Dopo Carnevale, STOP


Gentili lettori, mi fermo per un pò.
Voglio provare a rinunciare al blog. Non so se riuscirò a farlo, ma voglio provarci.
Magari tra 5 giorni non riesco a fare a meno della mia identità virtuale e sono di ritorno, oppure non tornerò più (non ci credo, ma è un idea che coltivo). Penso che questo blog e quello precendente sulla stampa mi abbiano dato la possibilità di confrontarmi con molte persone, ops…con le opinioni di molte persone.
Ciao, vado a disintossicarmi di tecnologia, perché una vita senza internet e senza blog è possibile e voglio vedere com’è. Poi magari, chissà, un giorno la racconterò.
Ciao a tutti, un bacio e un abbraccio grande.

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La mia malattia è finita


Devo tornare al lavoro, la mia malattia è finita…

Due settimane a casa: non era mai capitato, da quando lavoro.
Ma non c’era verso, non riuscivo a guarire, non riesco a guarire, la tosse mi accompagna ancora oggi e forse mi dice che non devo tornare; forse sto avendo una reazione…come si chiama…una reazione psicosomatica? Ah…e pensare che molti si farebbero carte false per avere il mio posto di lavoro ed io invece vorrei scapare dalla multinazionale di successo perché non ne capisco più il senso, perché ho un capo pazzo e vittima degli psicofarmaci, perché ho un presidente che ha una biblioteca di soli libri su come guidare le masse, come influenzare le masse, come purificare la razza e come diventare un condottiero di successo (è straniero, molto straniero e innamorato di Mussolini).

La mia malattia mi ha permesso di coccolarmi, di ascoltarmi e di non fare nulla di inutile per 15 giorni: ho letto, ho cucinato per me e per il mio compagno, ho messo ordine nelle mie carte private, ho fatto la nuova assicurazione per l’auto, ho dipinto la porta, ho ristretto e accorciato un paio di pantaloni, ho disegnato il corpetto per l’abito che sto confezionando, ho guardato la tv del mattino, ho riparato il rubinetto della cucina, ho rimontato una mensola della libreria.

Anche la dottoressa non riusciva a spiegarsi…il perdurare della tosse, della leggera febbre…

Un italiano in vacanza su una spiaggia qualunque del messico orientale


Colorato, tatuato, telefonato, con cane, con pareo, con occhialone, con mollettone, con orologio, con braccialetto, truccato, con costume nuovo, uno al mattino e uno al pomeriggio.

Parla parla e si muove si muove.

Sono diventato insofferente alle persone non libere, alle persone che vivono in un mondo cui conferiscono senso attraverso l’opinione altrui. Forse sono un pò fuori dal mondo, ma quando il processo è avviato non puoi più tornare indietro e sei costretto a vivere così, sentendoti sempre un pò diverso, sentendo su di te il giudizio di chi ti definisce strano. Ciò che mi dispiace di più è il fatto di trovare sempre meno persone capaci di condividere sensazioni di vita.

“…Il cittadino accender della sera
mi ritrovò solo a ripensare il tempo:
l’anima mia, posta nell’eterno,
mestizia forse, non tristezza
colse”

Clemente Rebora, Curriculum

Il Responsabile delle Risorse Umane


Guarda il mare, che è meglio, guarda le navi sullo sfondo, che controllano la costa di San Giovanni d’Acri dagli attacchi libanesi. Una mattina di giugno all’alba mi accorgo di essere stato ingannato, guardando l’orizzonte chiuso dalla navi e poi la cittadina chiusa dalle mura e poi l’albergo di lusso alle mie spalle, con la spiaggia recintata, chiusa alla vita fuori controllo.

Volevo cambiare le persone, povero illuso, farle crescere e fiorire dentro l’azienda. Si, fiorire, è proprio questo il mio scopo quando decido di occuparmi di risorse umane. Sai quante illusioni quando ai primi colloqui mi chiedevano quale fosse la mia idea di gestione del personale. Allora ero molto più giovane e oggi penso che alcuni si divertissero a sentire le mie risposte piene di amore per il lavoro, amore per gli altri, pensando dentro di sè: povero illuso. Avevano ragione loro: mi sono serviti dieci anni di risorse umane per capire che la crescita delle persone, in azienda, non interessa nessuno.

I conti devono tornare, sempre, anche tra le risorse umane. E se a New York hanno deciso che in Italia quest’anno devi allontanare 5 teste, lo devi fare e devi inventarti dei motivi per giustificarlo. I fatturati sono alle stelle, tutti lavorano abbastanza bene, mi chiedo perché? Perché la politica prevede che 5 persone siano allontanate quest’anno e devi farlo perché se non lo fai non raggiungi il tuo obiettivo e…Sostituirai le 5 allontante con 5 nuove persone – mi dicono. Scegli magari quelle un pò più vecchie, che sono in azienda da tanti anni. Quelle che sono convinte che nessuno le tocchi perché sanno fare bene il loro lavoro.

Senza senso, senza senso, senza senso.

La neonata nel caffé


Un papà al bar una mattina di febbraio alle dieci con il casco in una mano e il telefonino nell’altra.

