La fabbrica, la casa, la Bovisa


Accanto a casa mia a Milano c’è un edificio basso e lungo, che fino a pochi anni fa era la sede di un’azienda di telecomunicazioni. E’ abbandonato, solo con i suoi oleandri bellissimi fioriti all’entrata ed una lavanda che si è impdronita di tutto l’ingresso strabordando dai vasi giganti. Ma è abbandonato e a volte le cose abbandontate che vedi tutti i giorni e immagini di trasformare oggi in piscina, domani in libreria, dopodomani in sala giochi, a volte ti vengono a cercare nel dormiveglia e ti dicono ciò che vogliono essere.

Durante un assolato pomeriggio trascorso su una spiaggia dell’adriatico del nord, tra vulve decrepite e piselli micro nascosti da pance gonfie di birre, la cosa è venuta a me, imprigionandomi la mente, gli occhi, le orecchie. La cosa è un’idea, l’idea è che l’edificio basso e lungo deve diventare una scuola con tutti maestri e tutti allievi, una scuola dove io posso insegnare quello che amo e un altro può insegnare quello che ama a chi vuole ascoltare. Nessuno è pagato con soldi, nessuno è pagato e basta: io vado e incontro una persona che mi parla di come coltivare le gardenie, un’altra mi spiega come fare un impianto idraulico, una mi spiega come fare il cemento e fare un muretto. Io potrei parlare di che cosa? Di tante cose, magari ci sono persone che hanno bisogno di quello che io so ed io ho bisogno di quello che loro sanno.

Una scuola libera? No direi meglio uno spazio dove aiutarsi direttamente, dove trasmettere veramente quello che si vuole. Potremmo spaziare dalle lezioni molto pratiche su aspetti della vita quotidiana a quelle su letteratura, arte, poesia, biologia. Sono forse illuso, ma credo che i veri appassionati di ciascuna materia, arte o pratica, per il solo fatto di poterne parlare, sarebbero disponibili. Non vorrei professori, luminari, accreditati laureati diplomati, ma solo appassionati.

Mi piace la passione, l’essere pervasi dalla vita che ti fa fare le cose.

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La scuola che insegna a diventare bravi lavoratori


Questo commento di Avvenire mi ha fatto incazzare alquanto…

Forse un sogno
«I have a dream», io ho un sogno diceva Martin Luther King nel suo discorso più famoso. E quella frase è diventata un introibo per parlare di ogni cosa giusta, che si può solo sognare (com’era, al tempo, la fine della disuguaglianza tra bianchi e neri). E c’è oggi un sogno che i genitori italiani, preoccupatissimi dell’inserimento dei figli nel mondo del lavoro, inseguono? Sì. Che la scuola li faccia cominciare a lavorare. Sissignore, la scuola. Avviando forme di parziale sperimentazione del lavoro nell’ambito dei corsi. Per colmare il gap tra istruzione e vita, astrazione e realtà. Inserendo i ragazzi nelle collettività lavorative, facendo svolgere loro dei ministage sul campo, che comportino già piccole responsabilità, si tratti di rispondere al telefono o di fare le fotocopie, di digitare sulla tastiera di un pc o di usare uno scanner, di fare una fila alle Poste o di prenotare una visita per anziani al Cup. Responsabilizzandoli progressivamente. Portandoli al rispetto delle regole. Insegnando loro a stare, lavorativamente, tra gli altri. Dando loro dei compiti da assolvere, non solo dei compiti in classe o dei compiti da fare a casa. E pagandoli. Certo. Facendo loro meritare la piccola incentivazione e rimandandoli a casa contenti, per dimostrare che stanno facendosi grandi. La funzione sociale e formativa sarebbe altissima. Basterebbe una settimana il primo anno. Poi due, tre, quattro. Magari è un sogno, ma «I» anzi «We», noi, «have a dream».

Ma la scuola non aveva un altro scopo? Tremendo, triste, inutile, conformista, pericoloso…questi non hanno capito nulla. Collegare la scuola al lavoro? Ma che cavolata è? Che la scuola pensi a formare degli uomini, non dei lavoratori!!! Che la scuola pensi a fornire la capacità di essere indipendenti, sicuri, curiosi, felici!! Questo è il mio sogno. Qui siamo di fronte ad una prospettiva di vita tristissima.

Nuovo Curriculum Italiano


Nato alla cascina scacciagallina sulle colline del monferrato, tra galline rosse e galli bianchi, all’ombra di filari di pomodoro e viti d’uva bianca. Le giornate col nonno a mungere le capre, la sera con nonna a pulire fagiolini, a raccogliere e pulire semenze, la mamma e il papà troppo giovani per fare altro di me. Sono stati i miei anni settanta.

Il primo, sempre primo, sempre bravo, il cocco delle maestre, il termine di paragone per tutto a scuola. La passione per la scuola, l’eccellenza dello studio, stuzzicato dalla volontà sempre fortissima di essere il migliore mi hanno trasformato in un mostro. Di bravura, di cultura, di bellezza. Un alienato contadino sceso in città per allibire menti ottenebrate dal senso comune. Un corpo oggetto di sole lodi, un’anima ferita per sempre dal demone dell’onnipotenza. Sono stati i miei anni ottanta.