Occhi occhiaie occhiate e occhiatacce


Gli occhi guardano, le occhiaie si vedono, le occhiate si danno.

Con gli occhi vuoi vedere tutto, non vuoi perderti nulla, altrimenti ti senti perso, dimenticato.

Le occhiaie restano sul viso a tracciare i segni della vita vissuta con gli occhi, della vita che trae linfa dal riflesso opaco della fame di mondo che divora l’uomo vedente. Allora gli occhi non riescono più a contenere la rabbia per avere perso la capacità di andare oltre la soddisfazione famelica dell’occhio distrattamente eccitato.

Le occhiate si danno per non fermarsi troppo a fare entrare la luce capace di far tornare le occhiaie dentro l’occhio stanco di correre.

Le occhiatacce sono la degenerazione del gusto, che ha perso la consistenza dell’amore per il presente, della persona che è accanto a te, della casa che cade, della pianta che cresce.

Occhi macchiati di occhiaie a causa di occhiate date per non subire occhiatacce.

Parabola parabolica para che…!


Viveva un tempo in un incantevole appartamento all’attico di un palazzo uno splendido frocio, di quelli belli e ricchi, dentro e fuori, sia l’appartamento che il frocio. Aveva libri e mele sparse ovunque, perché lui amava le mele e i libri e durante l’estate era solito distendersi al sole con un blody mary in una mano e la sigaretta nell’altra, tra le piante del suo splendido terrazzo. Per chiacchierarare con gli amici, per digerire le salsicce e le cipolle di cui era ghiotto. Stava spesso nudo d’estate sul terrazzo, col pisello al vento e le chiappe al sole, naturalmente in dolce compagnia di tanti altri froci che si raccontavano le avventure sessuali fino nei minimi particolari, studiando piani e strategie per eliminare le femmine dalla faccia della città, ché e femmine, a dire il vero continuavano a ostacolare la loro corsa all’oro.

Ah…le femmine, con quel loro odore umorale in grado di inebetire il maschio scimmia, ah…proprio il maschio scimmia, l’esemplare migliore, a quel tempo era ancora in mano alla femmina. Come fare? Ormai lo splendido frocio e i suoi amici non sapevano più cosa inventarsi.

Ragazzi, dobbiamo eliminare l’odore femmineo, ecco il trucco! Ma è difficile, caro. Io faccio profumi, ma non posso creare un profumo di serpente ammuffito, ché lo sappiamo è il serpente ammuffito l’odore più odiato dal maschio scimmia. Allora fallo tu, caro, che crei vestiti, fai in modo che una volta indossato, un vestito cominci a puzzare di serpente ammuffito…! Dai? No, zero…possiamo solo sperare in te, Antonio: fai una bella cucitura stretta, la prossima volta, quando la femmina ti chiede di ricostruirle la cosa, ma stretta stretta, streeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeettttta. Doppio filo ritorto con ago da maglia.

Un mattone sopra l’altro, un giorno dopo l’altro


Siamo poveri, forse più poveri di prima: questo mi dicono i giornali e questo mi ripete la televisione. Io però mi sento sempre uguale a prima. Sarà che per fortuna il mio lavoro non l’ho perso, sarà perché continuo a fare la stessa vita che facevo prima e sarà perché sono nato contadino ed ho imparato a seminare piccoli semi e ad aspettare i frutti, curando ogni giorno le mie piante.

Fuor di metafora, ho imparato che occorre mettere tutti i giorni un pò di amore in quel che si fa, costruire piccoli pezzi per poi avere alla fine il mondo nelle mani. Piccoli passi, uno dopo l’altro, ma senza fermarsi mai e senza sperare mai nella fortuna, che non è mica vero che prima o poi passa per tutti. Col cavolo che passa. La fortuna è anche un pò stronzetta e conviene proprio dimenticarla, pensando sempre, ogni giorno, ogni ora, che abbiamo davvero la possibilità di costruire qualcosa, con le mani, con la testa che ci è stata data. Abbiamo un grande potere e chissenefrega se mi dicono che sto diventando povero…e poi povero, cosa significa: che non posso più spendere? E quindi? Mi devo disperare perché non posso più spendere? Quante altre cose posso fare se non spendo. 

Forse è vero che il mondo occidentale è un pò in difficoltà, ma la fiducia si riconquista con piccoli gesti quotidiani, il mattone sopra la’ltro, la forza che ogni giorno può crescere guardando al progresso fatto ieri. Si lo so, è un pò un concetto fuori moda, oggi ci si aspetta il miracolo, oggi e adesso, e ci si rallegra quando le borse mondiali si impennano, ci si rattrista quando vanno giù.

Consumatore a basso consumo


Mi sorge un dubbio: ma se oggi ci dicono che conviene usare la lampadine a basso consumo perché risparmiamo, che è meglio scelgliere un’auto a basso consumo perché risparmiamo, che conviene cambiare compagnia telefonica per consumare meno soldini e così risparmiamo…mi sorge un dubbio: ma allora, noi, in quanto consumatori, che siamo? Cioè, non so se è chiara la contraddizione: siamo consumatori e ogni giorno ci invitano a comparare oggetti che consumano meno, che è come dire: quelli che consumano di più, devono essere buttati. Allora dico io: e il consumatore, che per definizione, consuma, che cosa è? Una brutta cosa, bruttissima cosa. Ce lo dice la pubblicità, fidiamoci.

