Caro triste trentenne finocchio semirisolto


Potrei scrivere caro Tiziano Ferro, ma mi dispiace tirarlo in mezzo già dal titolo.

Caro, quando scrivi che sono il cuore e il sentimento che ti hanno fatto virare verso il maschi, scrivi una gran cazzata e lo sai, ma ti perdono perché mi fai tenerezza e sappiamo entrambi che a guidarti era ed è il cazzo. Quando scrivi che ti piacevano comunque le donne ma il tuo cuore era altrove, scrivi una gran cazzata. Quando scrivi che stavi chiuso in camera d’albergo a Parigi e Madrid, mi fai morire dal ridere, lo sappiamo che quando il signore delle palle comanda, il cervello risponde e fa muovere le gambe verso i postriboli più sporchi. Ma questo Vanity Fair non avrebbe potuto scriverlo e la tua confessione condita di sofferenze e psicanalisi si adatta bene al pubblico lettore fragile e sensibile del settimanale più glamour per famiglie e finocchi integrati dell’italica ipocrisia. Io amo le tue canzoni, molte tue canzoni, ma avrei preferito che dicessi: si sono gay, e allora? Sempre con questa storia della sofferenza tremenda da esporre in piazza, con un libro poi. Perché alla fine il messaggio che passa è un altro: si può essere gay in questa società di tolleranti ed emancipati, ma solo a costo di un percorso tortuoso e difficile che solo pochi riescono a compiere. E invece no!! Cazzo. Non è così, non deve essere così, altrimenti continueremo ad essere considerati come anormali e ultrasensibili sempre in bilico tra la follia e la disperazione.

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La mamma lo sposo la nuora e il figlio gay (con fidanzato)


Mia madre piange tutti i giorni, continua a ripetermi fortunato tu con il tuo ragazzo, invece quel tuo povero fratello con quella brutta donna, quanto mi fa penare. E giù lacrime, singulti, voce flebile e dolori di testa. Ed io, figlio finocchio, che consolo una madre disperata per il matrimonio dell’altro figlio, mi sento dire che sono fortunato io ad aver trovato un bravo ragazzo. E’ arrivata a pronunciare la frase del secolo: io mi sento meglio quando sono con voi, è molto meglio lui (il mio fidanzato) di lei (la sua futura nuora).

Chi l’avrebbe mai immaginato: una madre che adora il “nuoro” e vorrebbe venire a vivere con noi (incrocio le dita affinché non accada mai!) famiglia anomala e ripudia l’altro figlio etero, si, quello per giunta anche sportivo, aitante, con superfiga al fianco e in procinto di sfornarle qualche pargolo. Io me ne parto per le vacanza ora, voglio uscire da questo casino al più presto, spero che mamma inciampi in una buccia di banana e rinsavisca, papà la finisca di stare zitto, il mio fratellino si decida a pensare che oltre agli aperitivi al bar, le scarpe griffate e la cocaina, esiste anche una tazza di latte caldo con la torta di mele.

Come la vedo grigia! Lei, povera mamma, così lontana e preoccupata. Ho la sensazione che in questi dieci giorni che mancano al matrimonio possa ammazzarsi, non volontariamente, ma di tristezza. Sai quegli scherzi che fa la pressione alta quando le cose non vanno bene… Io parto comunque per le spiagge selvagge. Penso a me, questa volta. Se succede qualcosa spero che succeda verso la fine della mia vacanza, ho deciso di non impicciarmi più e di godermi il mio status di coppia perfetta adorata da mamma e papà. Due palle.

Quello strano senso di smarrimento che arriva dopo


Dopo una intensa attività autoerotica, in assenza temporanea di partner – temporanea di una sera, si intenda – che porta all’inequivocabile piacere visivo e tattile, nonché mentale, fisico, oddio non so più cosa, mi prende sempre quel senso di smarrimento lì, che poi non è proprio un senso di colpa, ma è una domanda.

Potevo farne a meno? Ah…adesso è facile dirlo, ma quando sei lì, che stai tornando a casa in autobus e la testa ti è scesa al livello del membro e con quello muovi i passi, che se incontrassi una vecchietta saresti disposto a farle uno sgambetto per arrivare a casa prima. Poi entri in casa, ti spogli freneticamente, ti butti sul letto, oppure ti infili sotto la doccia, ti siedi sul bordo del divano, ti fai. Ecco semplicemente ti fai qualcosa che arreca un piacere diverso.

