Mi vendo, mi compri?


Quanto sono belli e sani, questi giovani laureati!

Me ne sarei fatto almeno 8 su 10 oggi in occasione del Lovely&Jobs: loro erano lì per vendere l’anima alla multinazionale di turno, per vendere 18 ore al giorno di duro stage non retribuito, io li avrei presi volentieri e portati in bagno per una succulenta fellatio, retribuita.

Ah…quanto è difficile capire quale parte di sé valorizzare e vendere! Ora mi domando: ma se sei un gran figoo una gran figa, perché ti ostini a voler regalre la tua mente? Vendi il corpo, godi, straccia, succhia, accarezza, bacia, tocca, masturba, lecca.

Non mi serve il tuo cv, laureato. Mi servono le dimensioni del tuo pene. Mettile in evidenza. Non mi servono i punti della tua tesi, bocconiana. Mi servono i centimetri di vulva che possono accogliere il mio membro. Queste sono le uniche partnership cui sono interessato.

Si va bene, ok. Fingo ancora un pò di ascoltarti mentre mi racconti i tuoi sogni di marketing internazionale, ma dentro di me, da buon manager delle risorse umane, penso solo a quanto sarebbe utile una sana esplorazione anale.

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Dopo Ricky Martin arriva Gabriel Garko


Poteva mancare? La voce circola già da decenni, aspettiamo che sia lui a dirlo, visto che ci tiene tanto.

La voce dice abbia un amore, sempre quello, ma che lo viva di nascosto… ma chi se ne importa. Sarà Gabriel Garko, Tiziano Ferro, Massimo Giletti, Tim Burton, Michael Keaton, Alberto Bilà, Mario Venuti, Ron o Lucio Dalla, Massimo Lopez o Alessandro del Piero o Luca Vialli o….Ho citato tutti? No solo i migliori, ma perché avevate dubbi?

Facciamo un pò di eterofobia…questi sono solo alcuni degli esseri umani dal gusto sessuale (sarà pure affare loro o no?) dicevo dal gusto sessuale, beh, diaciamolo, come direbbe La Russa, dal gusto sessuale particolare, ma sempre secondo i pettegolezzi da dark room, tra una toccata e fuga (mi veniva figa, ma stona). E vi pare poco? Vi rendete conto? Se questi sono tutti gay, possiamo dire di avere conquistato il mondo con onore, di avere soldati e generali eccellenti, di poter annoverare i migliori dalla NOSTRA PARTE.

Tiè, tiè, tiè. Se non fose vero? Che questi sono tutti finocchi, intendo. Beh! pazienza, Mi piaceva pensarlo, per sentirmi un pò meno solo.

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

Umberto Saba

La scuola che insegna a diventare bravi lavoratori


Questo commento di Avvenire mi ha fatto incazzare alquanto…

Forse un sogno
«I have a dream», io ho un sogno diceva Martin Luther King nel suo discorso più famoso. E quella frase è diventata un introibo per parlare di ogni cosa giusta, che si può solo sognare (com’era, al tempo, la fine della disuguaglianza tra bianchi e neri). E c’è oggi un sogno che i genitori italiani, preoccupatissimi dell’inserimento dei figli nel mondo del lavoro, inseguono? Sì. Che la scuola li faccia cominciare a lavorare. Sissignore, la scuola. Avviando forme di parziale sperimentazione del lavoro nell’ambito dei corsi. Per colmare il gap tra istruzione e vita, astrazione e realtà. Inserendo i ragazzi nelle collettività lavorative, facendo svolgere loro dei ministage sul campo, che comportino già piccole responsabilità, si tratti di rispondere al telefono o di fare le fotocopie, di digitare sulla tastiera di un pc o di usare uno scanner, di fare una fila alle Poste o di prenotare una visita per anziani al Cup. Responsabilizzandoli progressivamente. Portandoli al rispetto delle regole. Insegnando loro a stare, lavorativamente, tra gli altri. Dando loro dei compiti da assolvere, non solo dei compiti in classe o dei compiti da fare a casa. E pagandoli. Certo. Facendo loro meritare la piccola incentivazione e rimandandoli a casa contenti, per dimostrare che stanno facendosi grandi. La funzione sociale e formativa sarebbe altissima. Basterebbe una settimana il primo anno. Poi due, tre, quattro. Magari è un sogno, ma «I» anzi «We», noi, «have a dream».