Un papà che risponde orgoglioso del risultato dell’inseminazione della sua vacca:
“Come sta Giulia?”
“Bene, è già a casa con la bambina, 3punto620, un amore.

Mi giro meglio verso il papà con il casco in mano e il telefonino nell’altra perché voglio vedere la faccia di questa bilancia automatica dotata di spazio nel cervello per ricordare pure i decimali del peso della sua piccola topa; non può essere, non deve farlo, sta per farlo, ecco che parte. Sorride e passa il telefonino alla barista:

“Ecco, qui siamo ancora in sala parto, è appena uscita”
“Ma che carina!” Come una barbabietola rossa immersa nell’aceto

La voce di lui echeggia dal telefonino, si! Ha messo il vivavoce, casomai avessimo intenzione di perderci le scoregge di sua moglie direttamente dalla sala parto.

“Ludovicaaa, guarda appapà, brava! Ludovicaaaa, Ludovica! Ciao, Ciao, Ciao”

La barista sta ripassando il telefonino all’inseminatore, quando il mio sguardo si posa sul dispaly, che passa a 10 cm dalla mia faccia. No, non dirlo, no non farlo, caro il mio papà. Lo sta facendo, lo sento…

“Vuol dare un’occhiata anche lei?”

Luigi, ma cosa stai dicendo?


“Luigi ma cosa stai dicendo? – Emilia stava cercando di entrare in camera sua ma Luigi, mio fratello Luigi la bloccava – Sei…matto? Stai bene? Smettila, lasciami i capelli, lasciami, aiuto stai fermo, me li strappi. Iniziò così sulla soglia della stanza di zia Emilia, mentre io ero bloccato alla fine del corridoio. Eravamo rientrati dal funerale noi tre per primi, io, Luigi e zia Emilia, la sorella di mamma, gli altri sarebbero arrivati di lì a qualche minuto. Salìì al piano di sopra e mi fermai sull’ultimo scalino, prima del lungo corridoio dove affacciavano le camere. Luigi la stava trascinando lungo il corridoio, presa per i capelli, Luigi urlava e rideva anche un poco.
– Luigi, basta sto male, fermati.
– Si, stai male? Ma voi zinagarelle siete forti, vero? Lo dici sempre, cara zietta.
Emilia era ormai rannicchiata in un angolo del corridoio, terrorizzata dalle intenzioni di Luigi.
– Tu e mia madre avete portato la malattia, lo sanno tutti, la malattia delle bestie bulgare, lo sanno tutti qui! Non si era mai visto morire un cristiano in quel modo, come è morta mia madre. Lei, la bestia ce l’aveva dentro, come te, schifosa zingara.
– Luigi, tua madre aveva bisogno di un dottore e di medicine, aveva un tumore e avrebbe potuto essere curata, ma cosa te lo dico a fare, sei come tuo padre, un giovane già vecchio presentuoso signorotto di campagna. Tua madre è stata una folle a volerlo sposare.
Con il tacco degli stivaletti schiacciò la mano con cui zia Emilia tentava di rialzarsi. Sentìì un urlo animalesco, lui che continuava a schiacciare quella mano. Poi improvvisamente lasciò la presa, veloce si diresse verso la sua stanza ed entrò tirando un calcio, lasciando Emilia mezza tramortita distesa nel corridoio. Corsi verso di lei, era buio, non avevamo luce al piano superiore di quella vecchia sgangherata casa, ma vidi la porta della stanza di luigi aprirsi di nuovo e lui uscirne con una candela.
Per un attimo pensai che volesse aiutarla, ma ne vidi il volto infuocato di rabbia e scappai. Lui non mi vide neppure, riguadagnai le scale e le sue urla mi bloccarono.
– Vecchia zingarella ingrata, principessa dei miei stivali, tu non sei riconoscente, cara. Fatti illuminare bene, forza! – Luigi le si avvicinò con la candela, con il piede sul suo cappotto, le avvicinò la candela al volto.
– Bella principessa, vuoi venire a fare un giro in camera mia, così ci divertiremo, sai che sono un grande amatore, forse tu hai bisogno di essere consolata per la morte della cara sorellina Ester.
Emilia urlava, mio padre non era ancora arrivato, né i mie fratelli, ancora oggi non ricordo se passò un’ora o solo dieci minuti, ma io, questo lo ricordo, iniziai a vomitare sulle scale, poi le urla di Emilia divvenero sempre più strazianti, vidi un lampo di luce in fondo al corridoio, come una palla infuocata impazzita. Era la testa di Emilia, mio fratello le aveva dato fuoco ai capelli”.

