonarne qualcuno molto bello.

…Sentivo lo scricchiolio,
nel buio, delle mie scarpe:
sentivo quasi di talpe
seppellite un rodio
sul volto, ma sentivo
già prossimo ventilare
anche il respiro del mare.

L’ha scritta Giorgio Caproni, io scrivo arrivederci. Tornerai desiderio innocente follia.

Tollerante sarai tu, ignorante sindaco di Roma


Un ragazzo viene pestato a morte dopo essere uscito da un locale gay a Roma e il sindaco di Roma, Sig. Alemanno, dice che “Roma è una città tollerante, certi episodi non devono più accadere”.

E chi se ne importa della tolleranza di Roma? Roma non ha da essere tollerante perchè non c’è nulla da “tollerare”, caro Sig. Alemanno. Tollerare? Perché un gay è uno da tollerare, al pari delle zanzare, dei ladri, dell’inquinamento atmosferico, dei criminali? Non voglio la tua tolleranza, ignorante Sig. Alemanno.

Questo ragazzo sta perdendo un occhio e lui si dichiara tollerante, auspica una maggiore tolleranza, difende lo spirito di telleranza, si batte per la tolleranza. Ma se si battesse per l’ignoranza sua e di tutti quelli che vogliono tollerare gli altri perché non sopportano il proprio puzzo di muffa cerebrale forse riuscirebbe ad assumere un espressione meno contrita nelle sue pubbliche esternazioni.

Non mi sono mai battuto per enfatizzare il pietismo verso i gay sopratutto quando vengono pestati perché per me è grave a prescindere dal fatto che siano gay. I media vogliono riempirsi la pancia con le disgrazie etichettate perché così hanno già il lessico adeguato a inquadrare qualcosa di scomodo e sconosciuto, i politici parlano subito di omofobia, tolleranza, rispetto. Ma che cosa siamo? Uomini o scomodi inconvenienti da tollerare?

Mi voglio fare sbattere…fuori


Che sono gaio. Lo dico e spero in un licenziamento con buona uscita e buona pace del mio direttore e del mio presidente. Sono arrivato a questo punto, di voler giocare l’ultima carta: mai si terrebbero un dipendente gaio in una posizione come la mia e la mia gaiezza forse potrebbe aiutarmi in un downshifting con i fiocchi. Chi l’ha detto che è discriminazione? Magari lo fossi, discriminato. Sanno benissimo che non potrebbero criticarmi apertamente per il mio orientamento sessuale e sanno benissimo che non ho peli sulla lingua (tranne in rare occasioni…di fellatio arruffata e infuocata, actually) per informare le persone giuste del fattaccio.

Che brutto, sto cadendo e cedendo sulla logica del ricatto. Ma se funzionasse? D’altronde manca un piccolissimo passo. In realtà mi stanno già attaccando e se non fosse per il mio infinito giocare e prendere per il culo i perbenisti rispondendo con le battute più spiazzanti, sarei già finito in depressione. Battute del tipo che il megapresidente ti viene vicino, ti tocca la camicia e dice che è troppo sottile e che si vede che sei debole (Leggi: frocio), oppure l’altrocapone che ti vede con l’ombrello giallo e arancione – sinceramente a me piace e lo trovo molto maschio, ma questa è un’altra storia) – ed esclama dopo dieci minuti: ma di chi è st’ombrello da checca. Oppure che se ti prendi un’influenza e ritorni Lui ti dice che ti ammali troppo ed avresti bisogno di una bella esperienza forte…

Facciamola finita: datemi 200.000 euro e sparisco.

Piscio in bocca (golden rain again)


Ossessione per vedere un pene che piscia, ossessione per sentire il caldo che bagna la pelle quando ancora vestito ti lasci andare, ossessione infinita di spiare l’altrui membro che piscia dentro i cessi di un autogrill.

Con la bocca aperta aspetto che giunga il getto forte dentro, poi un altro e un altro ancora e sento che non tutti imprimono la stessa forza. Certo molto dipende anche dalla larghezza del glande e del buco, non tutti i glandi sono fatti per il pissing. La pioggia deve uscire da un glande rosato e bello tondo, possibilmente con un pò di prepuzio e rigorosamente a riposo.

Nel pisciatoio di una famosa discoteca di Milano, tempo fa, anni fa c’era l’abitudine di toccare i membri degli altri mentre pisciavano, sporcandosi anche bene le mani: era uno di quei pisciatoi a parete ma la cosa bella era che andavi a pisciare proprio con la consapevolezza che quello era il posto dove potevi toccare gli altri mentre pisciavano. Quindi ti avvicinavi, tiravi fuori il tuo e poi cominciavi a guardare quello dei tuoi vicini e loro il tuo, ma appena iniziavi a pisciare c’era subito quello che ti metteva una mano davanti per sentire bene il piscio caldo che usciva.