La sinistra intollerante si allea con la destra porcellona


Sono piacevolmente sorpreso dalle espressioni di giubilo della Sinistra, meglio ancora delle persone di sinistra, che ancora una volta stanno dimostrando la loro vera faccia. Sono piacevolemente sorpreso perché confermano l’opinione negativa che ho di queste persone. E’ un continuo fiume di insulti a chi ha votato diversamente da loro: bella prova di tolleranza, bella prova di ascolto, bella prova di comprensione. Bella prova, insomma, che è lontano, per fortuna, il tempo di un governo affidato a persone così intolleranti e convinte di avere la conoscenza unica ed eterna. Ho letto minacce di andarsene dall’Italia, ho letto insulti a chi guarda Barbara D’Urso, ho letto parole volgari, la cui volgarità supera ogni berlusconiana festa. La volgarità peggiore è quella di chi si arroga il diritto di insegnare ad altri come si vive, giudicando comportamenti e atteggiamenti, anziché proporre alternative e soluzioni.

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Quanto valgono i morti per Saviano e Fazio?


Ingiustizie, maltrattamenti, morti, suicidi sono le loro parole preferite: sono persone che guardano al passato e cercano spiegazioni, incassando soldi. Si danno arie di pensosi e rispettosi, di dolorosi e malinconici, detentori della verità, quella verità che sappiamo, ma loro ci guadagnano sopra, con la scusa dell’informazione. Ancora una volta è un rimestare nella tristezza con indosso occhialini, velluti e maschere di dolore.

C’era Mario e si mangiavano le acciughe, ora c’è…


Jackpot city. È una sala giochi, con le slot machines, le finestre oscurate e le luci colorate sulla porta; gente che entra, altra che esce con lo sguardo perso.

Mario era un ristorante, di quelli dove mangiavi cucina casalinga genovese e poi attraversavi l’Aurelia ed eri sul lungo mare, scendevi la scaletta ed eri in una piccola spiaggia di ciotoli.

Mi dispiace non solo perché non mangerò più le acciughe impanate e fritte, mi dispiace perché c’è una nuova cultura che consuma più illusioni e meno piaceri.

La gerarchia e la distrazione


Stamattina non trovavo le chiavi del lucchetto della bici, poi non trovavo le chiavi della cantina per prendere la seconda bici, quella del fidanzato, che intanto non la usa perché ha male alla spalla, poi ho trovato le chiavi della cantina, ho preso la bicicletta, l’ho portata alla luce, ma a quel punto mi sono accorto di aver lasciato in casa, settimo piano, le chiavi del lucchetto di questa bici, allora sono risalito in casa ed ho preso le chiavi del lucchetto di questa bici, ma ho lasciato sul tavolo del soggiorno le chiavi di casa…
Il fidanzato con il piumino acchiappapolvere in mano, il lucidavetri nell’altra e tanta voglia di casalinghitudine mi ha urlato: ma te ne vaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaai, si o no?
Si, si vado, caro. Sono bello? Dimmi di si, stamattina ne ho bisogno!
Caruccio, ma hai una macchia sulla cravatta. Di grasso della catena della bicicletta. Eh no, non ci provare, glielo leggo negli occhi, non entrare che ho appena passato la cera, no….non farlo.
Ok, te lo leggo neglio occhi che mi ami, ma vado a lavorare.
Ecco bravo, stooon.
La porta sbatte, la cravatta di chanel rosa è sporca di nero, sono le 9 e volevo arrivare in ufficio alle 8,30. Quanto basta per partorire l’ira finocchia più tremenda del lunedì.

Ma poi…la sera, ah la sera, la sera porta sempre buoni consigli!
La sera il mio dolce bisogno di erba mi porta al parco, seduto su una vecchia panchina scolorita ad assaporare i marocchini dagli occhi gialli. Purtropo, al parco di pomeriggio, ci sono le donne. Le mamme, che sono una sottospecie di donna. Le mamme…urlano, io sto già con il pensiero nel letto pulcioso di Mohammed, e la sento, la vedo ancora prima di girarmi. CAMMINA, MUOVITI, NON CORRERE, FERMATI, GUARDA AVANTI, NON TOCCARTI I CAPELLI, NON ANDARE sull’erba, RALLENTA. Sento la sua voce che ripete di filata tutti questi ordini, uno di seguito all’altro. E poi, chiosa: sono io che comando, quando sarai grande poi comanderai tu. E’ la GERARCHIA, hai capito Virginialudovicamia, devi impararla un po’, la gerarchia, altrimenti ti perdi e non capisci più chi comanda e chi ubbidisce.
Oh madre, adesso è tutto chiaro.
La gerarchia…altrimenti ti perdi, o perdi le chiavi della bicicletta, in un mattino di primavera, mentre il nerboruto fidanzato sta spolverando il lampadario a gocce.