Alla parola consumatore dovrebbe essere associato una denotazione negativa, alrimenti il gioco non funziona più. Associazione consumatori: che grande stupidaggine, con tutto il rispetto per le funzioni che svolge, ma non potrebbe chiamarsi associazione compratori? Sarebbe meglio, meno cotraddittoria. L’associazione consumatori è per definizione un insieme di persone che associa coloro che consumano e consumare non è bello, ce lo dice la pubblicità. Se una cosa consuma, oggi è una cosa da sostituire con una nuova, che consuma meno.

Allora, direi, seguiamo il messaggio: diventiamo compratori con bassa propensione al consumo. Riscopriamo il piacere di conservare, pensiamo a tutto ciò che abbiamo e iniziamo a pensare come conservare. Diventiamo conservsatori, non in senso politico, ma pratico: viviamo le nostre giornate all’insegna della conservazione. Di tutto: del cibo, del cappotto, dell’acqua, dell’inchiostro. Ma anche della parola, dell’immagine di noi, dello sguardo intimo rivolto a se stessi.

Stop, da domani, si consuma meno. Per una volta, prendiamo alla lettera la pubblicità!

Vado a farmi un bicchiere d’acqua. 

Nel giardino della libertà


Lascio crescere una pianta per il gusto di vederla e immaginare come sarà domani, per questo ho deciso di liberare il mio giardino. Libero, sei libero, caro giardino: per un anno sei libero, voglio vedere cosa mi regali. Non trascorrerò più il tempo alla ricerca di nuove piante, non mi preoccuperò di vedere le foglie secche e di toglierle dalle piante, non darò concime né intensificatore del colore dei fiori- Cosa può succedere? Nulla, risparmierò tempo, che trascorrerò a guardare quello che la natura crea da sé. Poi tra un anno mi sarò reso conto di cosa effettivamente può sopravvivere nel mio giardino, di cosa cresce rigoglioso e di cosa invece è stato lentamente ammazzato dal resto.

Ci sono fiori che per comodità chiamiamo selavatici o piante che diciamo infestanti, ma sono meravigliose se solo ci si ferma a guardarle: pensate alle ortiche, così verdi e altere, dai piccoli fiori bianchi, pensate ad un piccolo prato di ortiche, poi tutt’intorno ad una parete di convolvolo, che sono quelle campanelle bianche o rosa, con le foglie rampicanti, girate lo sguardo e godetevi lunghe spighe di grano che spuntano tra soffioni e qualche ciuffo di colza gialla.

Voglio godermelo così,il mio giardino della libertà, seduto in mezzo all’energia vitale che la terra libera, senza protezioni o affanni per alcun desiderio di conquista. Vorrei vedere così anche le città, senza quelle stupide aiuole di fiori tutti uguali, che hanno il solo demerito di annullare la capacità di vedere oltre l’uniforme. Perché diciamo-ma che bella composizione di violette ha questa rotonda infilata nel centro città!- e non siamo più in gradi di vedere come stanno bene le acacie selvatiche ai bordi delle strade?

Il brutto esempio dell’estremo oriente


Schiavi di se stessi: sono gli orientali, cinesi, coreani e giapponesi, che sanno solo produrre e spendere. Quando mi dicono che sono le economie del mondo che stanno crescendo a ritmi vertiginosi, un pò mi rattristo e mi domando: cosa vuol dire crescere per un’economia? Vuol dire produrre di più e spendere di più, e poi? Chi conosce bene le comunità orientali in Italia, chi ha avuto modo di lavorare con loro, chi ne ha ascoltato il vero obiettivo sa benissimo a cosa mi riferisco. La conquista culturale, il modello di sviluppo basato solo sul lavoro e sulla ricchezza, a scapito di qualunque diritto del singolo: sono delle vere dittature e stanno lavorando alla base, minando la bellezza e l’etica, nel loro senso più puro.

Lavorare lavorare lavorare sempre, per diventare ricchi, sempre più ricchi, con la consapevolezza, però che solo pochi possono farcela e allora verso i pochi dimostrare assoluta fedeltà e dedizione: fatevi un giro nelle aziende di matrice culturale orientale, quelle tecnologicamente più avanzate, anche quelle presenti nel nostro paese e poi vi ritroverete catapultati indietro di 50 anni: diritti dei lavoratori? Cosa sono? Nulla, altro che Berlusconizzare il paese, lo volesse Iddio: se è vero che il Berlusconi ha un pò rincoglionito gli italiani, facendoli diventare solo bravi consumatori, nulla è al confronto dell’orientalizzazione del mondo del lavoro, sempre più strisciante, che cancella le conquiste minime di anni di lotte.

C’è un imperativo pericoloso, che sempre più è sulla bocca di opinionisti e politici, di sinistra e di destra: guardare a oriente, ai paesi che stanno crescendo vorticosamente. E allora mi domando: perché?