Piscio in bocca (golden rain again)


Ossessione per vedere un pene che piscia, ossessione per sentire il caldo che bagna la pelle quando ancora vestito ti lasci andare, ossessione infinita di spiare l’altrui membro che piscia dentro i cessi di un autogrill.

Con la bocca aperta aspetto che giunga il getto forte dentro, poi un altro e un altro ancora e sento che non tutti imprimono la stessa forza. Certo molto dipende anche dalla larghezza del glande e del buco, non tutti i glandi sono fatti per il pissing. La pioggia deve uscire da un glande rosato e bello tondo, possibilmente con un pò di prepuzio e rigorosamente a riposo.

Nel pisciatoio di una famosa discoteca di Milano, tempo fa, anni fa c’era l’abitudine di toccare i membri degli altri mentre pisciavano, sporcandosi anche bene le mani: era uno di quei pisciatoi a parete ma la cosa bella era che andavi a pisciare proprio con la consapevolezza che quello era il posto dove potevi toccare gli altri mentre pisciavano. Quindi ti avvicinavi, tiravi fuori il tuo e poi cominciavi a guardare quello dei tuoi vicini e loro il tuo, ma appena iniziavi a pisciare c’era subito quello che ti metteva una mano davanti per sentire bene il piscio caldo che usciva.

Licenziato perché troppo bello


Non sono io quello licenziato, ma sono io quello che lo ha licenziato, mio malgrado. Accade anche che un angelo cada distrattamente dentro un’azienda, portando scompiglio, tra uomini e donne e che per il bene comune si decida di liberarsi della troppa bellezza.

Lui ha 25 anni, una pelle olivastra morbida e calda, capelli castano chiaro e occhi verdi, un collo da baciare, le mani da accarezzare. Quando cammina balla – cito i nuovi angeli, non a caso e non so quanti si ricordano la canzone… – e i suoi muscoli posteriori sembrano parlarti da dentro i pantaloni. D’estate il capezzolo gonfia la polo poco aderente, un pò aperta sul davanti lascia vedere pochi peli biondi. Lo chiami, ti guarda e sorride e quelle labbra bastano per farti dire si a qualunque richiesta.

Questo è troppo: con lui dici sempre si, con lui tutti in azienda dicevano sempre si, uomini e donne. Alla faccia delle policy. Processioni di ammiratrici sfacciate e ammiratori velati iniziavano la mattina nel suo ufficio, anche solo per godere del suo modo di salutare, assembramenti alla macchina del caffè, litigi in mensa per accapararsi il posto vicino a lui erano diventati imbarazzanti.

E lui si è ritrovato a casa, senza contratto. Io l’avrei anche tenuto, anzi mi sarei spaccato in quattro pur di godere del suo buongiorno la mattina – lavorava con me – ma anche io ho dovuto assecondare il volere di sua maestà il mio re supremo, nonché mega presidente inutile che ci domina e mal tollera la luce naturale della bellezza, preferendo circondarsi di grigiore illuminato dalla lampada.

Haiti, pazienza! Sono solo morte delle persone


Non è una tragedia, sono solo morte delle persone a causa di un evento naturale. Le persone nascono e muoiono, è normale, non è eccezionale. La morte accade e merita rispetto, non merita opinioni o enfasi. La vita che resta andrà avanti, anche dopo la morte, non ha bisogno della solidarietà temporanea di popoli che fino ad oggi se ne sono fregati della vita.

Dovremmo avere il coraggio, come paesi occidentali immersi nel benessere e nel perbenismo, il coraggio di tacere e di non interessarci al povero bimbo orfano che resta. E invece…la corsa al bambino solo è appena cominciata, il sogno di un negretto senza famiglia scampato al terremoto e magari anche un pò denutrito, appaga e ristora.

La voglia di dare un senso alla propria vita ormai riempita solo dal bisogno di frustrazione spinge alla solidarietà verso un popolo lontano, che per nulla ha interessato la nostra vita, fino ad oggi. Poi ci dimentichiamo di salutare il sole quando sorge e di accarezzare nostra madre quando piange o la madre del signor Kappa quando ci regala uno sguardo attonito.

Le tragedie sono dentro i nostri cuori, non sulle spiagge di Haiti, è stato solo un terremoto.