Un pezzo di fumo per il viaggio di ritorno


Me lo passa dal finestrino, lo prendo e lo passo al mio amico che sta seduto dietro. Il pezzo di fumo è per lui, lo so, a darglielo è quel ragazzino che molti anni fa voleva provare tutte le droghe che il mio amico si faceva. Adesso si sono rivisti e quel ragazzino è un uomo di trent’anni, credo voglia ringraziare il mio amico, dopo una serata alcolica che ci ha visto barcollare tra i tavolini vuoti di una trattoria del monferrato. Io provo sempre un pò di schifo per questi pezzi di semiterra marroncina, non mi interessa molto cosa facciano o non facciano, ma mi sembrano proprio pezzetti di cacca. Anche se volessi drogarmi, avrei voglia di qualcosa di più bello. Il mio amico prende il pezzo di fumo e l’altro sorride, dall’altra macchina accostata sull’unica strada del paese: ha smesso di piovere da poco, è notte, non ci sono rumori, solo una donna che porta via la spazzatura trascinando un sacco nero. “E’ per il viaggio di ritorno”, queste parole mi suonano in testa da troppi giorni. Sono le parole del ragazzo, mentre mi passa il fumo ed io vorrei dirgli grazie, ma sono troppo ubriaco e assonnato, vorrei dirgli grazie perché il suo è un gesto bello e disperato, di chi non vorrebbe tornare ma deve farlo. La disperazione è di chi si accontenta di amare, sparare, colpire, parlare, giocare per poi voler ritornare, sempre.

I figli degli altri


Incrocio i loro sguardi, distolgo il mio. Non mi va di salutare, forse sono in imbarazzo, forse non me ne frega niente, mi annoiano: sono i ragazzi e le ragazze che un tempo conoscevo, qui al paesello, quelli che magari hanno fatto la scuola con me, le elementari, le medie, il liceo. Non se ne sono andati, loro, ma sono qui, un pò beati un pò inebetiti ed io li guardo, di nascosto, cerco di capire cosa li rende felici, cosa hanno fatto per sè, cosa hanno fatto perché non sapevano cos’altro fare.

Io me ne vado svolazzante con gli occhi un po’ felici e un po’ malinconici, pedalo e sento l’aria in faccia, i miei occhi girano intorno, come quelli di un pazzo, alla ricerca di segni, di un palazzo che non avevo mai notato, di una foglia verde intenso, di un rifiuto abbandonato ai piedi di una giostra. Mi siedo su una panchina mezza assolata e tiro fuori il mio libro, poi mi stendo su quella panchina ed inizio a leggere. Ma non sta bene, alle mamme soprattutto non sta bene e con la voce silenziosa che accompagna lo strappo del braccio, fermano l’incauto figlio che vuole avvicinarsi a me. Lascia stare il signore e prima ancora che me ne accorga vedo gli occhi sorridenti di un figlio che mi fissa, mentre la mamma lo trascina per il braccio e con la bocca finisce di pronunciare parole che potrebbero essere …dorme, malato, strano, cattivo. Le labbra della mamma sono già serrate, con l’altro braccio si stringe al marito pasciuto, al marito rinsecchito, al marito camminante.

Forse dovrei tagliare questa lunga barba.

La cura e la gioia


Gli dico arrivederci o forse ciao, ma gli dico soprattutto grazie.

Lo dico a lui, a questo blog che non esiste, che non c’è, che c’è solo nella virtualità delle sue pagine. Se domani ci alzassimo e scomparisse internet, scomparirebbe pure lui. Puff…scomparso, perché non è mai esistito, non ho copie stampate o salvate da qualche parte.

Ma è finita, il blog ha esaurito la sua missione, mi ha permesso di coltivarmi e scoprirmi, oggi mi sento di nuovo intero, con le mie debolezze, paure, gioie, pieno di forza, con il mio ieri dentro l’oggi, custodito, alla faccia del godimento dell’attimo presente. Mi sono riappropriato del mio passato e adesso sta qui con me per accompagnarmi in questo mondo complesso, dove semplicemente si può vivere.

Ciao blog, dimenticami.

Parole d’altre vite


Il cesareo è meglio lui stava svenendo diglielo la piccolina è carinissima la notte non dormiamo si quelli vanno bene ma io non mi fido hai visto con questo freddo gli ho messo la copertina no l’allatto ancora io lui non si sveglia manco morto oh io lavoro mica come te ma guarda mia suocera meglio che stia a casa sua io me l’allatto almeno tre voslte al giorno ah no lei all’asilo manco morta finché posso si la pappa della lines è meglio ah vuoi vedere il filmino di quando è nata?

