Chi non compra e chi si indigna


L’arma è nelle nostre mani, ma è più facile fare la passeggiata per le vie del centro con una bandiera in mano e l’Iphone nell’altra che riprende, che attaccare veramente questa società che tanto indigna.

Cosa succederebbe se non chiedessimo più prestiti alle banche, se non acquistassimo più beni superflui, se non usassimo più l’auto tutti i giorni, se non telefonassimo più per dire quante volte l’abbiamo fatto, se non guardassimo più la tv? Crollo, ma non il nostro. Non voglio fare l’apologia dei bei tempi andati, perché i tempi andati sono senza dubbio stati peggiori di oggi, quanto ai “mezzi” a disposizione per “fare”. Oggi però sono i “fini” a mancare e senza andare neppure tanto lontano a cercare tra sedicenti politici o industriali che un fine macrospcopico l’avevano e l’hanno oggi sempre più chiaro, mancano invece i desideri di vivere consapevolmente, desideri di noi tutti, desideri stravolti, annegati, annebbiati.

Chi si indigna in piazza, chi si inerpica per passeggiare in val di Susa, oggi è pasto succulento per i media, chi si indigna produce soldi per altri, chi si indigna è pane per chi finge di preoccuparsi delle sorti del paese.

Ci vuole violenza, violenza, violenza, ma violenza che non distrugga per il solo scopo di dimostrare, ci vuole violenza che distrugga per annientare, abbattere qualcosa di molto più grande di una vetrina di una banca. La banca stessa, l’idea di una vita in prestito. La violenza più grande di cui siamo capaci è smettere di comprare senza bisogno, ricominciare a percepirsi come uomini e donne: ridimensionare la nostra voglia di consumare fa più male che un milione di persone in piazza, che magari per raggiungere quella piazza hanno percorso chilometri e inquinato.

Non si può uscireda questo mondo di consumo, né è bello criticarlo e basta, ma ridimensionarlo nelle pretese di controllo delle vite si deve: solo così riusciremmo a fare paura, molta paura, più di cento bandiere rosse gialle e arcobaleno, scegliamo la strada della violenza, ma senza rivolgerla verso altri uomini.

Non lo so se ho vinto


Faccio finta di avere vinto.

Preparo la valigia domani mattina e prendo un volo per Cipro, poi affitto un’auto e vado a Salamina, dritto dritto al Mimosa Hotel.

Sto lì giorni e giorni, faccio colazione con la ricotta ed il miele, le pere e il latte, il pane fresco e la marmellata di fichi, sto li giorni e giorni, ma non lo dico a nessuno.

Sto lì insieme al mio compagno, dopo anni di vita insieme sempre a seguire le disgrazie altrui che si sono abbattute sulle nostre vite, sto lì con lui per capire che possiamo ancora sorridere insieme.

Non lo so se ho vinto, ma camminando con la borsa della spesa pesante in una mattina di pioggia a Milano, ho incrociato lo sguardo di un ragazzo e ho capito che era felice. Di vivere e basta, di tutti i soldi del mondo non sa che fare, il ragazzo che incontro.

Forse non ne ho bisogno neanche io, so quello che mi fa bene, l’ho capito. E visto che mi voglio bene, presto l’otterrò. Non sono quei soldi però, quelli sarebbero solo il paravento per fare altro. Ho molta paura di tirare fuori tutti i quaderni, sono anni che non leggo più quelle pagine, le ho scritte quando stavo molto male. Le mie mani già tremano al pensiero di aprire quella scatola, ma me lo devo. Molte pagine sono finite dentro l’intercapedine del muro, le ho nascoste lì dentro per essere certo che non le avrei più lette, che non sarebbero più esistite.

Non lo so quanto resiterò ancora, in apnea.