Quando il gay è troppo integrato


Ha la borsa grande di pelle, ha il pantalone stretto di jeans, ha l’iphone all’orecchio, ha il capello bloccato, ha l’andatura da Kate Moss sul tacco 12 e la vita di Vanessa Paradis in crisi da bulimia: è il gay integrato, troppo integrato, è il gay conformista che per darsi un aspetto intelligente è anche comunista e scusate la rima, ma mi sono cascati i corleoni.

Si parla tanto di discriminazione, di isolamento, di maltrattamenti, di minori opportunità, ma oggi il gay è l’emblema dell’uomo perfettamente integrato nel modello di consumo contemporaneo. Anzi, trovi pure le ricerche dei guru della marketing intelligence che te lo additano come persona ad elevata propensione al consumo.

Il gay integrato è amato inseguito voluto coccolato. Il gay non integrato aspira ad integrarsi e poi, è tutto finito.

Manager inutile manager


Anche stasera è andata male, mi sono trovato davanti l’ennesimo addormentato. Gli voglio tanto bene, ma il mio amico Davide di passaggio in Italia in arrivo dal Canada, è votato alla carriera, parla di carriera, di piano di sviluppo personale, fatto con tanto di grafici e gant, fatto da lui stesso per autovalutarsi.

… vedi Davide oggi non capisco più il senso di quello che faccio, penso che non ne valga più la pena, che la vita sia un’altra, che le multinazionali per cui lavoriamo ci stiano prendendo in giro con sta storia della carriera, forse alla fine siamo stati ingannati all’università con sta storia del marketing e della comunicazione.

A me oggi non me ne frega un cazzo di sapere quali sono i bisogni della gente, di segmentare la popolazione in tante piccole celle per colpirle meglio, anzi sta cosa mi fa anche un pò schifo e penso, ma non c’è un modo migliore di passare il tempo? I soldi, si i soldi, ma a me manca il resto, sono carico di soldi – non è vero, diciamo che ne ho abbstanza per vivere bene – ma non ho fatto niente nella mia vta a parte fare soldi e questa è davvero una cosa senza senso, non ti pare?

Io voglio fare altro, voglio pensare, leggere, costruire, scoprire e invece sono qui a riempirmi le tasche di soldi. Ma nel nostro caso, caro Davide, nel nostro caso che siamo anche finocchi, chi ce lo fa fare? Di ammazzarci così, dobbiamo forse costruire un futuro per qualcuno? No, e allora a maggior ragione, dobbiamo renderci conto che c’è qualcosa che non va. Io sono preoccupato perché non me la sento più di continuare così, no, non mi fraintendere, non voglio ammazzarmi. Tiè, voglio solo dirti che secondo me ci siamo sbagliati tutti, noi e i nostri Sono un inutile Manager, ma non perché non sono utile, ma perché è tutto finto, una bolla di sapone, vorrei essere un impiegato ragioniere che conta le mozzarelle al mercato comunale e le scrive spunta sulla bolla, quella di carta

La pazienza delle sarte (e dei sarti)


Cuci, scuci, ricuci, scuci.
Cuci infine e guardi.
Capisci che hai fatto, tu, quella cosa che tieni tra le mani e che fra un minuto avrai sul corpo, per coprirti.

Cucire è esercitare l’arte della pazienza, della tolleranza. Perché cucendo si sbaglia, anche il sarto bravo, la sarta brava sa che cucendo si scuce, che non si è bravi, non si può pretendere di essere bravi al punto tale da non dover rifare.

Cuci e sai che hai un limite, che è il tuo errore. Quando lo sai, la vita diventa molto semplice, molto bella e capisci che non è solo una question di orlo, di imbastitura, di gessetto o ditale.

E’ vita, cuci, scuci, ricuci, scuci, con gioia. Sono ancora capace di sbagliare, evviva!

Polpo e patate


Sono in ferie, cioè in libertà dal mio carcere autoimposto. Stamattina mi sono alzato “liberamente” alle 9.30, ho pucciato il panettone nel latte e caffè e poi ho cucito: l’orlo alla tovaglia e il grembiule per Caterina. Sono sceso in cantina per cercare il colore bianco da dare alla porta e ho trovato anche i vecchi pennelli che avevo già usato per il mobile. Fantastico, non devo comprare nulla, ho tutto! E pensare che già mi rompevo al pensiero di andare al centro fai da te a scegliere il colore…invece, con un pò di pazienza ho trovato quello che mi serviva.

