Good as you e la rivoluzione


Ho visto il film e mi è piaciuto perché trasmette un’idea di famiglia non convenzionale, finalmente.

Mi ha colpito la battuta di una dei protagonisti che, rivolgendosi al personaggio interpretato da Enrico Silvestrini, in crisi con il fidanzato perché l’altro lo costringe nel ruolo di fidanzato appunto, dice, più o meno, così: ma che bisogno avete di scimmiottare le famiglie degli altri, cercate di vivere in modo diverso, voi che potete…

Una frase del genere, ascoltata una sera d’aprile in un cinema minuscolo del centro storico di Genova, dopo una due giorni di amorevoli pranzi e cene con genitori, suoceri e amici dei suoceri, può suonare come liberatoria, può incitare alla rivoluzione, può convincere a troncare la felicità (altrui) per la perfetta famiglia gay style.

Dobbiamo aspirare ad altro, a qualcosa di diverso dalla famiglia, noi omosessuali.  Invece abbiamo finito per trovarci invischiati nei miasmi della putrescente famiglia, aspiriamo a riprodurne le strutture, aspiriamo a rincorrerne i sogni, aspiriamo a goderne le gioie. E’ sempre una forma di controllo sociale, dopo tutto. Quale migliore garanzia, infatti, di una tranquilla vita di consumatori è quella di giocare alla famiglia perfetta.  E’ solo questione di tempo, ma ci daranno questo privilegio: tra pochi anni saremo anche noi omosessuali fieri del diritto di formare una famiglia, fondata sull’amore, la fedeltà e l’aiuto reciproco, oltre che sui viaggi di nozze, sugli sconti in crociera, sull’acquisto della casa.

Siamo sicuri che è quello che vogliamo o stiamo solo aspirando alle briciole di un’istituzione che non ci appartiene e che non gode – per fortuna – di buona salute.

Il mio compagno ed io, che viviamo apertamente con tutti la nostra relazione, abbiamo lottato per anni affinché i nostri genitori non si conoscessero, affinché le nostre famiglie restassero separate, affinché potessimo restare anormali, senza obblighi di sorta, senza convenzioni da rispettare o ipocriti scambi di effusioni, ma non ce l’abbiamo fatta.

La voglia di vita


La voglia di vita è tornata. La voglia di fare bene per il piacere di farlo e non per accontentare qualcuno é finalmente qui con me. Mi accompagna, mi coccola, mi sta vicino.

Quando non puoi più mentire


Quando non puoi più mentire provi un grande senso di liberazione, ma allo stesso tempo ti accorgi che hai vissuto in un un mondo parallelo, dove ti sei fatto piacere le cose che in realtà ti facevano schifo.

Quando finalmente hai la consapevolezza di chi sei, ti sembra di non aver vissuto fino a quel momento e tutto quello che prima ti piaceva, adesso non ti piace più, è come se ti accorgessi all’improvviso di un mondo fasullo, dove però sei finito dentro da solo, nessuno ti ha spinto, almeno consapevolemente.

Rivedere i valori, gli affetti, le credenze è molto doloroso, ma non puoi fare altrimenti, portandoti dietro quel che resta del prima e mettendo tutta l’energia per vivere nell’oggi. Oggi che finalmente posso vivere per quello che sono, non ce la faccio più ad accettare quello che prima per me era normale, non riconosco più i miei desideri di un tempo, i miei sogni di un tempo: io non mento più. E improvvisamente l’immaginario della mia vita è scomparso. Sai quanto è difficile ricostruirne uno? L’immaginario è quell’idea di vita che ti sei fatto, quel vortice di immagini, voci, paure, energie che come nuvola leggera e carica ha rovesciato la sua forza nelle azioni della tua vita, quelle grandi e quelle piccole.