Il taglio della manica


Ogni volta che uso la mia macchina da cucire il tempo sembra non finire mai: ieri sera ho accorciato un paio di jeans, ho finito la scollatura del tubino per Sara, ho trasformato una camicia a manica lunga in una a manica corta, con inserimento del polsino all’altezza del bicipite. Il mio compagno dice che sembra un pò camicia della nonna per la prima comunione del nipote, ma vedrete che la indosserà, eccome se la indosserà. Una bella camica a righe bianca e azzurra che lui ha strappato ed io ho prontamente riparato con ausilio di creatività, gessetto, forbici, filo e ago. Me lo vedo già gironzolare per Milano, con il suo bicipite abbronzato che esce dal polsino aperto a metà braccio. Riparare gli abiti è davvero divertente, mi fa risparmiare tempo, cervello e soldi, mi permette di pensare, toccare, riconquistare la mia manualità.

Quello che un pò mi turba è che il cucito è proprio un passatempo da finocchio ed io certo, lo sono finocchio, ma sono anche ancora un pò represso in questo senso: se mi fosse venuta la passione per le riparazioni dell’auto o del cesso, magari sarei andato in giro con il cartello sono un meccanico e sono idraulico e sono finocchio, ma invece sta passione dela taglia e cuci mi crea qualche imbarazzo. Non dovrei? Forse. Fa troppo luogo comune, quella del finocchio cui piace cucire, fa un pò vecchia zitella finocchia, neanche stylist o fashionchecazzoneso, ma proprio vecchia zia. Rischio pure l’allontanamento dei fashion group starnazzanti della Versilia se mi presento con il cesto per il cucito e il ditale! Ops…infingardo.

Bimbi in azienda, padri al parco


Le aziende hanno aderito: evviva, i pargoletti possono entrare in azienda per vedere dove lavorano la mamma e il papà!

Evviva? Ma sento una strana puzza di anni cinquanta, diciamo di un piacevole ritorno, piacevole per la sicurezza che da ai cervelli addomesticati e addormentati e alle aziende per l’idea di fare del bene.

Perché far vedere ad un bambino il posto dove diventerà schiavo per la vita? C’è del masochismo, cattiveria, ipocrisia. Accadrà, nel giorno dei bimbi in azienda, poi che magari il bimbo in questione sieda alla scrivania dove siede la mamma e finga di scrivere al computer, magari fingerà di rispondere al telefono oppure manderà una email.

Perché allora non facciamo il giorno dei “Papà al parco”, un giorno in cui i padri escono dalle care companies alle due del pomeriggio e provano a fare una passeggiata con il pargolo, ma in un giorno della settimana, così, tanto per fare sentire ai figli che loro sono anche padri, non solo lavoratori.

Bimbi in azienda: per fare sentire a tuo figlio che tu stai bene dove stai durante il giorno, meglio che stare con lui. Chissà se il bambino capirà? E che cosa capirà?

Mi voglio fare sbattere…fuori


Che sono gaio. Lo dico e spero in un licenziamento con buona uscita e buona pace del mio direttore e del mio presidente. Sono arrivato a questo punto, di voler giocare l’ultima carta: mai si terrebbero un dipendente gaio in una posizione come la mia e la mia gaiezza forse potrebbe aiutarmi in un downshifting con i fiocchi. Chi l’ha detto che è discriminazione? Magari lo fossi, discriminato. Sanno benissimo che non potrebbero criticarmi apertamente per il mio orientamento sessuale e sanno benissimo che non ho peli sulla lingua (tranne in rare occasioni…di fellatio arruffata e infuocata, actually) per informare le persone giuste del fattaccio.

Che brutto, sto cadendo e cedendo sulla logica del ricatto. Ma se funzionasse? D’altronde manca un piccolissimo passo. In realtà mi stanno già attaccando e se non fosse per il mio infinito giocare e prendere per il culo i perbenisti rispondendo con le battute più spiazzanti, sarei già finito in depressione. Battute del tipo che il megapresidente ti viene vicino, ti tocca la camicia e dice che è troppo sottile e che si vede che sei debole (Leggi: frocio), oppure l’altrocapone che ti vede con l’ombrello giallo e arancione – sinceramente a me piace e lo trovo molto maschio, ma questa è un’altra storia) – ed esclama dopo dieci minuti: ma di chi è st’ombrello da checca. Oppure che se ti prendi un’influenza e ritorni Lui ti dice che ti ammali troppo ed avresti bisogno di una bella esperienza forte…

Facciamola finita: datemi 200.000 euro e sparisco.

