Mi sento l’uomo senza


Mi sento l’uomo senza, a Mykonos.
Prima grave mancanza: sono senza borsa da spiaggia. Mi presento sulla spiaggia sciccosa con uno zainetto anonimo, grigio e rosso con due grosse tasche laterali di rete, tipo da passeggiata in montagna d’estate con la zia.

Ma che ci metti i pesci, lì dentro…La prima topolina squittisce.
Ma ti ci sta tutto lì dentro…La seconda topolina asserisce perentoria con leggera interrogazione sdegno
La terza topolina abbandona la lettura di Vanity, volge lo sguardo, si alza e accarezza il morbido Emporio Armani, come a dire: quello zainetto non ti avrà mai!.
Sento la voce che arriva da sinistra: ma sì, dopo tutto a Mykonos c’è posto per tutti. Una faciullina del gruppo chiosa la fine – quella che pensa essere la fine – del malinteso.

Concessomi l’onore di restare e di mescolarmi alle topoline topolone, pregusto il godimento. Estraggo dallo zainetto il mio telo mare giallino sbiadito con le palme che erano verdi ma sono diventate grigie. Imbarazzo, schifo,tensione. Il clima si fa rovente di rossori e non sono quelli provocati dalla ceretta sul petto. Affondo ancora di più e ….via. Mi tolgo pantaloncini e mutande, restando nudo con il pisello peloso al vento e la faccia dentro lo zaino alla ricerca del costume.

Ma dai ma non potevi mettertelo a casa ma mettiti un telo ma cambiati nella cabina ma cos’è sta roba.

Trovo il mio costumino blu anonimo e lo infilo sballottando bene il pisello e le palle, per togliere qualche residuo di sabbia. Qualche topolina alla vista di tanto trionfo di pelo sta per avere un conato, che assecondo, cominciando a spalmicchiare una crema densa sul petto. Poi mi stendo e…adesso devo andare ad innafiare. Ne riparliamo dopo.

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Un uomo una donna una casa


La scelta delle tende, delle piastrelle, dei piatti, dei calici, del colore delle pareti, delle luci, degli asciugamani, dei coltelli, dei quadri.
C’è un uomo che sta per andare a convivere con la sua donna, ma queesta casa non sembra mai pronta! Ogni giorno si aggiunge un dettaglio cui io, zingaro naturale, non avevo pensato. Come si fa ad andare a convivere nella casetta linda nuova nuova di quelle tutte uguali, alla periferia di Milano, se non hai comprato almeno un secondo servizio di piatti per gli ospiti o se mancano i lampadari del bagno?

Lui mi dice che sono sempre d’accordo su tutto, c’è una sintonia perfetta: nella scelta dei modelli, dei colori, dei prezzi. Sintonia? Che razza di sintonia è questa? Io mi aspettavo comunanza di idee, di sogni, di piaceri. Un uomo una donna una casa e il sogno di un consumo perfetto pemanente, l’ancora cui legare l’effimera volontà di creazione rimasta. Ma la chicca, quella che mi ha fatto venire freddo a metà agosto è stata la domanda fatale: sai dove si possono comprare dei libri? Per un secondo mi si accende la lampadina, poi il suo sguardo mi riporta alla realtà: dei libri, si di quelle collane carine, quelli con le copertine uguali, ma i titoli diversi? Per fare una bella biblioteca sopra la tv.

Il taglio della manica


Ogni volta che uso la mia macchina da cucire il tempo sembra non finire mai: ieri sera ho accorciato un paio di jeans, ho finito la scollatura del tubino per Sara, ho trasformato una camicia a manica lunga in una a manica corta, con inserimento del polsino all’altezza del bicipite. Il mio compagno dice che sembra un pò camicia della nonna per la prima comunione del nipote, ma vedrete che la indosserà, eccome se la indosserà. Una bella camica a righe bianca e azzurra che lui ha strappato ed io ho prontamente riparato con ausilio di creatività, gessetto, forbici, filo e ago. Me lo vedo già gironzolare per Milano, con il suo bicipite abbronzato che esce dal polsino aperto a metà braccio. Riparare gli abiti è davvero divertente, mi fa risparmiare tempo, cervello e soldi, mi permette di pensare, toccare, riconquistare la mia manualità.