1 maggio 1998

La zia Emilia lo racconta ancora


“La zia Emilia lo racconta ancora, nella sua follia di donna distrutta dall’alcool.
– Ti ricordi, Nereo, quante bistecche si mangiava la faccia di tua madre?
– Certo Zia Emilia che mi ricordo, lo racconti ogni mese
Ti ricordi, Nereo, gliele mettevamo lì e la bestia se le mangiava, delle belle bistecche grosse, rosse, spesse, appoggiate sulla guancia malata.
Mia madre aveva un tumore della pelle che le mangiava la carne del volto e allora noi appoggiavamo le bistecche sulla sua faccia e la bestia nera lasciava tranquilla la guancia e mangiava la bistrecca.
Zia Emilia racconta sempre la stessa storia da decenni, forse è diventata alcolizzata per questa storia, per questo incubo che ci accompgna e di cui ricordo solo la voragine sul volto di mia madre. La vidi nella bara, morta. Senza naso, con un buco nella guancia, con un occhio vuoto e un labbro nero. Da due mesi non me la facevano più vedere, da quando la malattia aveva cominciato a deformarla ed io avevo solo 5 anni.
Sono passati 20 anni da quel 1978, quando è morta mia Madre, nella vecchia casa, da quel gennaio, da quel funerale, da allora io a gennaio non dormo perché ho paura di svegliarmi senza faccia”.

10 aprile 1998

Reduce da un lavoro fantasma


“Reduce da un lavoro fantasma a Torino, debilitato nel fisico e nella mente, senza un soldo, con la disperazione come unico sentimento: così mi trovo, con la laurea nel tubo dentro l’armadio e poca voglia di vivere. Non mi cresce più la barba, fatico a respirare ed è come se volessi sempre sbadigliare, ho dolori improvvisi alle gambe e sulla pancia sono comparse macchie di pelle più chiara e secca. Passo le mie mattine in biblioteca a leggere gli annunci di lavoro sui quotidiani, leggo tutte le riviste e i settimanali per trovare quegli articolidi costume che parlino di lavoro, di mancanza di lavoro, di difficoltà col lavoro e quando li trovo, sono un poco confortato. Il pomeriggio in casa a scrivere e riscrivere il curriculum, la lettera di presentazione sul vecchio computer, vecchio che mi aveva regalato anni fa la nonna e lo dico non per suscitare qualche buono sentimento. Mia nonna era una persna difficile, non mi manca. Lo dico perché il computer è lentisimo, poche funzioni, uno schermo che mi infuoca gli occhi. Sogno, sogno molto”.

    11 maggio 2000

Il fumo di Morgan e la fine di Max


Vergogna! E’ la prima parola che mi viene in mente, se penso al giornalista che ha raccolto l’intervista a Morgan. Vergogna, ancora, perché sapeva benissimo che pubblicando quelle parole avrebbe:

1) Diffuso il Morgan pensiero sulla droga, che, condivisibile o meno, è comunque pericoloso per ragazzini già fin troppo rimbambiti.
2) Stroncato la carriera ad un cantante, chiudendogli sicuramente le porte di Sanremo, di X Factor e chissà quali altre.
3) Rinverdito i fasti di un giornale la cui opinione talvolta fatica ad uscire tra i seni strizzati delle bellone del mese.

Io credo che Morgan abbia effettivamente detto quello che ha detto, ma un giornalista deve sapere discernere tra ciò che è pubblicabile e ciò che non lo è, deve coscienziosamente distinguere tra il diritto di cronaca – e non è questo il caso visto che di cronaca non si tratta – e il diritto di offesa.

Io sono veramente incavolato per quello che sta succedendo, mi dispiace per Morgan che non conosco neanche bene, ma l’effetto più nefasto del comportamento del giornale è la responsabilità nel diffondere il messaggio negativo. Morgan l’avevo detto forse su un divano ad un giornalista, offrendogli magari la stessa sigaretta rinforzata. Il giornalista l’ha detto al popolo intero come succulenta notizia.

Spero che Max chiuda presto i battenti della sua latrina.

L’Italia è una repubblica sfondata sul lavoro


Nel senso che noi Italiani abbiamo il posteriore sfondato a forza di lavorare, di pensare al lavoro che c’è, al lavoro che non c’è, al lavoro che dovrebbe esserci e a quello che non ci spetta, a quello che ci rubano, a quello che ci impongono. Vorrei vivere in un paese in cui il lavoro non fosse un diritto: quanto è triste sapere che ho uno stato che mi dice che il fatto di spaccarmi la schiena sia un mio diritto. Vorrei altri diritti garantiti dallo stato, ultimo il lavoro: il diritto alla salute, il diritto di godere della natura non inquinata, il diritto di studiare e migliorare me stesso non in quanto lavoratore ma in quanto uomo, il diritto a una casa e a un’energia pulita, il diritto ad un’attività autonoma, artigianale o imprenditoriale.

A chi giova il diritto al lavoro? Pensateci.
Giova a chi lavora perché in questo modo non è sulle spalle dello stato, giova a chi lavora perché questi può gudagnare e comprare (può “raggiungere un livvello soddisfacente di benessere” tradotto dall’ipocritese vuole dire solo può spendere tanto, molto di più che in passato), giova a chi produce perché in questo modo può continuare a produrre.

Voto il politico che mi dice che il lavoro non né un diritto, né un dovere, ma un male necessario; ma non succederà, tutti sono d’accordo che gli italiani sono “brava gente, gran lavoratori” e tutti a indignarsi per chi perde il lavoro.