Interno di un parcheggio milanese


Imbottigliati nel parcheggio chiuso di un multisala a Milano una sera d’autunno mentre fuori piove e dentro…beh dentro la testa si ripetono quelle parole: perché l’ho fatto?
Le auto bloccate, non c’è parcheggio, né si può uscire perché la coda è ferma, tutti con i motori accesi, nugoli di ragazzini che corrono da una parte all’altra di questo level 3 del maxi parcheggio: loro passano qui il sabato sera, sembrano a loro agio, fumano molto, urlano, sputano e si baciano. Chiusi dentro le auto, gli altri, coglioni come me, che hanno deciso di venire qui a vedere un film e si ritrovano come tanti criceti che corrono sulla ruota. E a fianco, al mio fianco, seduto accanto a me, quello che alcuni amici hanno soprannominato il santo per la capacità di sopportazione, che ripete, una due tre dieci volte:…..e io te l’avevo detto e io te l’avevo detto e io te l’avevo detto…! Me l’aveva detto che i multisala gli fanno schifo, appunto. E qui del multisala non c’è ancora traccia, siamo nel parcheggio, ancora. Bloccati, il film che avremmo voluto vedere è già iniziato e siamo qui nel parcheggio, ancora, bloccati.

Questi ragazzini intorno, però, forse si perdono molte più cose di noi. In fondo noi siamo capitati qui e non ci torneremo più. Loro invece vengono qui di proposito, in questi centri del divertimento, pieni di sushi bar, wienerplatz, old wilde west, burger king, roadhouse, calzedonia, apple store, virgin active fitness center, unieuro, mediaworld, initimissimi e jean luis david. E quando si stancano delle luci e dei colori dell’interno, arrivano qui, all’ultimo piano, tra i fumi di scarico delle auto in coda, magari per darsi un bacio o per pisciare dietro un auto.

Almeno mi avessero pisciato di fronte, così da vedere i loro piselli urinare e risvegliarsi dal torpore delle mutande superstrette dell’ultimo D&G.

La cura e la gioia


Gli dico arrivederci o forse ciao, ma gli dico soprattutto grazie.

Lo dico a lui, a questo blog che non esiste, che non c’è, che c’è solo nella virtualità delle sue pagine. Se domani ci alzassimo e scomparisse internet, scomparirebbe pure lui. Puff…scomparso, perché non è mai esistito, non ho copie stampate o salvate da qualche parte.

Ma è finita, il blog ha esaurito la sua missione, mi ha permesso di coltivarmi e scoprirmi, oggi mi sento di nuovo intero, con le mie debolezze, paure, gioie, pieno di forza, con il mio ieri dentro l’oggi, custodito, alla faccia del godimento dell’attimo presente. Mi sono riappropriato del mio passato e adesso sta qui con me per accompagnarmi in questo mondo complesso, dove semplicemente si può vivere.

Ciao blog, dimenticami.

Olop


L’ha detto, me lo aspettavo. Non sbagliava una parola, infilava tre parole inglesi ogni tre italiane, infarciva di acronimi e sorrisi.

Poi è arrivata all’esposizione del concetto chiave che fa muovere il mondo degli addormentati stimolati dalle benzodiazepine assunte in quantità sesquipedale da troppo tempo.

“Dobbiamo insegnare alle persone a diventare imprenditori di se stesse”.

Incrocia il mio sguardo perplesso, cui segue uno sbadiglio. Certo come capetto del personale dovrei appoggiare, sposare la causa. Il mio annuire sarebbe il modo migliore per lavarsene le mani, prendere un bel luogo comune, quello che il dipendente diventa più produttivo se gli si lascia la libertà di responsabilizzarsi, abbracciare la causa che in fondo in fondo l’azienda gli offre la possibilità di realizzarsi come persona.

Ma sbadiglio, sto zitto, la riunione si fa imbarazzante.

Triste è la vita imprenditorializzata, maschera di facile applicazione per visi invasi di immagini esangui e sfuggenti, per anime incapaci di costruire un’identità che sorvoli il mutevole crescere di un bisogno di riconoscimento e commercio.

FINE.

La lampadina a basso consumo e il pelo pubico


Ho un problema: non riesco a trovare una lampadina per il mio bagno. Quella che avevo si è bruciata e in commercio trovo solo lapadine a basso consumo: non le voglio, non me ne importa nulla, ma voglio decidere io come consumare meno, nessuno mi deve imporre una lampadina che fa questo schifo di luce bassa da morto. E’ una imposizione e per giunta pure costosa, perché le nuove lampadine, quelle che ci dicono essere indispesnabili per il risparmio energetico costano almeno 8-9 volte le altre. E allora dove sta il risparmio? Certo non sta nelle mie tasche!