Un salto al Carrefour a comprare il polpo e i gamberi, poi dritto al Libraccio per fare una scorpacciata di libri. Nessuno mi deve impedire queste visite in librerie, specialmente al Libraccio, altrimenti diventi cattivissimo. Entro al libraccio ed è come se levitassi, diventassi più leggero, sentissi di più. Sarà che magari è il Libraccio della Bovisa, con quell’aria un pò di frontiera, ma per me è meglio di una vitamina rinforzata: non c’è nulla che mi frena, compro libri libri libri, non riesco neppure più a tenerli in mano.

In piscina siamo in tre, nuoto solo nella mia corsia, muovo le braccia indietro e respiro, sento il petto che si gonfia e poi sento i muscoli del corpo che accarezzano l’acqua, incrocio lo sguardo di un bonone che magari ci sta, almeno nelle mie fantasie cloridriche. Nuotiamo nella stessa acqua ed è come se in un certo senso ci toccassimo, a me basta poco per godere.

Polpo con patate, gamberi all’aneto, un pezzo di formaggio del Piave e champagne, per una serata d’amore a casa mia.

Bambina con regalo


Avevo già visto il regalo del finto bancomat per il bambino: così anche lui può prelevare come fanno i grandi – risponde la mamma di fronte al mio sguardo (solo sguardo, perché se avesse solo intuito le parole mi avrebbe cacciato di casa) non osannante.

Adesso ho visto il regalo del finto carrellino set con tutto per la pulizia della casa: così anche lei può fare i mestieri come li fa la mamma – risponde ancora la mamma, un’altra mamma, di fronte al punto interrogativo che si è materializzato sul mio naso.

A parte la locuzione “Fare i mestieri” che non riesco proprio a digerire e mi irrita più dell’urina sugli occhi, ma questa è una digressione linguistica…mi rattristo pensando a chi sono oggi i genitori. Propagatori di una specie eletta a consumare e pulire, forse per cancellare anche la traccia del proprio piede, oltre alla traccia della propria esistenza, come uomini. Pulire, pulire, pulire, quanto tempo dedichiamo oggi a pulire? Pulire come purificare? Forse è questo che vogliamo raggiungere, nell’illusione di ritrovare l’anima persa dentro al consumo.

Io voglio sporcarmi, sempre, voglio dedicare tempo al mio essere nel mondo, esserci con le mani e i piedi ben piantati a terra, che non mi consentano di muovermi oltre il confine del mio volere.

Un figlio gay: in cosa ho sbagliato?


Lei è una donna di 36 anni, laureata, con un lavoro nel mondo della moda, un lavoro di contatto, responsabile di una linea di accessori, sempre circondata da tanta gente, sempre in viaggio, direi anche un pò frociarola, di quelle che hanno amici gay che “aaaaadoraaaaano”. Lei commette un errore, che scatena la tempesta del 2010, pronuncia la frase che non avrebbe mai dovuto pronunciare:

– se avessi un figlio gay, la prima cosa che farei è domandarmi dove ho sbagliato.

La tempesta è in una piccola casetta in un giorno di capodanno, con la pancia piena, lo champagne che esce dalle orecchie e le confidenze buttate tra un cioccolatino e un dattero. La tempesta è la reazione violenta di un uomo, evidentemente gay, come tutti i presenti, che semplicemente la colpisce con uno schiaffetto sulla guancia. Una bella sberla, diciamola tutta!

– questo è per te, da parte del figlio gay che ancora non hai.

Abbiamo fatto tanto e siamo ancora qui. Uno “sbaglio”, siamo. Abbiamo cercato di vivere vite normali e poi ti accorgi che anche l’amica che frequenti, che ti chiama, che ti vuole in viaggio con lei, che ride con te, anche quell’amica pronuncia la parola magica. Sbagliato, qualcosa di sbagliato, siamo noi omosessuali, anche per una donna del 2010 che vive la più gaia delle vite.

In fondo, lo sapevo, anche chi ci trova piacevoli, non ci vorrebbe mai come figlio. Abbiamo fatto un passo avanti, secondo la signora in questione, che chude così:

– comunque mi farei la stessa domanda anche se mio figlio diventasse tossicodipendente e sarebbe certo meglio se fosse omosessuale, cento volte meglio.

Amen