Erezione metropolitana milanese


I piedi, benedetti piedi, quelli mi hanno stregato: seduto in metropolitana leggo e sono colpito dai piedi dell’uomo seduto di fronte a me. Piedi curati, grossi, pianta larga, venosi, infilati in un paio di infradito nere. Si lo so, siamo a giugno, di solito le infradito a Milano mi fanno un po’ schifo, soprattutto vederle alle 8 del mattino in metropolitana. Ma queste no, tutt’altro. Il collo del del piede lascia intravvedere la peluria biondo scuro, su pelle già abbronzata. Il jeans è lungo e scolorito, la maglietta rossa a maniche corte: tutto il resto è pelle, corpo scoperto, braccia, collo, mani, labbra, occhi. Sorriso, si perché quest’uomo, questo ragazzo metropolitano delle otto del mattino, mi sta sorridendo mentre lo guardo, mentre lo mangio e lo sento già dentro la mia bocca.

Pensiero cattivo mio: si va bene, è una marchetta, rimettiamoci a leggere.

Pensiero qualunque mio, un pò meno cattivo: certo però che una marchetta alle 8 del mattino in metro… cosa ci fa? Ah, forse torna dal turno di notte.

Pensiero deprimente mio: si però che triste, questo mi ha scambiato per un ricco quarantenne frustrato in cerca di sesso veloce a pagamento.

I miei occhi sono fermi da circa 5 minuti sulla stessa riga del libro, sto diventando strabico nel tentativo di tenere un occhio sul libro e l’altro su di lui: mi sforzo, non riesco, alzo lo sguardo su di lui e scopro che adesso non sorride più, guarda dritto nei miei occhi ed in quel momento è come se mi spogliasse.

Ho un’erezione, ho i pantaloni dell’abito, l’erezione si vede, la copro con la borsa dell’ufficio ed anche lui ha un’erezione, ci appoggia sopra la mano. Io ho doppia erezione, tripla erezione a vedere la mano poggiata sull’erezione.

E tutt’intorno gli altri, quelle signore sfatte con la borsa di plastica e dentro la schiscetta, quelle che le vedi e capisci perché l’uomo le molla. Le donne, innocenti evasioni, non s’accorgono o forse, loro mi direbbero, fanno finta di non accorgersi. Io sento di avere già bagnato la mutanda con le prime gocce di rugiada, lui si alza e si dirige verso la porta per uscire. Avrà al massimo 30 anni, gli occhi sono grigi, visto in piedi è altto, il suo culo è molto muscoloso, il fisico è asciutto, mi guarda e con la mano fa cenno. Dice senza parlare: su andiamo, vuoi o non vuoi passare la mattinata con me a leccare la mia pelle ambrata? Ci facciamo una doccia insieme e puoi accarezzarmi, puoi succhiarmi, poi ti riempirò la bocca con il mio seme e ti piacerà ingoiarlo.

Che faccio?

Sono sceso con lui e vaffanculo al lavoro, quando mi ricapita più un’occasione così. No, non è vero, non sceso con lui, avevo già i pantaloni bagnati, troppo bagnati, appiccicati.

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I figli degli altri


Incrocio i loro sguardi, distolgo il mio. Non mi va di salutare, forse sono in imbarazzo, forse non me ne frega niente, mi annoiano: sono i ragazzi e le ragazze che un tempo conoscevo, qui al paesello, quelli che magari hanno fatto la scuola con me, le elementari, le medie, il liceo. Non se ne sono andati, loro, ma sono qui, un pò beati un pò inebetiti ed io li guardo, di nascosto, cerco di capire cosa li rende felici, cosa hanno fatto per sè, cosa hanno fatto perché non sapevano cos’altro fare.

Io me ne vado svolazzante con gli occhi un po’ felici e un po’ malinconici, pedalo e sento l’aria in faccia, i miei occhi girano intorno, come quelli di un pazzo, alla ricerca di segni, di un palazzo che non avevo mai notato, di una foglia verde intenso, di un rifiuto abbandonato ai piedi di una giostra. Mi siedo su una panchina mezza assolata e tiro fuori il mio libro, poi mi stendo su quella panchina ed inizio a leggere. Ma non sta bene, alle mamme soprattutto non sta bene e con la voce silenziosa che accompagna lo strappo del braccio, fermano l’incauto figlio che vuole avvicinarsi a me. Lascia stare il signore e prima ancora che me ne accorga vedo gli occhi sorridenti di un figlio che mi fissa, mentre la mamma lo trascina per il braccio e con la bocca finisce di pronunciare parole che potrebbero essere …dorme, malato, strano, cattivo. Le labbra della mamma sono già serrate, con l’altro braccio si stringe al marito pasciuto, al marito rinsecchito, al marito camminante.

Forse dovrei tagliare questa lunga barba.