Il carcere flessibile e il criminale inventore


Un sbarra si alza, entra un’auto, entra un’altra auto. Più avanti un pullman lascia scendere una ventina di persone, tutt’intorno è verde di prati curati, qualche rosa, ortensie in una mattina d’agosto alle 8.30.

E’ un centro direzionale, così lo chiamano quell’insieme di cemento e alberi – pochi -che ospita per un numero imprecisato di ore al giorno le vite di molti uomini liberi, cioè in libertà vigilata. Allora mi torna alla mente quando ero in servizio alla stazione Carabinieri di Torino Mirafiori, dove al mattino e alla sera venivano a firmare i peggiori delinquenti. Quelli si, erano uomini liberi: era sufficiente che mettessero la loro firma su un foglio al mattino e poi potevano fare tutto quello che volevano per tutto il giorno. La sera tornavano e firmavano ancora il loro esserci, con lo sguardo divertito per la giornata trascorsa magari al bar o a giocare a bocce.

Nel centro direzionale no, non basta firmare al mattino il proprio arrivo e la sera la partenza: c’è tutto un giorno nel mezzo, che viene consumato secondo regole che hai scelto di seguire. Per non perderti, hai scelto di seguire le regole del buon lavoro quotidiano, perché perdersi è consentito solo ha chi ha già scoperto di non avere più centro e ha accettato il nomadismo delle proprie identità: un criminale, un uomo che inventa la vita e la distrugge.

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Meglio non lavorare


Tutti a casa, sotto le coperte oppure davanti ad una bella tazza di caffè, la vestaglia stropicciata intorno al corpo e un bel muratore da spiare mentre arrampicato sulla casa di fronte mostra i muscoli. Ah, questa si che è vita!! Ah….Ah….Fannullone a chi? Io sto benissimo per quanto mi riguarda, sarò fannullone secondo il mio capo, la mia azienda, il giornale padronale che tanto ama le inchieste sul lavoro, ma io sto benissimo e contribuisco alla mia personale crescita, al mio benessere. O qualcuno vuole dirmi che stare così a poltrire mi fa male? Trastullarsi con un buon libro, o semplicemente con una mano, se vogliamo essere proprio goderecci fino in fondo, può forse danneggiare la nostra persona? Quando avrò voglia tornerò a lavorare, nel frattempo si arrangino, si ammazzino di lavoro. Io non sono nato per lavorare. Sta forse scritto da qualche parte che è lodevole lavorare e disdicevole non lavorare. Saranno fatti miei se non lavoro e non mi piace affatto che qualcuno mi definisca fannullone se preferisco trascorrere le ore al bar o a fare shopping! Al limite, se proprio al mio datore di lavoro non piace avere un dipendente che si gode adeguate pause, mi licenzierà, ma continuano ad essere fatti miei. Fannullone è colui che non fa nulla per il proprio benessere, che si lascia morire nel sogno di un impiego, nel sorriso di un superiore, nel premio per una vita spesa a produrre.

Preferisco coltivare.

Gli umani che ho intervistato


Dovrebbero dare una indennità a quelli che nella vita fanno selezione del personale, una specie di pensione per ritemprarsi dalle fatiche psicologiche. Per farlo davvero bene occorre avere almeno tre o quattro mesi di decompressione dopo sette o otto mesi di interviste quotidiane.

Sentire le vite di decine di persone al giorno è molto impegnativo, soprattutto se si ascolta veramente quello che queste persone raccontano ed io lo faccio. Sto mettendo in ordine le mie scrivanie, gli armadi i cassetti e sto per portare in cantina le migliaia di schede di candidati intervistati in questi anni, mi diverto ad aprirne alcune e a rileggere i miei appunti, quei pezzi di cartaccia che sono preziosi per gli scarabocchi fatti, le note, i disegnini, i colori.

C’è sempre una parte, di solito in alto a destra dove traccio i caratteri fisici della persona, nulla di formale, vado molto al sodo perché l’obiettivo è ricordarmi la persona: tette giganti, bocca carnosa, capelli lunghi tinti male, occhiali D&G vecchio modello, ha una gonna da mercato orientale, la sciarpina gialla poteva evitarla, le unghie sono eccezionali, secondo me sono finte. Peli sulle braccia.

