La voglia la cazzia l’indecenza la miopia


Ho male agli occhi stamattina, sto diventando miope? Forse. Forse invece sono andato a letto tardi e mi sono alzato molto presto per affrontare il colloquio di lavoro, sto scegliendo il mio prossimo datore di lavoro, alla faccia della crisi. M’ama non m’ama, m’ama non m’ama…sto spetalando i piccoli crisantemi del mio giardino.

Finirò ancora con il mio carnefice preferito? Stamattina ho fatto innamorare l’ennesimo muso giallo, mi sono messo l’abito del colore che lui ama, la cravatta del colore che lui adora, l’inchino fatto al momento giusto il tutto per farmi dire si, ti voglio, voglio te nella mia azienda, ti do tutti i soldi che vuoi, ma voglio te. So essere una brava puttanella… Si ma io non voglio te, eppure ho fatto di tutto per conquistarti, muso giallo.

Perché sono cretino, perché non so resistere alla conquista dell’altro, perché ho sempre voglia di conferme, come dice la mia pseudofidanzata. Oggi mi ha detto che sono un grande insicuro ed io le ho risposto che non c’è nulla di male ad esserlo e chi ti fa credere che il mondo è dei forti e sicuri forse si riferisce al loro mondo, io preferisco quello dell’instabilità che loro non colgono, dell’ambiguità che loro non percepiscono. La mia pseudofidanzata è la donna di cui leccherei le ferite dopo averla accoltellata, per assaporare la differenza tra una lacrima e uno sputo, tra una carezza e uno schiaffo.

Conferme?

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Gli umani che ho intervistato


Dovrebbero dare una indennità a quelli che nella vita fanno selezione del personale, una specie di pensione per ritemprarsi dalle fatiche psicologiche. Per farlo davvero bene occorre avere almeno tre o quattro mesi di decompressione dopo sette o otto mesi di interviste quotidiane.

Sentire le vite di decine di persone al giorno è molto impegnativo, soprattutto se si ascolta veramente quello che queste persone raccontano ed io lo faccio. Sto mettendo in ordine le mie scrivanie, gli armadi i cassetti e sto per portare in cantina le migliaia di schede di candidati intervistati in questi anni, mi diverto ad aprirne alcune e a rileggere i miei appunti, quei pezzi di cartaccia che sono preziosi per gli scarabocchi fatti, le note, i disegnini, i colori.

C’è sempre una parte, di solito in alto a destra dove traccio i caratteri fisici della persona, nulla di formale, vado molto al sodo perché l’obiettivo è ricordarmi la persona: tette giganti, bocca carnosa, capelli lunghi tinti male, occhiali D&G vecchio modello, ha una gonna da mercato orientale, la sciarpina gialla poteva evitarla, le unghie sono eccezionali, secondo me sono finte. Peli sulle braccia.

Poi voglio sapere cosa sogna, non mi interessano i lavori cui aspira, ma i sogni che porta con se: vuole comparare casa in Marocco (+), vuole salvare l’umanità dalle guerre (-), vuole dedicare tempo alla solidarietà (-), vuole andare in vacanza con la fidanzata (+), vuole farsi frate (boh!), vuole comprare casa (che palle!), vuole trovare un lavoro (questi li caccio dopo dieci minuti), vuole leggere tutto Pavese (mi sta simpatico).

Misuro poi la resistenza al peccato, non solo quello carnale, ma la disponibilità ad accettare le proprie voglie, difetti, errori a convivere con ciò. Questo è l’aspetto più importante quando assumo una persona, una volta verificate le competenze hard: non mi interessano quelli che non hanno mai preso una strada sbagliata, che non hanno mai rischiato, che non sarebbero disposti a mandarmi affanculo.

Ma per la seconda volta nella mia vita, ho fatto indigestione di colloqui di selezione. Troppe vite nella mia testa, chiudo tutto: prendi pure, caro facchino, porta giù in cantina. Questi non servono più.

Come cazzo ha fatto a diventare direttore del personale questo coglione


Me lo chiedo tutte le sante mattine, ma si sa, le strade del signore sono infinite, quelle delle aziende sono lastricate di croci e chi mette più croci, sale sale sale. Solo ora lo capisco: il bravo direttore del personale è quello che sa licenziare. Punto.