Ma la scuola non aveva un altro scopo? Tremendo, triste, inutile, conformista, pericoloso…questi non hanno capito nulla. Collegare la scuola al lavoro? Ma che cavolata è? Che la scuola pensi a formare degli uomini, non dei lavoratori!!! Che la scuola pensi a fornire la capacità di essere indipendenti, sicuri, curiosi, felici!! Questo è il mio sogno. Qui siamo di fronte ad una prospettiva di vita tristissima.

Mamma li verdi (quelli veri)


Non parlate con quelli.

Questo potrebbe essere il sottotitolo di oggi, perché oggi c’è stato un grande problema in azienda e come sempre per risolvere un grande problema ci vuole un grande coglione, il cui messaggio alla nazione è stato più o meno questo…vista la annunciata preannunciata ripetutta minaccia di azione sulla nostra macchina produttrice… da parte di giovani estremisti sovvertitori dell’ordine (e io già godo) …nonché frange armate (di vanga) verdissime, si consiglia a tutti i dipendenti di non parlare a suddetti eventuali infiltrati appostati dietro l’angolo

Che poi tradotto significa: siamo a rischio attacco da parte di guerrieri verdi per alcuni problemini che abbiamo con l’ambiente…oggi o domani arrivano. Quindi visto che siamo a rischio, fate attenzione a quelli che vi avvicinano fuori dall’azienda, non parlate, non date confidenza, non credete sopratutto a quello che vi raccontano e segnalate ogni sospetto di infiltrato.

Non volevo credere alle parole lette. Preoccupato? Macché. Oramai me ne frego: ma è divertente, è stato divertente. Perché sulla scrivania io avevo il mio divertente e pericoloso “Terrorismo o rivoluzione” di Vaneigem, che leggo in metropolitana. Vai a vedere che ho trovato il modo per farmi cacciare! Adesso prendo il volumetto e lo piazzo a fianco al telefono, in bella vista. Potranno mai tollerare un finocchio rivoluzionario molto vicino all’internazionale situazionista e ai nuovi rurali? Nooooooo, nooooooo. Sarebbe troppo. Non l’ho fatto, anzi ho preso il mio libretto e me lo sono passato vicino al cuore, per pudore.

Spero domani di incontrare all’uscita della dorata company un contadino armato di zappa che cerca di convincermi delle sue idee su come cambiare il mondo

Tutti fuori, tutti fuori a mostrare il culo a colori


Devo farmene una ragione, oramai non c’è altra via di scampo. A Milano c’è il salone del mobile e c’è pure il fuori salone ed io odio quando la gente si riempie la bocca di cose di cui non capisce un cazzo: li vedi girare, turisti e non, milanesi e terroni, russi e guardarobiere, giapponesi e globetrotter, americani e artisti di strada, li vedi ammirare cose, guardare cose, ma soprattutto riempirsi la borsa di inutile carta, gadgets, li vedi trascinare le borse tutto il giorno e poi la sera tra un panino da 8 euro e una maschera di philip stark.

Design ridotto a occasione di consumo: che tristezza. Ma l’arte non era solo per pochi, per quelli che la sentono e la capiscono. E gli altri? Facciamo sentire loro la puzza d’arte mescolata alla porchetta e al dj set Albertino, una cosa è certa: spenderanno! Mandrie di buoi che ostruiscono le strade con i Suv bianchi, greggi di pecore in fila per scroccare un cocktail gratis, stormi di pappagalli che ripetono in coro: ma sei stato al fuori salone? No, non ci sono stato, anzi si ci sono stato per sbaglio. Un’esperienza triste, di gruppo, piena di froci e amiche dei froci con al seguito fidanzati zaino.