Il ritorno del tunisino


Sull’autostrada A7 una domenica di fine agosto vedo inspiegabilmente molte automobili francesi, tedesche, olandesi: sono stracariche di roba sul tetto, sul lunotto posteriore, sui sedili. Alla guida neeun biondiccio dagli occhi chiari e la pelle bianca, ma splendidi nordafricani con moglie velata a fianco e marmocchi tra le vettovaglie sul sedile posteriore. Stanno tornando dalla vacanza nelle loro terre, hanno visi tristi di chi ha vissuto un periodo d’amore perduto.

E’ arrivata la nave da Tunisi e il porto di Genova è un brulicare di occhi gialli, corpi caldi, bocche innamorate e veli azzurri. Mani grandi che stringono cartoni e corde, sguardi verso il mare sul quale il sole a destra tramonta mentre le auto tutte in fila vanno via, escono e si allontanano chissà per quanto, per un altro anno.

Quante vite nomadi, strappate. Ieri nel cortile della moschea di Tunisi, oggi verso una casa di ringhiera milanese o ancora più su, una periferia parigina, un ghetto di Francoforte. Mi viene da piangere, ma io non faccio testo, piango sempre, anche quando i mangio i pomodori. Lui, il mio caro compagno mi dice ma no, magari erano dai parenti in una casa schifosa di Tunisi senza il cesso e non vedevano l’ora di scappare…!

Scatoloni, coperte, nylon, corde e un materasso matrimoniale con i comodini e lo specchio accatastati su una Polo targata PN. Alla guida un meraviglioso uomo con il mare negli occhi sulla pelle ambrata, passiamo, lo superiamo, lo guardo e ci sorride. Si è comprato i mobili per sposarsi, dice lui, il mio compagno. Cazzo, ma devi rovinare sempre tutto! Facciamo che è il fratello dello sposo che arriva in Italia con un regalo da parte dei genitori e va a Pordenone. Lasciami illudere, almeno.

Un italiano in vacanza su una spiaggia qualunque del messico orientale


Colorato, tatuato, telefonato, con cane, con pareo, con occhialone, con mollettone, con orologio, con braccialetto, truccato, con costume nuovo, uno al mattino e uno al pomeriggio.

Parla parla e si muove si muove.

Sono diventato insofferente alle persone non libere, alle persone che vivono in un mondo cui conferiscono senso attraverso l’opinione altrui. Forse sono un pò fuori dal mondo, ma quando il processo è avviato non puoi più tornare indietro e sei costretto a vivere così, sentendoti sempre un pò diverso, sentendo su di te il giudizio di chi ti definisce strano. Ciò che mi dispiace di più è il fatto di trovare sempre meno persone capaci di condividere sensazioni di vita.

“…Il cittadino accender della sera
mi ritrovò solo a ripensare il tempo:
l’anima mia, posta nell’eterno,
mestizia forse, non tristezza
colse”

Clemente Rebora, Curriculum