I morti necessari


Molte persone muoiono, alcune le conosco, altre no, muoiono per una malattia, muoiono per un incidente, muoiono travolte da un tornado e cadendo da un motorino, muoiono di infarto muoiono per uno sparo.
Non sono mai dispiaciuto quando qualcuno muore, penso che non ne ho il diritto, perché è l’altra persona a non essere più in questo mondo, a non avere più la possbilità. Non mi dispiaccio per pudore, mi vergogno quasi che l’altro possa vedermi piangere o possa capire i miei pensieri di possesso, non so neppure come possa stare l’altro e il volerlo ancora qui con me, contro una volontà più grande di me e di lui, è un atto di egoismo, il più grande, di cui non sono capace.

Prima della morte, c’è la vita: raramente piangiamo per la vita, perché siamo troppo impegnati ad anticipare il futuro e a immaginare la vita, posticipandola. Ci emozioniamo collettivamente e individualmente quando la vita si fissa in schegge di ricordi ricorrenti: la prima parola, il primo giorno di scuola, il primo bacio, il matrimonio, la prima volta che qualcuno ti dice ti amo. Ci perdiamo troppo spesso l’emozione per la vita in sé, piena e diversa, che si sprigiona dalle mani, dagli occhi, dal corpo che respira.

Mi annoiano le immagini di morte, la voglia di sapere come l’altro è morto, la solidarietà per le morti tragiche, lo sconcerto di fronte alla morte per catastrofe naturale, l’indignazione per la morte dovuta all’azione sconsiderata dell’uomo. Quella mano che istintivamente va verso la bocca del vivo, quasi a voler proteggersi o a voler sentire il proprio fiato vitale di fronte all’altrui sorte. Colui che muore, muore anche per noi, ci lascia uno spazio vuoto, a volte sembra incolmabile, ma è nostro dovere riempirlo con la bellezza che è armonia dei nostri gesti, sorriso dell’anima al risveglio.

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Voglio continuare a disprezzarti


Mi sono rivolto a lei perché mi aiutasse a disprezzare meno le altre persone, perché mi spiegasse il mio narcisismo, che poi non so ancora se è così sviluppato come vogliono farmi credere. Mi sono rivolto a lei perché mi dicesse che cosa posso trovare di buono nelle altre persone, come posso imparare ad ascoltare, condividere, accettare.

Arriva un momento in cui te lo pui permettere, anche economicamente, ed allora decidi di farti un regalo e vai dallo psicoterapeuta. A volte i problemi sono gravi, altre volte lo sono meno, ma la voglia di parlare di questi problemi a qualcuno spinge a iniziare la terapia: a me è successo così.

Una volta te lo dice un’amica, che sei “troppo egoista, egocentrico, scortese, disinteressato…” Poi te lo dice l’amministratore delegato di un’azienda, che sei “troppo chiuso, incapace di condividere, di guidare emotivamente le altre persone…”, poi te lo dice un fratello, che sei “troppo lontano, che non ti fai mai sentire, che non ti interessa sapere della sua vita…”. Poi ti rendi conto tu stesso che stai diventando selvaggio, che a te piace, ma che forse non è giusto, ma soprattuto che non puoi allontanarti da tutto e tutti, anche se lo vorresti.

Tu vorresti allontanarti non per morire, ma per vivere emozioni , perché quel monito a “sentire” che hai dentro non si può lasciare dimenticare nascondere. In nome di cosa poi? Del vivere insieme in una società, un gruppo, una comunità. Ma chissenefrega del vivere insieme, a volte condividere le cose, il tempo, le attività, i pensieri, le emozioni significa solo perderne l’intensità ed io ho perso molto spesso cercando il contatto con l’altro, forse con la persona sbagliata. Sono fiducioso, di poter incontrare altre anime non addormentate, ci vuole tempo, ma ci riuscirò.

Come ho già scritto, meglio rendersi conto che non si è soli al mondo, che gli altri esistono e che hanno le loro caratteristiche. Aggiungo ora: può anche darsi che molti abbiano caratteristiche che a me non piacciono e non devo cambiare per godere della vita insieme. Prevedibile: questa è la parola che mi è tornata più spesso in mente ripensando agli incontri con la psicoterapaeuta. Lei mi chiede di parlare, io non so di cosa parlare, forse non sto abbastanza male per avere bisogno di lei e neppure abbastanza annoiato per avere bisogno di raccontarmi che questa cosa è necessaria alla mia vita difficile. Presto, dottoressa, che ho voglia di uscire da qui, finiamo qui. Si ci penso, ma per oggi, finiamo qui.

Facciamo come i cani


Che quando si incontrano si annusano, si leccano, si abbaiano, si sbranano, si amano. Invece la vita di noi anime viaggianti nelle mattine metropolitane milanesi è solo illuminata dai non toccarsi, non sfiorarsi, non sentirsi. Vorrei alzarmi in questo momento e accarezzare quel ragazzo che siede un pò più in là, magari dirgli come stai, sentire se la sua gamba è muscolosa, dirgli una zozzeria all’orecchio, infilare un dito nella sua bocca e sentire la sua saliva sulla mano. Ma non si può, non lo so il perché, ma qualcuno ha deciso che non si può, che non sta bene. Qualcuno ha deciso che palpare un altro o un’altra in metropolitana è una schifezza, che è da depravati perversi maniaci sporcaccioni. A me invece sono sempre piaciuti i palpeggiatori, quelli che osano provarci, magari anche in un modo subdolo, quando allungano la mano facendo finta di voler aprire meglio il giornale e con la mano urtano il mio pacco, poi lo fanno ancora, ogni volta che voltano pagina. A me viene duro, lo lascio venire duro, mi piace che si veda il segno sotto i jeans. Quando in piedi in mezzo alla folla tengono le mani dietro la schiena, come farebbe un militare in posizione di riposo, e le premono contro il mio pacco ed io lascio che si avventurino con le dita tra i bottoni dei jeans e che arrivino a toccare tutto.