Dopo ogni partita dell’Inter mi chiede se ho visto la partita ed io da circa 3 anni gi rispondo che il calcio non mi interessa proprio

Ogni lunedì mattina mi dice che ha passato la domenica stravaccato sul divano a ber birra e ruttare, ascoltando i pink floyd e mi chiede: ma le paicciono i Pink floyd? Ed io rispondo sempre che non sono il mio genere. La conversazione si conclude con la laconica affermazione: Lei (si mi da del lei, retaggio della differenza di “classe” quando io ero un semplice impiegato e lui non dava del tu agli impiegati….) non capisce un cazzo di musica.

Al mercoledì va sempre a mangiare fuori con la moglie (oltre ad andare sempre al sabato mattina alle 8 in punto al supermercato, alle 11 al cimitero e alle 13 a pranzo dalla suocera, per poi guardare un film alle 16 a casa, generalmente scaricato gratis da Internet, perché 180 mila euro l’anno di stipendio non si buttano mica dalla finestra per comprare film originali in DVD…) e mi chiede: ma Lei è sposato? Si, sposato, magari pure con una strafiga…Io? Me lo chiedi da tre anni, cosa devo fare? Farmi tatuare una stella rosa?

L’uomo medio è lui, eccolo, è lui, solo lui. Non pensavo potesse esistere, l’uomo medio italiano. Ma di quella mediezza o medietà che non è la misura della normalità, che adoro. Ma della ipocrisia, che detesto.

Le pillole del direttore


Avete mai lavorato con un capo che passa dall’euforia alla tristezza nel giro di 5 minuti, che da del tu o del lei a seconda dell’inquadramento contrattuale della persona che ha davanti, che si stampa tutte le mail, le legge, le archivia e poi per rispondere scrive prima su un blocco di carta e dopo trascrive su una pagina word, che passa sotto scanner e quindi invia? Non sto parlando di un ultra settantenne, ma di un tranquillo 45 enne che disgrazia vuole mi sono ritrovato sopra nell’organigramma aziendale.

Quando gli parli, lui non sente anche se ti guarda in faccia e appena finisci di parlargli, lui ti racconta la sua disgrazia quotidiana, se c’è un’urgenza, una decisione da prendere, dice: poi ne parliamo. Se deve incontrare qualcuno che non vuole incontrare, appena odora l’arrivo della persona si mette al telefono e ci sta per ore, secondo me non telefona neppure ma sta semplicemente con il telefono attaccato all’orecchio anche per 20 minuti e con la testa bassa sul block notes fino a che il malcapitato se ne va dall’ufficio mio di anticamera.

Se provi a suggerire un modo per riorganizzare il lavoro, entra in agitazione e ti accusa di essere un sobillatore in preda all’ansia. Poi apre il cassetto e tira fuori una pillolina. “Tenga”, mi dice (mi da ancora del lei, anche se sono un quadro aziendale, perché quando ho avuto il passaggio di livello mi sono rifiutato di accettare il “tu”, dovuto alla promozione. Fanculo). “Tenga, fanno bene, sa. Io le prendo da venta’anni”

La mia malattia è finita


Devo tornare al lavoro, la mia malattia è finita…

Due settimane a casa: non era mai capitato, da quando lavoro.
Ma non c’era verso, non riuscivo a guarire, non riesco a guarire, la tosse mi accompagna ancora oggi e forse mi dice che non devo tornare; forse sto avendo una reazione…come si chiama…una reazione psicosomatica? Ah…e pensare che molti si farebbero carte false per avere il mio posto di lavoro ed io invece vorrei scapare dalla multinazionale di successo perché non ne capisco più il senso, perché ho un capo pazzo e vittima degli psicofarmaci, perché ho un presidente che ha una biblioteca di soli libri su come guidare le masse, come influenzare le masse, come purificare la razza e come diventare un condottiero di successo (è straniero, molto straniero e innamorato di Mussolini).

La mia malattia mi ha permesso di coccolarmi, di ascoltarmi e di non fare nulla di inutile per 15 giorni: ho letto, ho cucinato per me e per il mio compagno, ho messo ordine nelle mie carte private, ho fatto la nuova assicurazione per l’auto, ho dipinto la porta, ho ristretto e accorciato un paio di pantaloni, ho disegnato il corpetto per l’abito che sto confezionando, ho guardato la tv del mattino, ho riparato il rubinetto della cucina, ho rimontato una mensola della libreria.