Dopo Carnevale, STOP


Gentili lettori, mi fermo per un pò.
Voglio provare a rinunciare al blog. Non so se riuscirò a farlo, ma voglio provarci.
Magari tra 5 giorni non riesco a fare a meno della mia identità virtuale e sono di ritorno, oppure non tornerò più (non ci credo, ma è un idea che coltivo). Penso che questo blog e quello precendente sulla stampa mi abbiano dato la possibilità di confrontarmi con molte persone, ops…con le opinioni di molte persone.
Ciao, vado a disintossicarmi di tecnologia, perché una vita senza internet e senza blog è possibile e voglio vedere com’è. Poi magari, chissà, un giorno la racconterò.
Ciao a tutti, un bacio e un abbraccio grande.

La mia malattia è finita


Devo tornare al lavoro, la mia malattia è finita…

Due settimane a casa: non era mai capitato, da quando lavoro.
Ma non c’era verso, non riuscivo a guarire, non riesco a guarire, la tosse mi accompagna ancora oggi e forse mi dice che non devo tornare; forse sto avendo una reazione…come si chiama…una reazione psicosomatica? Ah…e pensare che molti si farebbero carte false per avere il mio posto di lavoro ed io invece vorrei scapare dalla multinazionale di successo perché non ne capisco più il senso, perché ho un capo pazzo e vittima degli psicofarmaci, perché ho un presidente che ha una biblioteca di soli libri su come guidare le masse, come influenzare le masse, come purificare la razza e come diventare un condottiero di successo (è straniero, molto straniero e innamorato di Mussolini).

La mia malattia mi ha permesso di coccolarmi, di ascoltarmi e di non fare nulla di inutile per 15 giorni: ho letto, ho cucinato per me e per il mio compagno, ho messo ordine nelle mie carte private, ho fatto la nuova assicurazione per l’auto, ho dipinto la porta, ho ristretto e accorciato un paio di pantaloni, ho disegnato il corpetto per l’abito che sto confezionando, ho guardato la tv del mattino, ho riparato il rubinetto della cucina, ho rimontato una mensola della libreria.

Anche la dottoressa non riusciva a spiegarsi…il perdurare della tosse, della leggera febbre…

Mi sento un pò disadattato


Per non dire diseredato. Da questa società che si sta mangiando le seu persone, da queste persone che si nutrono al pascolo della scelta interminabile, digiune completamente di ogni anelito di creazione.

Ormai mi sento lontano, terribilmente lontano, quasi pazzo. Ma la pazzia mi fa bene e non escludo possa salvarmi.

Penso e ripenso ogni giorno: non ha più senso quello che faccio. Lavoro, lavoro, lavoro e solo lavoro e il resto è solo tempo programmato secondo gli usi della società del lavoro.

Chi mi rimane, si intitolava il mio blog precedente, quando mi restava almeno la speranza di cambiare restando dentro la società, ma non si può restare dentro.

Mi sembra di essere cirocondato da persone senza anima.

Ho cucito la gonna


Ho mangiato risotto con la zucca e poi un misto di salumi. Ho bevuto un barbera eccellente e sbucciato marroni giganti, sporcandomi un pò le mani di nero e attaccandomi le bucce al maglione.

Ma dopo, dopo la cena a casa di Silvia, su una trafficatissima via milanese, ho cucito la gonna, lì sul tavolo, chiacchierando. Ho imbastito una bella gonna di tweed per Sara e ho parlato. No, non abbiamo parlato di lavoro, abbiamo semplicemente parlato di quello che stavamo facendo e poi di mobili, di innamoramenti, di vecchie pentole e di nonne e di figli e di noi, sopratutto, di come stavamo bene.

Dopo tre ore di lavoro e musica delle nostre voci, Sara si è provata la gonna. Eccola, fatta. L’ho fatta io e non vorrei più andare a dormire, mi sembra che il tempo si sia allungato, mi sembra di avere ritrovato le mie mani e anche un pò me stesso.