Quello che un pò mi turba è che il cucito è proprio un passatempo da finocchio ed io certo, lo sono finocchio, ma sono anche ancora un pò represso in questo senso: se mi fosse venuta la passione per le riparazioni dell’auto o del cesso, magari sarei andato in giro con il cartello sono un meccanico e sono idraulico e sono finocchio, ma invece sta passione dela taglia e cuci mi crea qualche imbarazzo. Non dovrei? Forse. Fa troppo luogo comune, quella del finocchio cui piace cucire, fa un pò vecchia zitella finocchia, neanche stylist o fashionchecazzoneso, ma proprio vecchia zia. Rischio pure l’allontanamento dei fashion group starnazzanti della Versilia se mi presento con il cesto per il cucito e il ditale! Ops…infingardo.

Come cazzo ha fatto a diventare direttore del personale questo coglione


Me lo chiedo tutte le sante mattine, ma si sa, le strade del signore sono infinite, quelle delle aziende sono lastricate di croci e chi mette più croci, sale sale sale. Solo ora lo capisco: il bravo direttore del personale è quello che sa licenziare. Punto.

Dopo ogni partita dell’Inter mi chiede se ho visto la partita ed io da circa 3 anni gi rispondo che il calcio non mi interessa proprio

Ogni lunedì mattina mi dice che ha passato la domenica stravaccato sul divano a ber birra e ruttare, ascoltando i pink floyd e mi chiede: ma le paicciono i Pink floyd? Ed io rispondo sempre che non sono il mio genere. La conversazione si conclude con la laconica affermazione: Lei (si mi da del lei, retaggio della differenza di “classe” quando io ero un semplice impiegato e lui non dava del tu agli impiegati….) non capisce un cazzo di musica.

Al mercoledì va sempre a mangiare fuori con la moglie (oltre ad andare sempre al sabato mattina alle 8 in punto al supermercato, alle 11 al cimitero e alle 13 a pranzo dalla suocera, per poi guardare un film alle 16 a casa, generalmente scaricato gratis da Internet, perché 180 mila euro l’anno di stipendio non si buttano mica dalla finestra per comprare film originali in DVD…) e mi chiede: ma Lei è sposato? Si, sposato, magari pure con una strafiga…Io? Me lo chiedi da tre anni, cosa devo fare? Farmi tatuare una stella rosa?

L’uomo medio è lui, eccolo, è lui, solo lui. Non pensavo potesse esistere, l’uomo medio italiano. Ma di quella mediezza o medietà che non è la misura della normalità, che adoro. Ma della ipocrisia, che detesto.

Un italiano in vacanza su una spiaggia qualunque del messico orientale


Colorato, tatuato, telefonato, con cane, con pareo, con occhialone, con mollettone, con orologio, con braccialetto, truccato, con costume nuovo, uno al mattino e uno al pomeriggio.

Parla parla e si muove si muove.

Sono diventato insofferente alle persone non libere, alle persone che vivono in un mondo cui conferiscono senso attraverso l’opinione altrui. Forse sono un pò fuori dal mondo, ma quando il processo è avviato non puoi più tornare indietro e sei costretto a vivere così, sentendoti sempre un pò diverso, sentendo su di te il giudizio di chi ti definisce strano. Ciò che mi dispiace di più è il fatto di trovare sempre meno persone capaci di condividere sensazioni di vita.

“…Il cittadino accender della sera
mi ritrovò solo a ripensare il tempo:
l’anima mia, posta nell’eterno,
mestizia forse, non tristezza
colse”

Clemente Rebora, Curriculum

Quando il gay è troppo integrato


Ha la borsa grande di pelle, ha il pantalone stretto di jeans, ha l’iphone all’orecchio, ha il capello bloccato, ha l’andatura da Kate Moss sul tacco 12 e la vita di Vanessa Paradis in crisi da bulimia: è il gay integrato, troppo integrato, è il gay conformista che per darsi un aspetto intelligente è anche comunista e scusate la rima, ma mi sono cascati i corleoni.

