Trenta minuti


Questa mattina a Milano pioveva, erano le 8,30 ed io stavo dirigendomi verso l’entrata della metropolitana per andare al lavoro. Improvvisamente le gambe viravano, la testa dava loro il comando cruciale: si va a piedi. Sotto la pioggia e senza ombrello cambiavo direzione e mi sembrava di entrare in una favola, passeggiando tra gli alberi del parco nord, perdevo il senso del tempo. Pioggia, umidità, odore di erba, soffioni di tarassaco e fichi dalle foglie accennate riempivano i miei sensi.

Ho impiegato trenta minuti, ma mi sono allungato la vita di un giorno. Sono arrivato in ufficio tanto eccitato che pensavano avessi tirato la coca. Benpensanti, non sanno che è stato qualcosa di ancora più trasgressivo: la comunione con il mondo.

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Good as you e la rivoluzione


Ho visto il film e mi è piaciuto perché trasmette un’idea di famiglia non convenzionale, finalmente.

Mi ha colpito la battuta di una dei protagonisti che, rivolgendosi al personaggio interpretato da Enrico Silvestrini, in crisi con il fidanzato perché l’altro lo costringe nel ruolo di fidanzato appunto, dice, più o meno, così: ma che bisogno avete di scimmiottare le famiglie degli altri, cercate di vivere in modo diverso, voi che potete…

Una frase del genere, ascoltata una sera d’aprile in un cinema minuscolo del centro storico di Genova, dopo una due giorni di amorevoli pranzi e cene con genitori, suoceri e amici dei suoceri, può suonare come liberatoria, può incitare alla rivoluzione, può convincere a troncare la felicità (altrui) per la perfetta famiglia gay style.

Dobbiamo aspirare ad altro, a qualcosa di diverso dalla famiglia, noi omosessuali.  Invece abbiamo finito per trovarci invischiati nei miasmi della putrescente famiglia, aspiriamo a riprodurne le strutture, aspiriamo a rincorrerne i sogni, aspiriamo a goderne le gioie. E’ sempre una forma di controllo sociale, dopo tutto. Quale migliore garanzia, infatti, di una tranquilla vita di consumatori è quella di giocare alla famiglia perfetta.  E’ solo questione di tempo, ma ci daranno questo privilegio: tra pochi anni saremo anche noi omosessuali fieri del diritto di formare una famiglia, fondata sull’amore, la fedeltà e l’aiuto reciproco, oltre che sui viaggi di nozze, sugli sconti in crociera, sull’acquisto della casa.

Siamo sicuri che è quello che vogliamo o stiamo solo aspirando alle briciole di un’istituzione che non ci appartiene e che non gode – per fortuna – di buona salute.

Il mio compagno ed io, che viviamo apertamente con tutti la nostra relazione, abbiamo lottato per anni affinché i nostri genitori non si conoscessero, affinché le nostre famiglie restassero separate, affinché potessimo restare anormali, senza obblighi di sorta, senza convenzioni da rispettare o ipocriti scambi di effusioni, ma non ce l’abbiamo fatta.

C’era Mario e si mangiavano le acciughe, ora c’è…


Jackpot city. È una sala giochi, con le slot machines, le finestre oscurate e le luci colorate sulla porta; gente che entra, altra che esce con lo sguardo perso.

Mario era un ristorante, di quelli dove mangiavi cucina casalinga genovese e poi attraversavi l’Aurelia ed eri sul lungo mare, scendevi la scaletta ed eri in una piccola spiaggia di ciotoli.

Mi dispiace non solo perché non mangerò più le acciughe impanate e fritte, mi dispiace perché c’è una nuova cultura che consuma più illusioni e meno piaceri.

