Stronggrond che guarda giocare a calcio


L’ultimo a essere scelto, quello che nessuno vuole in squadra, sono io! Ma io in realtà avrei solo voluto stare seduto a guardare.

Quella palla maledetta, sempre in mezzo ai piedi a rovinare i pomeriggi di una strada di periferia, l’avrei bucata. Gli altri bambini impazzivano di fronte al pallone e se mancava il pallone ne construivano uno con la carta e il nastro adesivo. Poi si facevano le squadre ed io che cercavo di non farmi vedere, di fingermi impegnato ad allacciare le scarpe o a cercare una cosa in tasca.

Le bambine erano ancora più perfide perché se gironzolavo intorno a loro non mancavano mai di urlettare: ma vai con i maschi, non vedi che stanno giocando a pallone…! Se andavo dai maschi, questi mi vedevano come il male necessario: il bambino tutto sommato buono, tutto sommato simpatico, il bambino che qualcuno deve pur prenderselo in squadra.

Sviluppavo allora, non se a causa di ciò o per un’inversa reazione a catena, un forte senso di non appartenenza. Ero così, non volevo essere nel gruppo, ma essere per me. Se poi il gruppo era anche un appassionato circolo di bambini calciatori urlanti, sudati e puzzolenti, allora il mio disagio era tutto. Disagio, perché avevo paura di essere così doppiamente diverso.

Annunci

Stronggrond va a Murialdo


A Murialdo abita Adriano con Rinuccia, sua moglie. Insieme a loro vive il figlio Mauro, mongoloide, affetto da sindrome di down, strano per me che a 6 anni sono catapultato nel buco di Murialdo, lassù nella casa sul cucucuzzolo, dove passo il tempo a giocare con i gamberi di fiume e a cantare le canzoni degli alpini.

Mauro non parla bene, ha la faccia tipica dei mongoloidi e ha qualche hanno più di me ma sta sempre con me. Mauro canta, ma sa solo le canzoni degli alpini, che gli insegan il nonno Ivo ed io per fargli compagnia mi ritrovo a cantare con lui…

Sul cappello, sul cappello che noi portiamo
c’è una lunga c’è una lunga penna nera
che a noi serve, che a noi serve da bandiera
su per monti, su per monti a guerreggiar.
Oilalà.

Evviva, evviva il Reggimento
Evviva, evviva il Corpo degli Alpin.

Su pei monti, su pei monti che noi saremo
pianteremo, pianteremo l’accampamento,
brinderemo, brinderemo al reggimento,
viva il Corpo, viva il Corpo degli Alpin.
Oilalà.

Su pei monti, su per monti che noi saremo,
coglieremo, coglieremo le stelle alpine
per donarle, per donarle alle bambine,
farle piangere, farle piangere e sospirar.
Oilalà.

Farle piangere, farle piangere e sospirare
nel pensare, nel pensare ai begli Alpini
che fra i ghiacci, che fra i ghiacci e gli scalini
van sui monti, van sui monti a guerreggiar.
Oilalà.

Evviva, evviva il Reggimento
Evviva, evviva il Corpo degli Alpin.

Su pei monti, su pei monti ed io credevo fosse un errore della sua pronunica da mongoloide, invece era proprio così. Io giocavo con i gamberi grigi nel ruscello dietro casa e lui mi guardava e cantava, per ore. Io parlavo perché ero solo, parlavo al gambero, mentre lui, Mauro, cantava e sorrideva.

Mauro mangiava solo ravioli al sugo di funghi, tutti i giorni. Io bevevo latte caldo appena munto, tutti i giorni. Ma mangiavo anche la torta verde, con il riso dentro, tutti i giorni a colazione, prima di andare a giocare con gamberi grigi nel ruscello dietro casa. Poi arrivava Rinuccia e ci chiamava, ma lui cantava, io parlavo.