Anche la dottoressa non riusciva a spiegarsi…il perdurare della tosse, della leggera febbre…

Manager inutile manager


Anche stasera è andata male, mi sono trovato davanti l’ennesimo addormentato. Gli voglio tanto bene, ma il mio amico Davide di passaggio in Italia in arrivo dal Canada, è votato alla carriera, parla di carriera, di piano di sviluppo personale, fatto con tanto di grafici e gant, fatto da lui stesso per autovalutarsi.

… vedi Davide oggi non capisco più il senso di quello che faccio, penso che non ne valga più la pena, che la vita sia un’altra, che le multinazionali per cui lavoriamo ci stiano prendendo in giro con sta storia della carriera, forse alla fine siamo stati ingannati all’università con sta storia del marketing e della comunicazione.

A me oggi non me ne frega un cazzo di sapere quali sono i bisogni della gente, di segmentare la popolazione in tante piccole celle per colpirle meglio, anzi sta cosa mi fa anche un pò schifo e penso, ma non c’è un modo migliore di passare il tempo? I soldi, si i soldi, ma a me manca il resto, sono carico di soldi – non è vero, diciamo che ne ho abbstanza per vivere bene – ma non ho fatto niente nella mia vta a parte fare soldi e questa è davvero una cosa senza senso, non ti pare?

Io voglio fare altro, voglio pensare, leggere, costruire, scoprire e invece sono qui a riempirmi le tasche di soldi. Ma nel nostro caso, caro Davide, nel nostro caso che siamo anche finocchi, chi ce lo fa fare? Di ammazzarci così, dobbiamo forse costruire un futuro per qualcuno? No, e allora a maggior ragione, dobbiamo renderci conto che c’è qualcosa che non va. Io sono preoccupato perché non me la sento più di continuare così, no, non mi fraintendere, non voglio ammazzarmi. Tiè, voglio solo dirti che secondo me ci siamo sbagliati tutti, noi e i nostri Sono un inutile Manager, ma non perché non sono utile, ma perché è tutto finto, una bolla di sapone, vorrei essere un impiegato ragioniere che conta le mozzarelle al mercato comunale e le scrive spunta sulla bolla, quella di carta

Lo pseudo headhunter e la caccia grossa


Ti telefonano e con aria circospetta e ti chiedono: adesso può parlare? Certo che posso parlare, altrimenti non ti avrei risposto, pseudoheadhunter del cavolicchio! Ti dicono che hanno trovato il tuo curriculum in non so quale bidone dell’immondizia telematica e che vorrebbero scambiare quattro chiacchiere con te, perché sembri interessante.

Allora ti alzi dalla scrivania e con fare da automa preoccupato cerchi la prima uscita utile, vai verso il bagno, anzi no, che potrebbero esserci delle spie, vai verso le scale antiincendio, si, le scale esterne, dove non ti potrà sentire nessuno. Neppure ti viene in mente che se dall’interno vedono un appollaiato che gesticola sorridente al telefono possan pensare che il fortunato stia descrvendo i successi allo pseudoheadhunter.

E tu sei lì sulla scala antincendio e alla fine dici, si, lo voglio. Magari non te ne frega niente della proposta che ti fa l’headhunter, ma rispondi sì lo voglio e ti fai incastrare dallo pseudoheadhunter che a messo a segno un bel colpo: portare via dalla più importante e prestigiosa azienda etc etc il super manager che, guarda un pò, ha proprio voglia di andare a lavorare in quel paesino sperduto della bassa padana. Che colpaccio! E tu che vorresti già rimangiarti tutto quando lo pseudoheadhunter continua chiedendoti se per caso vuoi andartene dall’azienda dove sei. Alla tua risposta negativa, lo pseudo zittisce e ti domanda allora se la tua motivazione per la sua offerta c’è o non c’è. Alla tua risposta positiva – si voglio andarmene dall’azienda dove sono – lo pseudo risponde se per caso non ti trovi bene ed hai problemi di stress, perché se è così allora non vai bene per il suo cliente, che vuole il massimo dal mercato, non certo uno che è strssato e non vede l’ora di scappare.

Ma va a da via i ciap!