Non lo so se ho vinto


Faccio finta di avere vinto.

Preparo la valigia domani mattina e prendo un volo per Cipro, poi affitto un’auto e vado a Salamina, dritto dritto al Mimosa Hotel.

Sto lì giorni e giorni, faccio colazione con la ricotta ed il miele, le pere e il latte, il pane fresco e la marmellata di fichi, sto li giorni e giorni, ma non lo dico a nessuno.

Sto lì insieme al mio compagno, dopo anni di vita insieme sempre a seguire le disgrazie altrui che si sono abbattute sulle nostre vite, sto lì con lui per capire che possiamo ancora sorridere insieme.

Non lo so se ho vinto, ma camminando con la borsa della spesa pesante in una mattina di pioggia a Milano, ho incrociato lo sguardo di un ragazzo e ho capito che era felice. Di vivere e basta, di tutti i soldi del mondo non sa che fare, il ragazzo che incontro.

Forse non ne ho bisogno neanche io, so quello che mi fa bene, l’ho capito. E visto che mi voglio bene, presto l’otterrò. Non sono quei soldi però, quelli sarebbero solo il paravento per fare altro. Ho molta paura di tirare fuori tutti i quaderni, sono anni che non leggo più quelle pagine, le ho scritte quando stavo molto male. Le mie mani già tremano al pensiero di aprire quella scatola, ma me lo devo. Molte pagine sono finite dentro l’intercapedine del muro, le ho nascoste lì dentro per essere certo che non le avrei più lette, che non sarebbero più esistite.

Non lo so quanto resiterò ancora, in apnea.

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Il taglio della manica


Ogni volta che uso la mia macchina da cucire il tempo sembra non finire mai: ieri sera ho accorciato un paio di jeans, ho finito la scollatura del tubino per Sara, ho trasformato una camicia a manica lunga in una a manica corta, con inserimento del polsino all’altezza del bicipite. Il mio compagno dice che sembra un pò camicia della nonna per la prima comunione del nipote, ma vedrete che la indosserà, eccome se la indosserà. Una bella camica a righe bianca e azzurra che lui ha strappato ed io ho prontamente riparato con ausilio di creatività, gessetto, forbici, filo e ago. Me lo vedo già gironzolare per Milano, con il suo bicipite abbronzato che esce dal polsino aperto a metà braccio. Riparare gli abiti è davvero divertente, mi fa risparmiare tempo, cervello e soldi, mi permette di pensare, toccare, riconquistare la mia manualità.

Quello che un pò mi turba è che il cucito è proprio un passatempo da finocchio ed io certo, lo sono finocchio, ma sono anche ancora un pò represso in questo senso: se mi fosse venuta la passione per le riparazioni dell’auto o del cesso, magari sarei andato in giro con il cartello sono un meccanico e sono idraulico e sono finocchio, ma invece sta passione dela taglia e cuci mi crea qualche imbarazzo. Non dovrei? Forse. Fa troppo luogo comune, quella del finocchio cui piace cucire, fa un pò vecchia zitella finocchia, neanche stylist o fashionchecazzoneso, ma proprio vecchia zia. Rischio pure l’allontanamento dei fashion group starnazzanti della Versilia se mi presento con il cesto per il cucito e il ditale! Ops…infingardo.

La grande illusione


Io ci sono finito dentro, mi sono rotolato in Lei, nell’illusione di un mondo fatto di esseri che consumano, producono e consumano. Si sono dimenticati di dirmi che oltre a consumare e produrre, si può anche vivere, se lo sono dimenticati tutti quelli che mi hanno raccontato la vita. Mamma e papà ci sono finiti dentro per primi, nella grande illusione, lasciando la vita dietro il sogno di un tempo agiato.

La grande illusione. Quella di vivere in un mondo con i confini, di muovermi dentro uno spazio lineare, di ap-prezzare le cose, prima ancora di saperle creare.

La grande illusione. Quella di volere essere riempito, di riempire e di aspirare alla saturazione, in un continuo accumularsi dentro e fuori di me.

La grande illusione, che va bene così, dopo tutto, che in fondo in fondo non si sta troppo male e che il male è necessario, che si sopporta, dopo tutto.

Oggi non Consumo


Mi alzo e non accendo la luce, non mi faccio il caffe, non accendo la radio, non uso la lavatrice, non prendo l’ascensore, non guido l’auto né prendo alcun mezzo pubblico. Ogg non consumo, ma vivo. Come posso fare?

E’ una sfida, se penso a quanto è “consumo” ogni giorno, cioè quanto ricorro all’utilizzo di energia, di soldi, di acqua, di telefono. Oggi non cosumo e voglio ripetere ogni settimana questo appuntamento, per un solo giorno alla settimana, ch sarà il mio shabbat personalissimo.

Non me ne vogliano gli ebrei praticanti, non è banalizzazione questa, ma solo voglia di uscire dalla prospettiva di una vita solo orientata allo sfruttamento di qualcosa, al consumo di qualcosa.

Cosa fare per vivere il mio giorno “Oggi non Consumo”? Provate a immaginare come organizzereste il vostro tempo, quante cose potreste fare e quante non potreste fare.

Nel mio giorno “Oggi non Consumo” parlerei con qualcuno, faccia a faccia, camminerei nel mio quartiere, farei una partita a carte, non potrei neppure cucinare perché anche questo è utilizzo di energia. Mi limiterei a mangiare, poco, magari qualche avanzo del giorno prima.

Mi sento un pò disadattato


Per non dire diseredato. Da questa società che si sta mangiando le seu persone, da queste persone che si nutrono al pascolo della scelta interminabile, digiune completamente di ogni anelito di creazione.

Ormai mi sento lontano, terribilmente lontano, quasi pazzo. Ma la pazzia mi fa bene e non escludo possa salvarmi.

Penso e ripenso ogni giorno: non ha più senso quello che faccio. Lavoro, lavoro, lavoro e solo lavoro e il resto è solo tempo programmato secondo gli usi della società del lavoro.

Chi mi rimane, si intitolava il mio blog precedente, quando mi restava almeno la speranza di cambiare restando dentro la società, ma non si può restare dentro.

Mi sembra di essere cirocondato da persone senza anima.