fai finta che non sia successo niente


Cercavo di pulirmi, di lavare via ogni segno, facevo scorrere l’acqua sulla pancia, mentre le lacrime stentavano ad uscire. Chiuso in bagno, dentro la vasca, una notte di 16 anni fa, una notte di fine giugno. La sua voce, la sua faccia, il suo respiro sono ancora qui, dentro di me. Quella notte di ritorno dall’isola d’Elba, da solo sul treno, avevo 16 anni.

La mia curiosità, il mio desiderio, mi distraggono dai Malavoglia. Lui sta in piedi, appoggiato al finestrino, indossa pantaloni bianchi, ha una mano in tasca, nell’altra una sigaretta. Mi accorgo di qualcosa, sento caldo, i miei occhi guardano fissi quella mano, in tasca. Ormai mi dimentico di tutto, sono solo, con lui che guarda. Poi lui rientra nello scompartimento ed io allungo la mia mano, come per toccarlo, ma subito mi accorgo di quello che sto facendo. Vorrei tornare indietro, ma non posso più, ormai. Si sbottona e mi tiene fermo, mi costringe con la forza ed io non riesco neanche più a parlare, a gridare per farmi sentire dal controllore. E’ buio, riesco a divincolarmi, mi blocca e mi costringe a restare, a guardare.

Il treno si era fermato a Genova, dovevo scendere per cambiare, lui mi guardava dal finestrino.

Ciao pulcino, fai finta che non sia successo niente.

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A piedi nudi in città


appena appoggiati su infradito minime e sandali minimal, ossuti, ciccioni, storti, bianchi, abbronzati, sporchi, piatti, lunghi, corti…sciabattano per le vie del centro di milano ed è subito fiera della nudità. Mentre al mattino di tutto punto vestito, giacca cravatta e mocassino, mi avvio all’ufficietto, l’occhio cade sulla nuda estremità  e un pò s’imbarazza la mia persona. E’ un leggero fastidio, una sensazione di disagio che mi coglie, una forma di pudore che fa nascere in me pensieri cattivi. Ma perché non ve ne andate tutti al mare a sciabattare, è davvero necessario mostrare il piede con disinvoltura, e poi nascondere gli occhi dietro enormi occhialoni, imprigionare i capelli con colle e profumi, strizzare il petto dentro ridotti indumenti? Son bacchettone, si lo so. Il senso della misura, della convenienza, della discrezione, sono finiti sotto i piedi.

Liberiamoci degli psicologi


Ci fanno ammalare diagnosticando le più improbabili patologie. Sono psicoterapeuti e affini, nuovi protagonisti della cultura contemporanea: un loro parere conta più di tutto, la loro presenza è garanzia di autenticità e autorevolezza(?) nei tribunali, negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende, nelle case di tutti attraverso i media. E se ci liberassimo di loro, delle loro opinioni, dei loro giudizi, delle loro ASFISSIANTI MANIE di dare un nome ad ogni nostro malessere? Le etichette appiccicate sulle cose, su di noi, fermano il mondo e rallentano la vita, meglio convivere con una sana dose di ambiguità e di complessità, meglio affinare le capacità di interpretazione della realtà e di convivenza con la molteplicità, piuttosto che finire tra le mani di uno di loro.

Se degli azzurri non mi interessa nulla…


Io ci provo, ma nulla, non mi si smuove nulla dentro. Neanche un minimo di orgoglio per gli "Azzurri" che giocano le partite della nazionale di calcio. Non mi piace giocare a calcio e non mi piace vedere il gioco altrui, non capisco l’esaltazione per la squadra nazionale, comprendo il tifo, ma mi infastidisce tutto l’entusiasmo che sta intorno. Mi turbano gli strombazzamenti in strada, mi urtano le trombette ad ogni gol fatto , mi rattristano le urla di disperazione per un gol subito. E volete sapere cosa mi è successo? Ieri in azienda hanno dato la possibilità di riunirsi in sala tv per assistere tutti insieme alla partita! Oddio, questa mi doveva ancora capitare! Ho risposto che non mi interessava. COME NON TI INTERESSA? MA…MA….! Sono state le uniche parole dei colleghi, per non parlare delle parole del megapresidente-padrone "concessionario" della licenza di interrompere il duro lavoro per il momento di nazionale relax: solo i finocchi non guardano le partite.

Un uomo in gabbia


Sulla spiaggia dell’isola di Naxos si guardava intorno agitato, era con la moglie e i due bambini, ma aveva occhi solo per altro. I suoi gesti erano veloci, gli sguardi impauriti e curiosi, ogni giorno cercava di avvicinarsi con gli asciugamani, ogni giorno si buttava in acqua e nuotava fino ad arrivare davanti a noi, faceva capriole, faceva il "morto", buttava l’occhiata, poi un’altra e un’altra ancora. Era l’uomo in gabbia, l’uomo sposato per errore, l’uomo che si stava consumando per aver fatto una scelta di vita sbagliata, per avere fatto du figli, per aver voluto snaturare se stesso, perdendosi in una vita povera d’amore, stritolato dalle morse dei suoi desideri inconfessabili.