E la devi fare solo, quella cosa. Magari gemendo in modo convulso, senza che qualcuno ti dica: ma cosa urli! Poi ti ritrovi lì, con le mutande in mano, lo sperma un pò sparso ovunque e guardi l’orologio. Che è l’oa dell’arrivo: vaglielo a spiegare, guarda mi sono fatto una sega aspettandoti, così adesso sono bello tranquillo e ti dedico tutto me stesso.

Chiamami con il tuo nome di André Aciman


Questo libro è controverso nelle reazioni che suscita.
Io l’ho finito due anni fa quando ero a Naxos in spiaggia. Non riuscivo più ad alzarmi da terra, mi sentivo svuotato di energie, disperato, senza neppure più la forza di piangere, mi batteva il cuore.
Bruno l’ha finito anche lui in spiaggia, ma l’anno dopo e su un’altra spiaggia, quella di Paros, sempre in Grecia. Si è alzato ed è corso in acqua a piangere ed è andat al largo per non farsi vedere perché le lacrime continuavano.
Massimiliano l’ha letto e l’ha trovato una cavolata per adolescenti in crisi d’astinenza da pisello, Benedetto l’ha letto e per poco non s’addormentava dopo venti pagine.
Siamo tutti e 4 lettori abituali. Io preferisco saggi di filosofia che strizzano l’occhio all’ermeneutica, Bruno è un architetto con la passione per la paesaggistica, Massimiliano legge tutta la saggistica finanziaria che viene pubblicata, Benedetto legge una quantità infinita di libri, romanzi in particolare, con il cuore vicino alla letteratura ebraica.
Divisi a metà: in casa, quel libro non riesce proprio a metterci d’accordo. Con gli amci ancora meno: scontro aperto. Le pagine con il racconto della pesca poi sono determinanti: io ho la salivazione azzerata quando le ricordo, altri hanno il vomito.

Quando una scopata vale più della salute


Non c’è buonsenso che freni, non c’è immagine di se morente che blocchi: in quel momento la voglia prende il sopravvento e il pensiero di poter contrarre il virus non è così tremendo come quello di rinunciare alla scopata del secolo (che poi è uguale a tutte le altre, è solo che nella vita di noi gay tutto sembra sempre per l’ultima volta).

Vivo ancora nel timore, dopo 12 anni.

Non voglio sapere, forse si, forse no, meglio non sapere, ma ricordo quel tavolo pieno di medicinali in una sera di luglio ed io imbambolato di fronte alla bellezza. Lui che mi diceva sono solo per il mal di testa ed io che gli credevo e con la bocca scendevo fino all’inguine, lui che spingeva e voleva possedere tutto ed io che vorticosamente mi lasciavo andare, o forse no. Il ricordo è sbiadito.

Mi sono ritrovato più volte di fronte al rischio e l’ho sempre corso, convinto che in fondo non mi resta molto se mi nego anche quella scopata.

Stronggrond che guarda giocare a calcio


L’ultimo a essere scelto, quello che nessuno vuole in squadra, sono io! Ma io in realtà avrei solo voluto stare seduto a guardare.

Quella palla maledetta, sempre in mezzo ai piedi a rovinare i pomeriggi di una strada di periferia, l’avrei bucata. Gli altri bambini impazzivano di fronte al pallone e se mancava il pallone ne construivano uno con la carta e il nastro adesivo. Poi si facevano le squadre ed io che cercavo di non farmi vedere, di fingermi impegnato ad allacciare le scarpe o a cercare una cosa in tasca.

Le bambine erano ancora più perfide perché se gironzolavo intorno a loro non mancavano mai di urlettare: ma vai con i maschi, non vedi che stanno giocando a pallone…! Se andavo dai maschi, questi mi vedevano come il male necessario: il bambino tutto sommato buono, tutto sommato simpatico, il bambino che qualcuno deve pur prenderselo in squadra.

Sviluppavo allora, non se a causa di ciò o per un’inversa reazione a catena, un forte senso di non appartenenza. Ero così, non volevo essere nel gruppo, ma essere per me. Se poi il gruppo era anche un appassionato circolo di bambini calciatori urlanti, sudati e puzzolenti, allora il mio disagio era tutto. Disagio, perché avevo paura di essere così doppiamente diverso.