Chi non compra e chi si indigna


L’arma è nelle nostre mani, ma è più facile fare la passeggiata per le vie del centro con una bandiera in mano e l’Iphone nell’altra che riprende, che attaccare veramente questa società che tanto indigna.

Cosa succederebbe se non chiedessimo più prestiti alle banche, se non acquistassimo più beni superflui, se non usassimo più l’auto tutti i giorni, se non telefonassimo più per dire quante volte l’abbiamo fatto, se non guardassimo più la tv? Crollo, ma non il nostro. Non voglio fare l’apologia dei bei tempi andati, perché i tempi andati sono senza dubbio stati peggiori di oggi, quanto ai “mezzi” a disposizione per “fare”. Oggi però sono i “fini” a mancare e senza andare neppure tanto lontano a cercare tra sedicenti politici o industriali che un fine macrospcopico l’avevano e l’hanno oggi sempre più chiaro, mancano invece i desideri di vivere consapevolmente, desideri di noi tutti, desideri stravolti, annegati, annebbiati.

Chi si indigna in piazza, chi si inerpica per passeggiare in val di Susa, oggi è pasto succulento per i media, chi si indigna produce soldi per altri, chi si indigna è pane per chi finge di preoccuparsi delle sorti del paese.

Ci vuole violenza, violenza, violenza, ma violenza che non distrugga per il solo scopo di dimostrare, ci vuole violenza che distrugga per annientare, abbattere qualcosa di molto più grande di una vetrina di una banca. La banca stessa, l’idea di una vita in prestito. La violenza più grande di cui siamo capaci è smettere di comprare senza bisogno, ricominciare a percepirsi come uomini e donne: ridimensionare la nostra voglia di consumare fa più male che un milione di persone in piazza, che magari per raggiungere quella piazza hanno percorso chilometri e inquinato.

Non si può uscireda questo mondo di consumo, né è bello criticarlo e basta, ma ridimensionarlo nelle pretese di controllo delle vite si deve: solo così riusciremmo a fare paura, molta paura, più di cento bandiere rosse gialle e arcobaleno, scegliamo la strada della violenza, ma senza rivolgerla verso altri uomini.

Annunci

La scuola che insegna a diventare bravi lavoratori


Questo commento di Avvenire mi ha fatto incazzare alquanto…

Forse un sogno
«I have a dream», io ho un sogno diceva Martin Luther King nel suo discorso più famoso. E quella frase è diventata un introibo per parlare di ogni cosa giusta, che si può solo sognare (com’era, al tempo, la fine della disuguaglianza tra bianchi e neri). E c’è oggi un sogno che i genitori italiani, preoccupatissimi dell’inserimento dei figli nel mondo del lavoro, inseguono? Sì. Che la scuola li faccia cominciare a lavorare. Sissignore, la scuola. Avviando forme di parziale sperimentazione del lavoro nell’ambito dei corsi. Per colmare il gap tra istruzione e vita, astrazione e realtà. Inserendo i ragazzi nelle collettività lavorative, facendo svolgere loro dei ministage sul campo, che comportino già piccole responsabilità, si tratti di rispondere al telefono o di fare le fotocopie, di digitare sulla tastiera di un pc o di usare uno scanner, di fare una fila alle Poste o di prenotare una visita per anziani al Cup. Responsabilizzandoli progressivamente. Portandoli al rispetto delle regole. Insegnando loro a stare, lavorativamente, tra gli altri. Dando loro dei compiti da assolvere, non solo dei compiti in classe o dei compiti da fare a casa. E pagandoli. Certo. Facendo loro meritare la piccola incentivazione e rimandandoli a casa contenti, per dimostrare che stanno facendosi grandi. La funzione sociale e formativa sarebbe altissima. Basterebbe una settimana il primo anno. Poi due, tre, quattro. Magari è un sogno, ma «I» anzi «We», noi, «have a dream».

