Non è libertà di parola


In nome della libertà di parola non si può consentire ad un uomo di distruggere la sensibilità di altri uomini.

Mi auguro che le radio si rifiutino di trasmettere quella canzone, che le grandi catene di distribuzione si rifiutino di vendere quel disco.

Quanti ragazzi e ragazze si sono sentiti male di fronte alla tv, sentendo quella canzone. Quanti di quei quindici milioni di telespettatori sono piombati nel silenzio della sofferenza, hanno abbassato lo sguardo, hanno pensato: ma allora non sono normale, ma allora è colpa di mia madre, ma allora mio figlio è stato traviato, ma allora è colpa di mio marito.

Non è vero che la libertà di parola è sacra. La parola deve costruire, non distruggere, la Parola è verbo, che crea, quel verbo attraverso il quale l’uomo è oggi qui.

…E ritornerà gay


Luca era gay…e ritornerà gay. Mi dispiace per la tua ingenuità, caro Povia che hai creduto alla storia di Luca ed hai voluto scriverne una canzone, ma appunto perché è solo una canzone e perché è una canzone nata da una storia, sarà meglio chiarire subito.

Caro Povia, tu sei rimasto affascianto dal racconto di questa vita di Luca e l’hai messa in musica con gli strumenti che hai, non ti si può certo chiedere di essere intelligente. Perché alla fine è proprio questione di capacità di comprensione limitata, caro Povia, l’errore nel quale sei caduto: ma quando Luca ti raccontava i suoi fatti privati avresti potuto almeno fargli alcune domande chiave!

Caro Povia avresti potuto almeno chiedere a Luca: ma tu, gliela mangi? Perché la differenza sta tutta lì. Se Luca non gliela mangia, è ancora gay. Se luca gliela mangia, allora è un etero che ha avuto una sbandata, anche se ci credo poco, perché una volta assaggiato, il membro resta sempre nella memoria e di fronte ad una passerotta non regge il confronto, per un gay doc.

Certo Luca ti avrà raccontato che ha trovato la serenità, che ore crede in Dio, che ha fatto pace con la mamma e con il papà, che non c’è gioia più grande di una sposa in bianco che ti offre il suo mirtillo proibito, ma poi non ti ha detto il resto: che la sera va a caccia nelle strade buie, che si sente battere il cuore davanti ad un algerino che lo riempie di baci sul collo, che ha trovato la sua nuova dimensione di etero adultero.

Perché è molto più facile essere felicemente sposati e tradire la moglie con un altro uomo, magari di quelli come te, con una voglia pazza di essere schiaffeggiati da un membro sulle gengive e poi tornarsene a casa e dare un bacio alla moglie e guardare i figli con orgoglio. NEssuno si è accorto di nulla, tutto va bene per Luca. Questo è il suo equilibrio.

Il primo c….o non si scorda mai.

Quattro gnocche e un colloquio


Se uno cerca 4 gnocche da piazzare alla reception dell’azienda e si presentano 4 ragazze qualunque, inviate da fior di società di selezione, io mi indispettisco. Se cerco le gnocche voglio le gnocche, possibile che sia così difficile trovare le gnocche che aspirino a stare in piedi 4 ore al giorno su turni dalle 8 alle 20? Non devono fare nulla, solo sorridere, sbattere le ciglia, muoversi con delicatezza, accompagnare gli ospiti nella sala d’attesa e saper dire 4 parole in inglese mediamente corretto. Non devono neppure rispondere al telefono o smistare la posta, ma solo esserci ed essere ammirate per l’avvenenza e la gentilezza. E invece mi ritrovo davanti 4 ragazze così messe:

La prima: giacca di velluto bianca su jeans sgualcito ultima moda, stivaloni e capelli biondo sporco soprattutto sporco, con esperienza di centralino in aziende padronali dove il padrone ti da anche una bella pacca sul sedere un giorno si ed uno no. Scartata. Le ho detto di andare dal parrucchiere la prossima volta che si presenta ad un colloquio.

La seconda: scialle nero su gonna fioreggiante e sopracciglio alla Moira Orfei, che alla prima domanda in inglese sulla famiglia, mi risponde che lei è abituata a parlare l’inglese che si parla a Londra nei Pub, quello più tecnico sulla gestione della clientela (le avevo chiesto l’età del fratello).

La terza: pare un travestito brasiliano con cervello spento e sorriso bloccato forse da un’iniezione precoce di botulino, il tutto su una gonna di seta nera, tacco a spillo rosso di scarpa di vernice e pellicciotto vero di coniglio nero. Per lei quello che conta, soprattutto alla reception, quello che conta è la prima impressione.