Si parla tanto di discriminazione, di isolamento, di maltrattamenti, di minori opportunità, ma oggi il gay è l’emblema dell’uomo perfettamente integrato nel modello di consumo contemporaneo. Anzi, trovi pure le ricerche dei guru della marketing intelligence che te lo additano come persona ad elevata propensione al consumo.

Il gay integrato è amato inseguito voluto coccolato. Il gay non integrato aspira ad integrarsi e poi, è tutto finito.

Manager inutile manager


Anche stasera è andata male, mi sono trovato davanti l’ennesimo addormentato. Gli voglio tanto bene, ma il mio amico Davide di passaggio in Italia in arrivo dal Canada, è votato alla carriera, parla di carriera, di piano di sviluppo personale, fatto con tanto di grafici e gant, fatto da lui stesso per autovalutarsi.

… vedi Davide oggi non capisco più il senso di quello che faccio, penso che non ne valga più la pena, che la vita sia un’altra, che le multinazionali per cui lavoriamo ci stiano prendendo in giro con sta storia della carriera, forse alla fine siamo stati ingannati all’università con sta storia del marketing e della comunicazione.

A me oggi non me ne frega un cazzo di sapere quali sono i bisogni della gente, di segmentare la popolazione in tante piccole celle per colpirle meglio, anzi sta cosa mi fa anche un pò schifo e penso, ma non c’è un modo migliore di passare il tempo? I soldi, si i soldi, ma a me manca il resto, sono carico di soldi – non è vero, diciamo che ne ho abbstanza per vivere bene – ma non ho fatto niente nella mia vta a parte fare soldi e questa è davvero una cosa senza senso, non ti pare?

Io voglio fare altro, voglio pensare, leggere, costruire, scoprire e invece sono qui a riempirmi le tasche di soldi. Ma nel nostro caso, caro Davide, nel nostro caso che siamo anche finocchi, chi ce lo fa fare? Di ammazzarci così, dobbiamo forse costruire un futuro per qualcuno? No, e allora a maggior ragione, dobbiamo renderci conto che c’è qualcosa che non va. Io sono preoccupato perché non me la sento più di continuare così, no, non mi fraintendere, non voglio ammazzarmi. Tiè, voglio solo dirti che secondo me ci siamo sbagliati tutti, noi e i nostri Sono un inutile Manager, ma non perché non sono utile, ma perché è tutto finto, una bolla di sapone, vorrei essere un impiegato ragioniere che conta le mozzarelle al mercato comunale e le scrive spunta sulla bolla, quella di carta

Bambina con regalo


Avevo già visto il regalo del finto bancomat per il bambino: così anche lui può prelevare come fanno i grandi – risponde la mamma di fronte al mio sguardo (solo sguardo, perché se avesse solo intuito le parole mi avrebbe cacciato di casa) non osannante.

Adesso ho visto il regalo del finto carrellino set con tutto per la pulizia della casa: così anche lei può fare i mestieri come li fa la mamma – risponde ancora la mamma, un’altra mamma, di fronte al punto interrogativo che si è materializzato sul mio naso.

A parte la locuzione “Fare i mestieri” che non riesco proprio a digerire e mi irrita più dell’urina sugli occhi, ma questa è una digressione linguistica…mi rattristo pensando a chi sono oggi i genitori. Propagatori di una specie eletta a consumare e pulire, forse per cancellare anche la traccia del proprio piede, oltre alla traccia della propria esistenza, come uomini. Pulire, pulire, pulire, quanto tempo dedichiamo oggi a pulire? Pulire come purificare? Forse è questo che vogliamo raggiungere, nell’illusione di ritrovare l’anima persa dentro al consumo.

Io voglio sporcarmi, sempre, voglio dedicare tempo al mio essere nel mondo, esserci con le mani e i piedi ben piantati a terra, che non mi consentano di muovermi oltre il confine del mio volere.