No.
Era tanto bruttina, sai! Angelo prendi la videocamera, dai dai te la facciamo vedere…
No.
Ma che sofferenza, io ero tutta immersa nella cacca, ahahah…!Dai Angelo, muoviti, che ti sei rincoglionito.
No, davvero, preferisco di No.
Eh, su, guarda che è naturale.

Angelo arriva con la videocamera in mano, si vergogna. Lo guardo, mi guarda. Non vuole, non voglio. Vorrei portarti a scopare, Angelo caro, in giro a sorridere alle ragazze, a comprare le scarpe nuove, a mangiarci il bomobolone in Corso Vittorio. Tu a parlarmi di Sara, io a parlarti di Fabio, tu a chiedermi com’è, io a dirti che è bello mettendoti una mano sul culo. Tu che scappi in avanti e mi fai il dito.

Ti sei riprodotto Angelo. Riprodotto con una gallina da riproduzione superorganizzata e orgogliosa della propria capacità riproduttiva. Ma è naturale, Angelo. Sono io che sto finendo lontano, irrimediabilmente lontano come già scrissi e mi illudo di vedere i tuoi occhi tristi che mi dicono portami via. Ma non è vero, Angelo mio, tu stai bene così, forse un giorno ricorderai con un mezzo sorriso l’amico che non voleva vedere uscire tua figlia da tua moglie e forse ti ritornerà in mente anche un pomeriggio di sole dopo una notte di vino.

Non lo so se ho vinto


Faccio finta di avere vinto.

Preparo la valigia domani mattina e prendo un volo per Cipro, poi affitto un’auto e vado a Salamina, dritto dritto al Mimosa Hotel.

Sto lì giorni e giorni, faccio colazione con la ricotta ed il miele, le pere e il latte, il pane fresco e la marmellata di fichi, sto li giorni e giorni, ma non lo dico a nessuno.

Sto lì insieme al mio compagno, dopo anni di vita insieme sempre a seguire le disgrazie altrui che si sono abbattute sulle nostre vite, sto lì con lui per capire che possiamo ancora sorridere insieme.

Non lo so se ho vinto, ma camminando con la borsa della spesa pesante in una mattina di pioggia a Milano, ho incrociato lo sguardo di un ragazzo e ho capito che era felice. Di vivere e basta, di tutti i soldi del mondo non sa che fare, il ragazzo che incontro.

Forse non ne ho bisogno neanche io, so quello che mi fa bene, l’ho capito. E visto che mi voglio bene, presto l’otterrò. Non sono quei soldi però, quelli sarebbero solo il paravento per fare altro. Ho molta paura di tirare fuori tutti i quaderni, sono anni che non leggo più quelle pagine, le ho scritte quando stavo molto male. Le mie mani già tremano al pensiero di aprire quella scatola, ma me lo devo. Molte pagine sono finite dentro l’intercapedine del muro, le ho nascoste lì dentro per essere certo che non le avrei più lette, che non sarebbero più esistite.

Non lo so quanto resiterò ancora, in apnea.

Il carcere flessibile e il criminale inventore


Un sbarra si alza, entra un’auto, entra un’altra auto. Più avanti un pullman lascia scendere una ventina di persone, tutt’intorno è verde di prati curati, qualche rosa, ortensie in una mattina d’agosto alle 8.30.

E’ un centro direzionale, così lo chiamano quell’insieme di cemento e alberi – pochi -che ospita per un numero imprecisato di ore al giorno le vite di molti uomini liberi, cioè in libertà vigilata. Allora mi torna alla mente quando ero in servizio alla stazione Carabinieri di Torino Mirafiori, dove al mattino e alla sera venivano a firmare i peggiori delinquenti. Quelli si, erano uomini liberi: era sufficiente che mettessero la loro firma su un foglio al mattino e poi potevano fare tutto quello che volevano per tutto il giorno. La sera tornavano e firmavano ancora il loro esserci, con lo sguardo divertito per la giornata trascorsa magari al bar o a giocare a bocce.

Nel centro direzionale no, non basta firmare al mattino il proprio arrivo e la sera la partenza: c’è tutto un giorno nel mezzo, che viene consumato secondo regole che hai scelto di seguire. Per non perderti, hai scelto di seguire le regole del buon lavoro quotidiano, perché perdersi è consentito solo ha chi ha già scoperto di non avere più centro e ha accettato il nomadismo delle proprie identità: un criminale, un uomo che inventa la vita e la distrugge.