La quarta: scoppia a piangere perché forse non sa neppure lei come sia finita lì, dopo anni di università, lavori improbabili per pagarsi gli studi, sogni nel cassetto sempre rimandati, un affitto indecoroso a Milano e la nostalgia per la campagna toscana – quella vera e sana. Ma perché sei venuta fin qui ad annullarti quel minimo di lue che ancora illumina il tuo pensiero?

Cosa facciamo con questi gay vecchi?


L’età avanza, i capelli cadono, la pancia aumenta, i muscoli si fanno un pò più flaccidi, la voglia di sgallettare viene meno, anche i gay invecchiano, eccome se invecchiano. Anche io invecchio, anche i miei amici, quelli con cui ho scorazzato in giro per il mondo e quelli con cui ho condiviso le belle mangiate in compagnia. A volte ci ritroviamo a parlarne, tra noi gai ragazzi, si fa per dire, quasi quarantenni e ci chiediamo, ma cosa fanno i gay vecchi, a parte pagarsi le marchette giovani?

Cerco solo di immaginarmi noi gay a settanatacinque anni, nella vita di tutti i giorni. Passeggeremo lungo le vie cittadine e guarderemo i cantieri in costruzione ricordando i nostri fasti sforzi giovanili? Nooooo, non mi ci vedo. Staremo seduti al bar del paese a giocare a carte e a fumare, con il vino rosso nel bicchiere? Nooooo, non mi ci vedo. Andremo a ballare nella sala da ballo del paese, tra signore incarapecorite come noi, panzute e arrossate dopo i giri di valzer, ops…di lambada? Noooo, non mi ci vedo.

Forse, come dice il mio compagno, meglio ammazzarsi a settantanni insieme, se saremo ancora insieme, ingurgitando una dose massiccia di bacche di ginepro. Se invece si resta soli, meglio ammazzarsi a settantanni, dopo essersi sputtanati la pensione, forse, a pagare marchette superdotate e fintamente consenzienti.

Si certo ci sono sempre gli interessi culturali, le associazioni di beneficienza, le mostre d’arte, il cinema, la lettura, il teatro, si ma immaginate voi che palle, dopo che uno queste cose le ha fatte ininterrottamente, senza il disturbo di marmocchi da allevare, zie da salutare, suocere da maltrattare con rimorso. Arriveremo a settantanni che di queste bei passatempi tanto agognati dalla maggior parte del popolo, avremo il prepuzio strizzato.

Si certo, potrebbero esserci i parenti che ti tengono in casa, o quelli che ti passano a trovare per pasqua natale e la befana, piccoli fanciulli che ti chiamano zio e che tu potrai portare sul palmo di mano come figli che non hai mai potuto avere, ma dei quali, in verità, hai imparato a fare a meno.

Si certo lo so che generalizzo, io generalizzo sempre, ma cosa ne faremo dei gay vecchi, dopo questa ondata di coming out di fine secolo, quando tra trentanni dovremo confrontarci con i loro ormoni in agitazione?

   

La mia amica Erre


La mia amica Erre è morta con un cappio al collo, in una cantina buia, in un paese piccolo, silenzioso, tra la nebbia o forse chissà, la neve.

Aveva poco più di trent’anni, la mia amica Erre. E aveva una bambina piccola, che adesso crescerà, senza sapere perché è accaduto tutto questo alla sua mamma. Vorrei raccontartelo, piccola, chi era la tua mamma, ma sono solo uno dei tanti che l’ha conosciuta, l’ha frequentata, compagno di avventure, quindi ti risparmio, piccola, tutta la mia presunzione nel volerti dare la mia immagine di tua madre santificata, che un giorno ha deciso semplicemente di togliersi la vita.

Lei aveva 16 anni ed io pochi di più, alla radio cattolicissima facevamo i programmi culturali, quelli che servivano per giustificare i finanziamenti della Curia. E’ curioso che poi lei si sia buttata sul porno soft ed io mi sia buttato semplicemente sulla strada! Quando si dice che l’importante è cominciare bene…

Ci rincorrevamo dentro un tunnel di scatoloni alla festa del nostro amico Ci. Lei rideva, rideva felice, io provavo a baciarla, convinto di poter annullare la magia della mia gayitudine col suo bacio di ragazza maschiaccio. Ma poi, Lei mi sfuggiva dentro gli altri scatoloni e gli amici ridevano e noi facevamo i pagliacci.

Ho conosciuto il sesso sfrenato, il sesso a pagamento, il sesso sporco e quello pericoloso, li ho cercati, ho rischiato, ho imparato ad asoltarmi e ad amarmi, ad amare me stesso più di chiunque altro. Lei è diventata la piccola principessa di un circolo d’amore, luce che brillava ad ogni passo, fiera, concubina raffinata di piaceri superbi.

