Gli umani che ho intervistato


Dovrebbero dare una indennità a quelli che nella vita fanno selezione del personale, una specie di pensione per ritemprarsi dalle fatiche psicologiche. Per farlo davvero bene occorre avere almeno tre o quattro mesi di decompressione dopo sette o otto mesi di interviste quotidiane.

Sentire le vite di decine di persone al giorno è molto impegnativo, soprattutto se si ascolta veramente quello che queste persone raccontano ed io lo faccio. Sto mettendo in ordine le mie scrivanie, gli armadi i cassetti e sto per portare in cantina le migliaia di schede di candidati intervistati in questi anni, mi diverto ad aprirne alcune e a rileggere i miei appunti, quei pezzi di cartaccia che sono preziosi per gli scarabocchi fatti, le note, i disegnini, i colori.

C’è sempre una parte, di solito in alto a destra dove traccio i caratteri fisici della persona, nulla di formale, vado molto al sodo perché l’obiettivo è ricordarmi la persona: tette giganti, bocca carnosa, capelli lunghi tinti male, occhiali D&G vecchio modello, ha una gonna da mercato orientale, la sciarpina gialla poteva evitarla, le unghie sono eccezionali, secondo me sono finte. Peli sulle braccia.

Poi voglio sapere cosa sogna, non mi interessano i lavori cui aspira, ma i sogni che porta con se: vuole comparare casa in Marocco (+), vuole salvare l’umanità dalle guerre (-), vuole dedicare tempo alla solidarietà (-), vuole andare in vacanza con la fidanzata (+), vuole farsi frate (boh!), vuole comprare casa (che palle!), vuole trovare un lavoro (questi li caccio dopo dieci minuti), vuole leggere tutto Pavese (mi sta simpatico).

Misuro poi la resistenza al peccato, non solo quello carnale, ma la disponibilità ad accettare le proprie voglie, difetti, errori a convivere con ciò. Questo è l’aspetto più importante quando assumo una persona, una volta verificate le competenze hard: non mi interessano quelli che non hanno mai preso una strada sbagliata, che non hanno mai rischiato, che non sarebbero disposti a mandarmi affanculo.

Ma per la seconda volta nella mia vita, ho fatto indigestione di colloqui di selezione. Troppe vite nella mia testa, chiudo tutto: prendi pure, caro facchino, porta giù in cantina. Questi non servono più.

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Mi vendo, mi compri?


Quanto sono belli e sani, questi giovani laureati!

Me ne sarei fatto almeno 8 su 10 oggi in occasione del Lovely&Jobs: loro erano lì per vendere l’anima alla multinazionale di turno, per vendere 18 ore al giorno di duro stage non retribuito, io li avrei presi volentieri e portati in bagno per una succulenta fellatio, retribuita.

Ah…quanto è difficile capire quale parte di sé valorizzare e vendere! Ora mi domando: ma se sei un gran figoo una gran figa, perché ti ostini a voler regalre la tua mente? Vendi il corpo, godi, straccia, succhia, accarezza, bacia, tocca, masturba, lecca.

Non mi serve il tuo cv, laureato. Mi servono le dimensioni del tuo pene. Mettile in evidenza. Non mi servono i punti della tua tesi, bocconiana. Mi servono i centimetri di vulva che possono accogliere il mio membro. Queste sono le uniche partnership cui sono interessato.

Si va bene, ok. Fingo ancora un pò di ascoltarti mentre mi racconti i tuoi sogni di marketing internazionale, ma dentro di me, da buon manager delle risorse umane, penso solo a quanto sarebbe utile una sana esplorazione anale.

Reduce da un lavoro fantasma


“Reduce da un lavoro fantasma a Torino, debilitato nel fisico e nella mente, senza un soldo, con la disperazione come unico sentimento: così mi trovo, con la laurea nel tubo dentro l’armadio e poca voglia di vivere. Non mi cresce più la barba, fatico a respirare ed è come se volessi sempre sbadigliare, ho dolori improvvisi alle gambe e sulla pancia sono comparse macchie di pelle più chiara e secca. Passo le mie mattine in biblioteca a leggere gli annunci di lavoro sui quotidiani, leggo tutte le riviste e i settimanali per trovare quegli articolidi costume che parlino di lavoro, di mancanza di lavoro, di difficoltà col lavoro e quando li trovo, sono un poco confortato. Il pomeriggio in casa a scrivere e riscrivere il curriculum, la lettera di presentazione sul vecchio computer, vecchio che mi aveva regalato anni fa la nonna e lo dico non per suscitare qualche buono sentimento. Mia nonna era una persna difficile, non mi manca. Lo dico perché il computer è lentisimo, poche funzioni, uno schermo che mi infuoca gli occhi. Sogno, sogno molto”.

    11 maggio 2000