Olop


L’ha detto, me lo aspettavo. Non sbagliava una parola, infilava tre parole inglesi ogni tre italiane, infarciva di acronimi e sorrisi.

Poi è arrivata all’esposizione del concetto chiave che fa muovere il mondo degli addormentati stimolati dalle benzodiazepine assunte in quantità sesquipedale da troppo tempo.

“Dobbiamo insegnare alle persone a diventare imprenditori di se stesse”.

Incrocia il mio sguardo perplesso, cui segue uno sbadiglio. Certo come capetto del personale dovrei appoggiare, sposare la causa. Il mio annuire sarebbe il modo migliore per lavarsene le mani, prendere un bel luogo comune, quello che il dipendente diventa più produttivo se gli si lascia la libertà di responsabilizzarsi, abbracciare la causa che in fondo in fondo l’azienda gli offre la possibilità di realizzarsi come persona.

Ma sbadiglio, sto zitto, la riunione si fa imbarazzante.

Triste è la vita imprenditorializzata, maschera di facile applicazione per visi invasi di immagini esangui e sfuggenti, per anime incapaci di costruire un’identità che sorvoli il mutevole crescere di un bisogno di riconoscimento e commercio.

FINE.

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I want to be your umbrella


Mi chiamava mi pimpolin, mi diceva moro mou, mi infilava un dito in bocca e mi toccava la lingua.

Mi prendeva il membro tra le mani e mi diceva andiamo là dietro che ti bacio

Mi guardava con gli occhi blu e mi diceva ho 44 anni, ma in realtà ne aveva solo 38.

Mi portava a cena sulle alture e mi scostava la sedia per farmi accomodare.

Mi spezzava il pane per darmene un pezzo e mi versava il vino dalla caraffa di latta blu

Mi diceva cosa leggi ma poi si voltava verso il mare e diceva andiamo a far l’amore.

Alle otto il sole non c’è già più e lui mi porta dietro un agave spezzata all’ombra di un pino marittimo solitario. Mi dice I want to be your umbrella. Poi continua a succhiare fino in fondo. Mi guarda ancora e ripete I want to be your umbrella. I want I want I want to be to be to be. Now: eccoti servito. Devi prendere tutte le gocce che cadono, non perderne neppure una. Sei o non sei la mia umbrella? No, non lasciarle cadere, fai in modo che siano le tue labbra a raccoglierle.

E che sia la volta buona che Gabriel sparisca.

Ma come sta la sua signora?


Lei è bionda, alta, magra. Avrà 40 anni, vestita con jeans camicia bianca e giacca di velluto celeste.
Stiamo parlando ormnai da due ore, il colloquio più lungo che abbia sostenuto in questi ultimi tempi, solo che questa volta sono io ad essere intervistato e lei a fare le domande.

Si parla di orari di lavoro, di sacrifici, di lunghe code in auto, tutto con un pò di complicità, anche se ci conosciamo poco, ma siamo due Responsabili del personale che si studiano e si annusano e quindi un pò di cameratismo sta bene.

E arriva alla domanda divertente: ma la sua compagna fa orari lunghi come i suoi? Per un attimo ho la tentazione di rispondere in modo neutrale, parlando in modo generico. Ma improvvisamente mi viene fuori quel: no, veramente ho un compagno, ma comunque anche lui fa orari folli come i miei.

La Sventurata rispose…cioè la spilungona abbassa lo sguardo e blatera: mi scusi, non volevo essere inopportuna. Ed io ribatto Ma no, non c’è problema. E invece il problema c’è. Avrei preferito che mi avesse detto: ma davvero, cioè Lei vive con un uomo, cioè lei è gay? Ma guarda un pò, non l’avrei mai detto…oppure mah…a me un pò sembrava!! E invece è corretto, secondo l’ipocrisia contemporanea, abbassare lo sguardo e non interessarsi troppo, come se stessimo parlando di una cosa riservatissima e un pò vergognosa.

Non lo so se ho vinto


Faccio finta di avere vinto.

Preparo la valigia domani mattina e prendo un volo per Cipro, poi affitto un’auto e vado a Salamina, dritto dritto al Mimosa Hotel.

Sto lì giorni e giorni, faccio colazione con la ricotta ed il miele, le pere e il latte, il pane fresco e la marmellata di fichi, sto li giorni e giorni, ma non lo dico a nessuno.

Sto lì insieme al mio compagno, dopo anni di vita insieme sempre a seguire le disgrazie altrui che si sono abbattute sulle nostre vite, sto lì con lui per capire che possiamo ancora sorridere insieme.

Non lo so se ho vinto, ma camminando con la borsa della spesa pesante in una mattina di pioggia a Milano, ho incrociato lo sguardo di un ragazzo e ho capito che era felice. Di vivere e basta, di tutti i soldi del mondo non sa che fare, il ragazzo che incontro.

Forse non ne ho bisogno neanche io, so quello che mi fa bene, l’ho capito. E visto che mi voglio bene, presto l’otterrò. Non sono quei soldi però, quelli sarebbero solo il paravento per fare altro. Ho molta paura di tirare fuori tutti i quaderni, sono anni che non leggo più quelle pagine, le ho scritte quando stavo molto male. Le mie mani già tremano al pensiero di aprire quella scatola, ma me lo devo. Molte pagine sono finite dentro l’intercapedine del muro, le ho nascoste lì dentro per essere certo che non le avrei più lette, che non sarebbero più esistite.

Non lo so quanto resiterò ancora, in apnea.

Caro triste trentenne finocchio semirisolto


Potrei scrivere caro Tiziano Ferro, ma mi dispiace tirarlo in mezzo già dal titolo.

Caro, quando scrivi che sono il cuore e il sentimento che ti hanno fatto virare verso il maschi, scrivi una gran cazzata e lo sai, ma ti perdono perché mi fai tenerezza e sappiamo entrambi che a guidarti era ed è il cazzo. Quando scrivi che ti piacevano comunque le donne ma il tuo cuore era altrove, scrivi una gran cazzata. Quando scrivi che stavi chiuso in camera d’albergo a Parigi e Madrid, mi fai morire dal ridere, lo sappiamo che quando il signore delle palle comanda, il cervello risponde e fa muovere le gambe verso i postriboli più sporchi. Ma questo Vanity Fair non avrebbe potuto scriverlo e la tua confessione condita di sofferenze e psicanalisi si adatta bene al pubblico lettore fragile e sensibile del settimanale più glamour per famiglie e finocchi integrati dell’italica ipocrisia. Io amo le tue canzoni, molte tue canzoni, ma avrei preferito che dicessi: si sono gay, e allora? Sempre con questa storia della sofferenza tremenda da esporre in piazza, con un libro poi. Perché alla fine il messaggio che passa è un altro: si può essere gay in questa società di tolleranti ed emancipati, ma solo a costo di un percorso tortuoso e difficile che solo pochi riescono a compiere. E invece no!! Cazzo. Non è così, non deve essere così, altrimenti continueremo ad essere considerati come anormali e ultrasensibili sempre in bilico tra la follia e la disperazione.