Ma la scuola non aveva un altro scopo? Tremendo, triste, inutile, conformista, pericoloso…questi non hanno capito nulla. Collegare la scuola al lavoro? Ma che cavolata è? Che la scuola pensi a formare degli uomini, non dei lavoratori!!! Che la scuola pensi a fornire la capacità di essere indipendenti, sicuri, curiosi, felici!! Questo è il mio sogno. Qui siamo di fronte ad una prospettiva di vita tristissima.

Tutti fuori, tutti fuori a mostrare il culo a colori


Devo farmene una ragione, oramai non c’è altra via di scampo. A Milano c’è il salone del mobile e c’è pure il fuori salone ed io odio quando la gente si riempie la bocca di cose di cui non capisce un cazzo: li vedi girare, turisti e non, milanesi e terroni, russi e guardarobiere, giapponesi e globetrotter, americani e artisti di strada, li vedi ammirare cose, guardare cose, ma soprattutto riempirsi la borsa di inutile carta, gadgets, li vedi trascinare le borse tutto il giorno e poi la sera tra un panino da 8 euro e una maschera di philip stark.

Design ridotto a occasione di consumo: che tristezza. Ma l’arte non era solo per pochi, per quelli che la sentono e la capiscono. E gli altri? Facciamo sentire loro la puzza d’arte mescolata alla porchetta e al dj set Albertino, una cosa è certa: spenderanno! Mandrie di buoi che ostruiscono le strade con i Suv bianchi, greggi di pecore in fila per scroccare un cocktail gratis, stormi di pappagalli che ripetono in coro: ma sei stato al fuori salone? No, non ci sono stato, anzi si ci sono stato per sbaglio. Un’esperienza triste, di gruppo, piena di froci e amiche dei froci con al seguito fidanzati zaino.

Lontano irrimediabilmente lontano


E’ molto duro tornare qui alla scrivania, oggi.

Lo so che è peggio tagliare le rotaie del tram, come stamattina stava facendo l’operaio sotto casa mia, ma ciò non esclude il mio profondo malessere di questi mesi: io sono lontano irrimediabilmente lontano dalla vita che sto facendo. Sto pensando di lasciare tutto, ma so che non è la soluzione ma solo un aggravarsi del mio malessere. Occorre lasciare quando si sta bene e non quando si è incavolati con il mondo.

Volevo vent’anni fa tutto quello che ho oggi ma di cui oggi non mi frega niente. Non è solo una questione di piccole cose, è proprio questione di un mondo diverso: volevo avere soldi, avere prestigio sociale, avere riconoscimenti, essere un uomo di successo secondo l’unico sistema di valori che conoscevo, allora.

Oggi sono deluso e stanco. Penso di avere sbagliato molto, ma in buona fede. La colpa è stata mia, che ho creduto in un sistema che oggi mi è estraneo. La responsabilità di chi ha costruito questo mondo mi è sempre più chiara e mi fa arrabbiare: ci siamo fatti colonizzare l’immaginario, il sogno, la speranza. Uso il “CI” un pò qualunquista perché abbiamo lasciato fare. Basta.

Stato impresa famiglia individuo


In quest’ordine, dal più importante al meno importante: non è l’italia, questa, per fortuna.

L’individuo realizza valore quando forma una famiglia, la quale beneficia della luce emanata dall’azienda per la quale l’individuo lavora e dalla quale trae sostenetamento, nella misura in cui questi è capace di vendersi all’azienda. Ma il valore supremo è lo Stato, al quale sacrificare il benessere insividuale.

Echi fascisti, pericolosi, che permeano le menti. Echi fascisti che giustificano il giogo, cui l’italiano non deve più soggiacere. Ce ne siamo liberati, ma il mostro sta tornando, celato dietro il volto anestetizzato dell’affascinante strisciante passione d’oriente.

Silvio è solo il fantoccio, anche divertente, in mano ad un sistema più grande. Silvio è il male minore, il contabarzellette del bar sport, che forse alla fine fa quello che può, per sè e anche per l’Italia. E’ il nostro male politico, ma il male più grande è nelle nostre anime, ammaliate da una culura del consumo e del potere, che hanno completamente annichilito l’idea stessa di individuo e di responsabilità individuale