Snob


Una famiglia normale, papà, mamma, due figli piccoli: ma quanto mi sono sentito triste ieri sera a casa loro! Una casa perfetta, mobili lucidissimi, tappeti pulitissimi, oggettini sparsi ovunque, di vetro, di cristallo, d’argento. Grande televisore, altri ageggi tecnologici a fianco, condizionatori in tutte le stanze, riproduzioni di stampe egizie alle pareti. Poi arriva la bimba di tre anni e mi fa vedere l’ultimo regalo. Inorridisco dentro e sorrido: è un finto bancomat! Dove la bimba può esercitarsi a mettere dentro la tesserina finta e … fluck! si apre una fessura ed esce una finta banconota. Poi il papà collega la macchina fotografica alla tv per farmi vedere una foto, ha sentito che domani parto per le isole greche e non può esimersi dal farmi vedere il suo reportage: inizia con l’hard rock cafe di Paros…mi sono guardato intorno e ho cercato un libro, ma non ne ho visto alcuno. Solo un soggiorno, senza un un bel tavolo per accogliere gli amici a pranzo, ma un mensolone basso con gingilli e fotografie.

Sono tornato a casa mia, triste. Ho  pensato che esistono tanti modi di vivere diversi, ma non mi è bastato a rendermi più allegro.

Ma quali segreti…!


La lettera è arrivata, l’ha letta mio padre, ma arrivato a metà ha iniziato a piangere. Mio padre è un uomo di 60 anni, non è abituato a leggere, né a scrivere. L’ha letta con fatica scandendo bene le parole, forse senza comprenderne appieno il significato, ma abbastanza per smettere di leggerla e guardare terrorizzato mio fratello.

E’ grazie a lui, a mio fratello che ho saputo come è andata quel giorno di un anno fa. Mio fratello era casualmente a casa dei miei genitori, quella mattina in cui arrivò la lettera.

Mia madre è arrivata dal lavoro due ore dopo, per il pranzo, ha preso in mano la lettera e l’ha subito buttata sul tavolo: so già di cosa parla, ha detto.

– Ma come? Sa già, come è possibile? – Chiedo a mio fratello al telefono. Mi risponde ridendo, mio fratello: ha letto i tuoi appunti, quelli scritti nei quaderni di là nella libreria, ma mi ha detto di non dirtelo e li ha letti già da tanto tempo.

I miei quaderni…è da quando ho 15 anni che scrivo, quando mi capita, quando ho voglia e scrivo le cose he più mi piacciono, dagli incontri proibiti alle riflessioni sulla mia vita. E li ho sempre lasciati lì, tra i libri. Ho sempre creduto che nessuno li potesse leggere, e invece…

La lettera che scotta


Ho passato otto buche delle lettere, con la busta in mano, a cavallo della mia bici per le strade di Milano. E’ una sera d’estate, sono le sei, il sole è ancora alto in un cielo azzurro limpido e io voglio spedire quella lettera ma non riesco, ho paura perché la mia vita potrebbe subire una svolta, una svolta non immediata. Devo aspettare qualche giorno, il tempo utile affinché la lettera giunga al destinatario, devo aspettare e ubriacarmi per non sentire il tempo che passa. Questa è l’ultima buca, poi lì c’è la mia casa, quella dove ogni sera sono rientrato nei giorni precedenti, senza immaginare che l’avrei guardata con occhi nuovi stasera. Ho la busta in mano, sono fermo davanti alla cassetta rossa: città o altre destinazioni. Altre destinazioni. Deve fare cento chilometri, la lettera, per arrivare a casa, a quella casa dove sono cresciuto. La mia mano trema, ma lo voglio, lo devo a me stesso. Flec…è andata.

Lascio cadere la bici, mi siedo al tavolino di un bar e aspetto.

Sguardi d’intesa tra maschi


Milano, una via centrale, passeggio tra giovani uomini eleganti, signore dal passo veloce, ragazze tatuate e fanciulli crestati. Ma tra un passo e l’altro incrocio molti occhi pieni di desiderio, ardenti di passione, brucianti di curiosità. Sono occhi di uomini, belli, vivi, insinuanti. Di cosa? Mi guardano e mi illudo. Penso, ma è possibile o è solo la mia immaginazione? Questi uomini hanno sguardi inequivocabili, vogliono una cosa, quella cosa. Vogliono provare e azzardano sguardi d’intesa, senza troppo imbarazzo. Ma poi, penso,forse un mondo in cui si soddisfano piaceri virili, che mondo sarebbe? Un bel mondo, magari anche con una moglie, così tanto per assicurarsi una discendenza. La donna sarebbe amata dalll’uomo come assicuratrice di discendenza, e in quanto tale amata moltissimo, l’uomo sarebbe amato dall’uomo come fonte di piacere senza vincolo alcuno. Sogno o son desto?

La vacanza dal mondo


In vacanza per dimenticare, per trovare il diverso, per amare la vita e riportare il piacere al primo posto dell’esistenza. La mia vera vacanza è quella che posso fare laddove non vedo alcun segno che mi ricordi la quotidianità, non voglio negozi, non voglio musica, non voglio happy hour o discoteche, non voglio abiti trendy, non voglio occhialoni, non voglio aria condizionata, non voglio orari, non voglio parole cattive. Desidero il mare, silenzioso, profumato, infuriato. Mi immergo nella solitudine di una spiaggia dimenticata e resto lì per ore, mi rotolo sulla sabbia, caldissima, senza telo, senza nulla addosso, solo il calore del corpo mi avvolge e mi riporta alla vita. La mia valigia è povera di abiti, non mi serve molto quando sono lontano dal mondo.