Contro i cinesi, tutti.


Sono contro i cinesi, è molto semplice. Non li voglio più vedere in città, a Milano, voglio che se ne vadano tutti e in fretta. Non voglio più vedere scomparire un fruttivendolo e la mattina dopo trovare un negozio di parrucchiere cinese, si insinuano come serpenti nelle nostre città e assorbono tutto, pagando con i soldi della mafia cinese. Perché qualcuno mi deve spiegare come fanno certi bar gestiti da cinesi a stare aperti se non entra quasi nessun cliente tutto il giorno? Come fanno i cinesi a comprarsi gli appartamenti fregandolteli sotto il naso e arrivando in agenzia immobiliare con una valigetta contenente migliaia di euro? Perché l’amministrazione comunale si ostina a rilasciare licenze (forse però sono libere, ora che ci penso…) a commercianti cinesi che sicuramente non pagano né tasse né contributi all’Inps? Perché io mi devo subire il fatto che i condomini cinesi non pagano le spese di amministrazione e non si può fare nulla per cacciarli e quando provi ad andare alla loro porta per farti dare una spiegazione non ti aprono e quando li trovi sulle scale non ti rispondono?

Io non voterò alle elezioni amministrative, perché non voglio una legge che regolarizzi gli stranieri, ma voglio proprio una legge che vieti ai cinesi di entrare in Italia e obblighi tutti quelli che ci sono a lasciare Milano, subito. Non portano cultura, solo illegalità.

Ho voglia di sinistra, quella vera


Sembra una crociata: abbattere il nemico, costi quello che costi.
Il nemico si chiama Silvio Berlusconi e credo ormai turbi le notti di Bersani e Di Pietro più di una testa d’aglio ingoiata cinque minuti prima di coricarsi: non ci riesce proprio il popolino di sinistra a sognare, a creare, a fare, a lavorare, a pensare, a valorizzare, senza dovere contianuamente richiamare il “Colpevole” di tutte le disgrazie del mondo. Non amo Berlusconi, si certo mi sta un pò antipatico perché penso sia grezzo e di scarsa cultura, ma vorrei vedere un mondo che ignora Berlusconi. Sembra una cosa normale che si faccia una manifestazione pubblica per dire “SOLO” no a Berlusconi? A me sembra indice di una tale scarsità di pensieri nelle teste dei leader di sinistra che la sinistra italiana si merita di stare dov’è ancora per molto tempo, decenni. Fino a che non arriverà qualcuno in grado di elaborare un pensiero senza citare l’ignorante che sta dall’altra parte, senza ricorrere all’uso della lingua inglese con sti cazzo di “…day”.

E poi Bersani c’ha due labbra troppo sottili.

Eran costretti, tutti
a seguir lui, il solo
che avesse una lanterna.
Ma all’alba
tutti si sono dileguati
come fa la nebbia. Tutti. Chi qua, chi là.

(C’è anche chi ha preso,
pare una strada falsa.
Chi è precipitato. E’ facile).

Oh libertà, libertà.Giorgio Caproni

Oggi pesce lesso: Scamarcio


Lo sguardo da triglia per tutto il film basta a rovinare la poesia di Ozpetek.
Ma proprio Scamarcio doveva andare a prendere, per fare la parte del ragazzo omosessuale?
L’identificazione non c’è stata, l’emozione stenta ad uscire e se non fosse per quell’ultima parte del film risollevata dal ghiaccio degli occhi di Ilaria Occhini, le uniche mine vaganti sarebbero i miei coglioni per il moto perpetuo da incazzatura. Quanto poi ad Alessandro Preziosi: meglio quando fa il soldato innamorato d’altri tempi; come fratello maggiore, omosessuale pure lui, è credibile quanto Kate Moss alla prova del cuoco. Riesce comunque ad avere tre espressioni diverse, due in più di Scamarcio.

C’è un pò di delusione, lo ammetto, forse anche stimolata dal reparto geriatrico che era il pubblico dell’Anteo a Milano, questa sera. O era un viaggio premio per genitori rimbambiti dell’Agedo, o era un gruppo vacanze in partenza per Villa Arzilla, ovvero mi trovavo nell’anticamera per il casting dei Goonies. Io che mi aspettavo la milano frocia e frociarola, sai in una di quelle sere in cui ti senti un pò soddisfatto per essere parte della riserva indiana dei finocchi risolti e ridanciani, ormai consapevolmente votati a farsi rigorosamente i cavoli propri dentro un paltò di Dolce e Gabbana. Invece solo turchinetto, tosse, tremolii intorno a me.

Quanto a consolarsi con il film, certo…si ride, un poco. Come una bella puntata di Caterina e le sue figlie. Tutti attori con la t maiuscola (!), per recitare bene una storia che manca di pezzi e di immagini.

Gocce di rugiada su di me


Se una sera d’inverno davanti ad un tripudio di nudità…
Una goccia di rugiada finisse proprio lì, sul finire del maglione
di cachemire, una goccia frutto di una goduriosa masturbazione
E se poi io provassi a lavarla un pochetto,
solo per togliere quel poco di vischiosità
che l’accompagna.