Una doccia tra maschi


Due ragazzi si stanno lamentando al bancone della receptionist: nelle docce della palestra più gaia di Milano due ragazzi evidentemente non gai sono stati oggetto delle attenzioni pesanti di altri non ben identificati maschioni gai che, a quanto pare, li hanno molestati pesantemente. Accade anche questo e provo un senso di soddisfazione, un po’ di imbarazzo e una infinita eccitazione. I tempi sono cambiati, le palestre pure e un nutrito gruppo di finocchi in uno spogliatoio maschile della Virgin maciachini a Milano è un branco. Affamato. Non di sesso, ma di vendetta. Tornano alla mente le prese per il culo di tanti anni fa, quando ti gridavano ricchione. Forse te lo gridavano i loro padri, i padri dei due malcapitati etero assaliti da mani esperte, ma non importa.
Alla receptionist raccontavano, stasera alle 9… Ci guardavano con insistenza e uno si toccava pure mentre gli altri intorno ridevano.
La receptionist rispondeva… Fate bene a dircelo. Non si ripeterà più. Ma non è che per caso li avete provocati voi, non so magari mostrandovi troppo disinvolti, bisogna fare attenzione …
Adesso si che è tutto normale.

Sudamericani a Milano


Mentre gli altri corrono, loro giocano, loro uomini sudamericani di ogni età si ritrovano insieme e giocano. Li vedo ogni pomeriggio, mentre torno a casa dall’ufficio, sono in uno piccolo spiazzo di cemento e giocano a pallavolo. Intorno, sedute sulle panchine tra qualche albero e quello che resta di un prato, siedono le donne, non so se sono le mogli, forse no. Sono solo le donne che hanno la borsa frigo e distribuiscono bibite fresche ai loro atleti, che hanno le pentole con dentro il pollo e i peperoni. Si ritrovano qui, bestemmiano, forse bevono, ma ridono giocano parlano e si toccano, si buttano a terra cercando di prender la palla impossibile. Sono tanti e stanno insieme, fanno il loro happy hour, ma happy davvero. Io passo incravattato sul dorso della mia bici e mi sento sempre un povero sfigato, che corre sul tappeto rotante.

L’uomo nero che scappa


Il sabato mattina in giro per centri del faidate, una vera passione, vero? Ne ho girati quattro, alla disperata ricerca di tre pali di legno, lunghi tre metri. In auto il sabato mattina lungo le strade calde dell’hinterland Milanese, girando tra brico e leroy merlin, cantieri stradali, code per entrare nei parcheggi, code per uscire dai parcheggi, uomini soli in cerca di trapani, donne sfatte in cerca di fiori, bambini urlanti in cerca di botte di mamme nervose.

Alle ore 14 ho trovato i pali. Armato del mio grandissimo carrello ho preso i pali e mi sono avviato alle casse, sono pasato al reparto colle e siliconi ed ho preso il silicone. Una gentile signorina vestita come un calciatore dell’albinoleffe mi ha spiegato che ci vuole la pistola per sparare il silicone. Ed io che pensavo bastasse spremerlo come il dentifricio…ma Lei, capello biondo riccio tinto su maglia grigio verde mi dice, guardi là, prenda una pistola. Mollo il silicone e prendo il barattolo del Vinavil. Le viti, ecco si le viti. Mi si para davanti una parete di viti, bianche gialle rosse e verdi. Si comprano a peso, mi spega il manzo, sempre con la maglietta grigioverde ma un pettorale da urlo sotto, con capezzolo pirsato. Te le peso io, mi dice. Pesamele.

Esco, finalmente. Sono nel parcheggio assolato, mi scappa la pipi, ho tre pali lunghi tre metri nel carrello e il fidanzato che mi chiama sul cellu per sapere che pasta voglio. Mi avvio verso la mia maschia station wagon e comincio a caricare i tre pali lunghi tre metri, mi si avvicina un nero.

Il nero: Ciao fratello!

Gli do la mano. Adesso mi dirà, scommetto…compra qualcosa, fazzoletto, accendino. Niente, non fa la tentata vendita.

Il nero: ma la moglie dove sta, a casa?

Gli rispondo che non ho moglie.

Il nero: E perché?

Penso, ma come la fa lunga, per vendermi due fazzoletti…

Gli spiego che le donne non mi piacciono, che invece mi piacciono gli uomini e che a casa ho un marito che sta buttando la pasta e che quindi mi devo sbrigare. Ho la testa nel bagagliaio della maschia station wagon, mentre parlo con curiosity black, continuo a parlare ancora qualche secondo, imprecando un poì per questi pali troppo lunghi. Poi mi giro e il nero non c’è più. Lo vedo che se la fugge veloce veloce, neanche avesse visto un frocio. E’ già dall’altro lato del parcheggio.