Il taglio della manica


Ogni volta che uso la mia macchina da cucire il tempo sembra non finire mai: ieri sera ho accorciato un paio di jeans, ho finito la scollatura del tubino per Sara, ho trasformato una camicia a manica lunga in una a manica corta, con inserimento del polsino all’altezza del bicipite. Il mio compagno dice che sembra un pò camicia della nonna per la prima comunione del nipote, ma vedrete che la indosserà, eccome se la indosserà. Una bella camica a righe bianca e azzurra che lui ha strappato ed io ho prontamente riparato con ausilio di creatività, gessetto, forbici, filo e ago. Me lo vedo già gironzolare per Milano, con il suo bicipite abbronzato che esce dal polsino aperto a metà braccio. Riparare gli abiti è davvero divertente, mi fa risparmiare tempo, cervello e soldi, mi permette di pensare, toccare, riconquistare la mia manualità.

Quello che un pò mi turba è che il cucito è proprio un passatempo da finocchio ed io certo, lo sono finocchio, ma sono anche ancora un pò represso in questo senso: se mi fosse venuta la passione per le riparazioni dell’auto o del cesso, magari sarei andato in giro con il cartello sono un meccanico e sono idraulico e sono finocchio, ma invece sta passione dela taglia e cuci mi crea qualche imbarazzo. Non dovrei? Forse. Fa troppo luogo comune, quella del finocchio cui piace cucire, fa un pò vecchia zitella finocchia, neanche stylist o fashionchecazzoneso, ma proprio vecchia zia. Rischio pure l’allontanamento dei fashion group starnazzanti della Versilia se mi presento con il cesto per il cucito e il ditale! Ops…infingardo.

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La mia malattia è finita


Devo tornare al lavoro, la mia malattia è finita…

Due settimane a casa: non era mai capitato, da quando lavoro.
Ma non c’era verso, non riuscivo a guarire, non riesco a guarire, la tosse mi accompagna ancora oggi e forse mi dice che non devo tornare; forse sto avendo una reazione…come si chiama…una reazione psicosomatica? Ah…e pensare che molti si farebbero carte false per avere il mio posto di lavoro ed io invece vorrei scapare dalla multinazionale di successo perché non ne capisco più il senso, perché ho un capo pazzo e vittima degli psicofarmaci, perché ho un presidente che ha una biblioteca di soli libri su come guidare le masse, come influenzare le masse, come purificare la razza e come diventare un condottiero di successo (è straniero, molto straniero e innamorato di Mussolini).

La mia malattia mi ha permesso di coccolarmi, di ascoltarmi e di non fare nulla di inutile per 15 giorni: ho letto, ho cucinato per me e per il mio compagno, ho messo ordine nelle mie carte private, ho fatto la nuova assicurazione per l’auto, ho dipinto la porta, ho ristretto e accorciato un paio di pantaloni, ho disegnato il corpetto per l’abito che sto confezionando, ho guardato la tv del mattino, ho riparato il rubinetto della cucina, ho rimontato una mensola della libreria.

Anche la dottoressa non riusciva a spiegarsi…il perdurare della tosse, della leggera febbre…

La pazienza delle sarte (e dei sarti)


Cuci, scuci, ricuci, scuci.
Cuci infine e guardi.
Capisci che hai fatto, tu, quella cosa che tieni tra le mani e che fra un minuto avrai sul corpo, per coprirti.

Cucire è esercitare l’arte della pazienza, della tolleranza. Perché cucendo si sbaglia, anche il sarto bravo, la sarta brava sa che cucendo si scuce, che non si è bravi, non si può pretendere di essere bravi al punto tale da non dover rifare.

Cuci e sai che hai un limite, che è il tuo errore. Quando lo sai, la vita diventa molto semplice, molto bella e capisci che non è solo una question di orlo, di imbastitura, di gessetto o ditale.

E’ vita, cuci, scuci, ricuci, scuci, con gioia. Sono ancora capace di sbagliare, evviva!