Poi voglio sapere cosa sogna, non mi interessano i lavori cui aspira, ma i sogni che porta con se: vuole comparare casa in Marocco (+), vuole salvare l’umanità dalle guerre (-), vuole dedicare tempo alla solidarietà (-), vuole andare in vacanza con la fidanzata (+), vuole farsi frate (boh!), vuole comprare casa (che palle!), vuole trovare un lavoro (questi li caccio dopo dieci minuti), vuole leggere tutto Pavese (mi sta simpatico).

Misuro poi la resistenza al peccato, non solo quello carnale, ma la disponibilità ad accettare le proprie voglie, difetti, errori a convivere con ciò. Questo è l’aspetto più importante quando assumo una persona, una volta verificate le competenze hard: non mi interessano quelli che non hanno mai preso una strada sbagliata, che non hanno mai rischiato, che non sarebbero disposti a mandarmi affanculo.

Ma per la seconda volta nella mia vita, ho fatto indigestione di colloqui di selezione. Troppe vite nella mia testa, chiudo tutto: prendi pure, caro facchino, porta giù in cantina. Questi non servono più.

Senza un paracadute


E’ la domanda che mi sento rivolgere più spesso: ma lasci così, senza un paracadute?

Si! Lascio così, ma il paracadute non mi serve, perché non sto cadendo, mi sto semplicemente alzando, rialzando sulle mie gambe di uomo.

Nella logica di schiavitù di cui siamo imbevuti, se uno lascia un lavoro lo fa solo per prenderne un altro o per prendere dei soldi, che poi è un modo per confermare a se stessi di essere ancora legato a qualcosa, senza libertà.

Se uno lascia un lavoro con o senza la sua volontà, diventa un disoccupato, termine connotato negativamente perché un disoccupato non può pagare e apparentemente non può vivere, per una insana equazione NO SOLDI=NO VITA.

La vita è possibile senza soldi, migliora con un pò di soldi, peggiora con troppi soldi. Il mio portinaio mi dice sempre che si stava meglio in Romania con Causescu, quando la gente si lamentava perché doveva portare il maiale in eccedenza al mattatoio pubblico, perché doveva portare l’uva in eccedenza alla mescita pubblica, perché non poteva guadagnare più soldi di quelli stabiliti per legge. Ma in Italia è molto diversa la situazione? Forse uno può ammazzarsi i maiali in casa e poi venderli liberamente? La chiamano sicurezza alimentare, sanità, igiene…leggi del cavolo; in realtà sono lo strumento attraverso il quale le grandi multinazionali bloccano ogni inziativa imprenditoriale locale e singola, facendo annegare i sogni dentro anni di finanziamenti a rate. Un divieto ancora più subdolo.

L’Italia è una repubblica sfondata sul lavoro


Nel senso che noi Italiani abbiamo il posteriore sfondato a forza di lavorare, di pensare al lavoro che c’è, al lavoro che non c’è, al lavoro che dovrebbe esserci e a quello che non ci spetta, a quello che ci rubano, a quello che ci impongono. Vorrei vivere in un paese in cui il lavoro non fosse un diritto: quanto è triste sapere che ho uno stato che mi dice che il fatto di spaccarmi la schiena sia un mio diritto. Vorrei altri diritti garantiti dallo stato, ultimo il lavoro: il diritto alla salute, il diritto di godere della natura non inquinata, il diritto di studiare e migliorare me stesso non in quanto lavoratore ma in quanto uomo, il diritto a una casa e a un’energia pulita, il diritto ad un’attività autonoma, artigianale o imprenditoriale.

A chi giova il diritto al lavoro? Pensateci.
Giova a chi lavora perché in questo modo non è sulle spalle dello stato, giova a chi lavora perché questi può gudagnare e comprare (può “raggiungere un livvello soddisfacente di benessere” tradotto dall’ipocritese vuole dire solo può spendere tanto, molto di più che in passato), giova a chi produce perché in questo modo può continuare a produrre.

Voto il politico che mi dice che il lavoro non né un diritto, né un dovere, ma un male necessario; ma non succederà, tutti sono d’accordo che gli italiani sono “brava gente, gran lavoratori” e tutti a indignarsi per chi perde il lavoro.