"Ha trovato un bravo ragazzo, adesso". La voce di sua madre

"Per fortuna ha messo la testa a posto". La voce di sua madre.

Dentro un cappio, ha messo la testa. 

La chiesa sozza e altre porcherie


Mi piaceva di più quando era lurida e sporca, la chiesa. Grigia e piena di cacche di piccione, con qualche guglia spaccata, pisciata negli intertizi dal profumo di città.

Adesso non la riconosco più, la mia chiesa di Milano. Quel duomo così smunto che pare essere finto in lavatrice con le canottiere di lana vergine gialline, sono qui a guardarlo di sera, di mattina, di sabato e di lunedì, ma resta sempre il cattivo risultato di un lavaggio scacciapensieri.

Mi piace lo sporco, ormai me ne devo fare una ragione. Preferisco spegnere la luce, se proprio lo sporco diventa ingombrante e imbarazzante per qualcun altro, ma io nello sporco sguazzo. Mi lavo poco, a volte mi accorgo di puzzare un poco, ma ormai mi sono abituato all’odore penetrante, gli amici mi rompono: e lavati ogni tanto, però mi amano molto.

Certo poi arriva un giorno in cui occorre mettere mano a spazzola e scopone per dare una ripulita, non solo ai propri genitali, dove ormai regnano sovrane le truppe del generale Piattola, ma anche a qualche casupola intorno. Però questa ossessione per il riportare le cose all’antico splendore mi puzza un pò di mania estetica, sembra quasi fatta apposta per cancellare i segni del tempo e dell’incuria, cioè dell’uomo e del suo passaggio.

Volevo semplicemente dire che a me il Duomo di Milano piaceva sporco e grigiastro, cadente e imponente. Me l’hanno trasfromato in una villetta a schiera color brianza. 

Puntini appuntati a puntate


Sulla cartina geografica le città sono puntini, se poi la mappa è qeulla delle rotte aeree, allora le città sono puntini collegati da una linea che appare e scompare sullo schermo del computer, a seconda di dove metti il mouse.

Sono solo puntini, che appiono e scompaiono, appuntati con una puntina, per segnare il territorio, come fa un cane con le pisciate così fa un turista che vive nel mondo dei viaggi low cost fast city. Guarda lo schermo del pc, sceglie la città, compra il biglietto, parte, legge la lonely planet in aereo, tocca terra, sempre con la testa bassa sulla sua bibbia, fa quattrocento passi veloci, poi torna all’aeroporto. Punto a segno, una meta fatta, ma quante me ne restano ancora adesso? Pensa il turista low cost fast city.

Vabbè mi rifarò alla prossima puntata. Viaggi come le puntate di un telefilm, quasi in serie, per il gusto di scappare da qui, viaggi che diventano puntini appuntati a puntate: i nostri ormai non sono più viaggi, ma prodotti per il consumo in movimento. Viaggiare dovrebbe servire un pò a perdersi, magari anche nella propria città, senza andare lontano e invece viaggiare oggi è solo un occasione di consumo.

E’ un peccato. Potremmo riprenderci in mano il viaggio, cominciando a gettare le lonely planet dal finestrino del treno. Chissenefrega se Alitalia non vola più, io mi prendo il treno per Carmagnola.

Milk latte acido


Milk è il titolo di un film in questi giorni nelle sale, con grande pubblicità da parte dei media e dei giornalisti politicamente corretti.

Milk quindi è un film sul movimento omosessuale in America negli anni settanta e già qui mi cominicano a prudere le mani, che vorrebbero definitivamente scontrarsi con il faccione del protagonista, Sean Penn eccezionalemente bravo, non appena inizia a rivendicare il proprio diritto di esistere.

Milk è anche il nome del protagonista appunto interpretato dal bravo attore, il quale non rinunica nell’interpretazione ad un poco di sana delicatezza frocetta, perché così nell’immaginario il gay è ancora un pò checca. Certo non siamo più a livello del vizietto, ma restano gli altri punti fermi dell’immaginario etero quando pensa all’omo: la gamba accavallata da frocio, le sopracciglia ritoccate, i capelli vaporosi e dulcis in fundo, quella strana voglia di manifestare la propria diversità. Su questo mi sono arrabbiato, perché il film non fa altro che urlare al mondo questa diversità ed è un arma potente contro l’integrazione.

Milk non è un film a favore della cultura dell’integrazione, ma un film sull’odio e la segregazione, che incita alla separazione, che giustifica l’arroganza omosessuale e la presunta superiorità intellettuale e culturale degli stessi omosessuali.