Se poi lasciassi l’indumento ad asciugare
come lascerei un maglioncino una sera senza sega
sulla spalla della sedia, pensando:
Ma sì, domani mattina è asciutta!

Se poi la mattina ti accorgessi che sì.
Si è asciugata, ma è rimasta un pò marroncina
e dura.

La tintora: buongiorno.
Il segaiolo: buongiorno Lidia.
La tintora: che c’è?
Il segaiolo: un maglione, guardi ha una macchietta sul davanti.
La tintora: ah, si, eccola, ma cos’è?
Il segaiolo: mah…non so, sugo d’arrosto?
La tintora: ah…no, solo perché è un pò duretta…
Il segaiolo: eh, Lidia, lo sa, era un arrosto con un sugo un pò denso.

Ma il dubbio mi resta: ma come ha fatto a diventare marroncina questa benedetta macchia di sperma?

Mi voglio fare sbattere…fuori


Che sono gaio. Lo dico e spero in un licenziamento con buona uscita e buona pace del mio direttore e del mio presidente. Sono arrivato a questo punto, di voler giocare l’ultima carta: mai si terrebbero un dipendente gaio in una posizione come la mia e la mia gaiezza forse potrebbe aiutarmi in un downshifting con i fiocchi. Chi l’ha detto che è discriminazione? Magari lo fossi, discriminato. Sanno benissimo che non potrebbero criticarmi apertamente per il mio orientamento sessuale e sanno benissimo che non ho peli sulla lingua (tranne in rare occasioni…di fellatio arruffata e infuocata, actually) per informare le persone giuste del fattaccio.

Che brutto, sto cadendo e cedendo sulla logica del ricatto. Ma se funzionasse? D’altronde manca un piccolissimo passo. In realtà mi stanno già attaccando e se non fosse per il mio infinito giocare e prendere per il culo i perbenisti rispondendo con le battute più spiazzanti, sarei già finito in depressione. Battute del tipo che il megapresidente ti viene vicino, ti tocca la camicia e dice che è troppo sottile e che si vede che sei debole (Leggi: frocio), oppure l’altrocapone che ti vede con l’ombrello giallo e arancione – sinceramente a me piace e lo trovo molto maschio, ma questa è un’altra storia) – ed esclama dopo dieci minuti: ma di chi è st’ombrello da checca. Oppure che se ti prendi un’influenza e ritorni Lui ti dice che ti ammali troppo ed avresti bisogno di una bella esperienza forte…

Facciamola finita: datemi 200.000 euro e sparisco.

Lo so, sono un incoerente e mi piaccio


Ho provato e per un pò è andata bene: la mia astinenza da blog. Diciamo 13 giorni? Ma in realtà qualche giretto me lo sono fatto. Un pò ho goduto a starne lontano, a volte ti prende la “scimmia” per questa vita virtuale e sono cazzi. Allora fa bene imporsi qualche regola. Ho sempre creduto e credo che le regole nella vita servano. Per essere sempre più liberi. Vabbè, fino alla prossima crisi semimistica mi dovrete ancora tenere un pò di compagnia. Così se ogni tanto mi assento, sapete che sto solo cucinando un arrosto con la senape e sto trapiantando l’alloro nano. Oppure semplicemente mi aggiro in qualche terreno incolto in cerca di avventure clandestine e succose.

Le pillole del direttore


Avete mai lavorato con un capo che passa dall’euforia alla tristezza nel giro di 5 minuti, che da del tu o del lei a seconda dell’inquadramento contrattuale della persona che ha davanti, che si stampa tutte le mail, le legge, le archivia e poi per rispondere scrive prima su un blocco di carta e dopo trascrive su una pagina word, che passa sotto scanner e quindi invia? Non sto parlando di un ultra settantenne, ma di un tranquillo 45 enne che disgrazia vuole mi sono ritrovato sopra nell’organigramma aziendale.

Quando gli parli, lui non sente anche se ti guarda in faccia e appena finisci di parlargli, lui ti racconta la sua disgrazia quotidiana, se c’è un’urgenza, una decisione da prendere, dice: poi ne parliamo. Se deve incontrare qualcuno che non vuole incontrare, appena odora l’arrivo della persona si mette al telefono e ci sta per ore, secondo me non telefona neppure ma sta semplicemente con il telefono attaccato all’orecchio anche per 20 minuti e con la testa bassa sul block notes fino a che il malcapitato se ne va dall’ufficio mio di anticamera.

Se provi a suggerire un modo per riorganizzare il lavoro, entra in agitazione e ti accusa di essere un sobillatore in preda all’ansia. Poi apre il cassetto e tira fuori una pillolina. “Tenga”, mi dice (mi da ancora del lei, anche se sono un quadro aziendale, perché quando ho avuto il passaggio di livello mi sono rifiutato di accettare il “tu”, dovuto alla promozione. Fanculo). “Tenga, fanno bene, sa. Io le prendo da venta’anni”