Devo accettare una luce fioca in cambio di che cosa? Della promessa di un mondo migliore? In commercio non si trovano più le vecchie lampadine, non le fanno più, mi dicono. Bene, anzi male. Perché io voglio essere educato a consumare meno, cioè a compiere azioni che mi consentano di risparmiare energia, non ad acquistare prodotti che costano di più oggi e mi promettono un mondo migliore domani. Ci sono città illuminate a giorno pure di notte, insegne enormi e tutti però rassicurano che si tratta di luci a basso consumo, ma non mi serve questa rassicurazione. Voglio le luci spente, di notte, soprattutto quelle commerciali e voglio potermi ammirare in santa pace l’uccello se vado a pisciare di notte, senza spaventarmi di fronte ad un presunto pelo pubico grigio ma che invece è semplicemente biondo ma illuminato dalla luce grigia. Meglio il buio

In casa mia non ci sono mai più luci accese contemporaneamente. A volte mi diverto anche a fare le cose al buio, si fa tutto con più calma, senza luce artificiale, si toccano di più le cose, si acquista un senso della dimensione del mondo. Arrivo a casa la sera tardi, mi spoglio, mi faccio la doccia al buio, bevo al buio, mi lavo i denti al buio. Non sempre, ma talvolta è emozionante. E risparmio, davvero.

Ho mangiato un Ipad. Era secco secco…


Non so neppure come si scrive, ma mi è già antipatico. Scusate ma questa tavoletta dove me la metto?

Sono costretto a girare con la borsetta tutto il giorno. Si, perché ti dicono che così puoi leggere il giornale, leggere i libri, più libri, guardarti un film, giocare…ovunque tu sia.

Ma allora mi devo sempre portare la borsa dietro e già questo mi rompe. Il libro di solito me lo infilo in tasca, se è un tascabile o se è un Sellerio o se è un Einaudi…il giornale poi lo compro e lo spiegazzo tutto, poi l’abbandono in metropolitana, certo anche se l’ho pagato, ma una volta che ha assolto la sua funzione, cioè tenermi impegnato il tempo di percorrenza da casa a lavoro, non me lo tengo per scoprirci dentro i segreti del mondo. Suvvia è un quotidiano, mica la Bibbia. E poi a cosa ci serve poter consultare “ovunque” il tuo giornale preferito sull’Ipad se trascorriamo 20 ore al giorno in ufficio a succhiare notizie e altro davanti al PC? Capita pure che ogni tanto si dia un’occhiatina alle edizione on line dei quotidiani e allora cosa me ne faccio del gionale on line sul mio Ipad, se ho passato tutta la giornata a navigare in Internet tra le notizie della Gazzetta. Il film ancora…comodo, non so dove andare e mi prendo la tavoletta magica e mi ci vedo un film. Comodo vero? Magari andare al cinema, no? Fare una passeggiata per andarvi e una per tornare, no?

Si lo so che tutte queste cose posso continuare a farle, che l?Ipad non toglie nulla ma aggiunge solo, bla bla bla, che noia questi amanti della tecnologia per la tecnologia…Con l’Ipad posso fare tutto con una cosa sola…!! Interessante…molto interessante…Perché fare tutto con tutte le cose è disdicevole? Forse è “scomodo” stare senza Ipad o come dicono i guru oggi, L’ipad fa risparmaire un sacco di tempo. Ma ne abbiamo bisogno? Di risparmiare tempo, intendo. Noi noi, io e te, abbiamo bisogno di risparmiare tempo, per cosa?

Lo so, sono un incoerente e mi piaccio


Ho provato e per un pò è andata bene: la mia astinenza da blog. Diciamo 13 giorni? Ma in realtà qualche giretto me lo sono fatto. Un pò ho goduto a starne lontano, a volte ti prende la “scimmia” per questa vita virtuale e sono cazzi. Allora fa bene imporsi qualche regola. Ho sempre creduto e credo che le regole nella vita servano. Per essere sempre più liberi. Vabbè, fino alla prossima crisi semimistica mi dovrete ancora tenere un pò di compagnia. Così se ogni tanto mi assento, sapete che sto solo cucinando un arrosto con la senape e sto trapiantando l’alloro nano. Oppure semplicemente mi aggiro in qualche terreno incolto in cerca di avventure clandestine e succose.