L’uomo nero che scappa


Il sabato mattina in giro per centri del faidate, una vera passione, vero? Ne ho girati quattro, alla disperata ricerca di tre pali di legno, lunghi tre metri. In auto il sabato mattina lungo le strade calde dell’hinterland Milanese, girando tra brico e leroy merlin, cantieri stradali, code per entrare nei parcheggi, code per uscire dai parcheggi, uomini soli in cerca di trapani, donne sfatte in cerca di fiori, bambini urlanti in cerca di botte di mamme nervose.

Alle ore 14 ho trovato i pali. Armato del mio grandissimo carrello ho preso i pali e mi sono avviato alle casse, sono pasato al reparto colle e siliconi ed ho preso il silicone. Una gentile signorina vestita come un calciatore dell’albinoleffe mi ha spiegato che ci vuole la pistola per sparare il silicone. Ed io che pensavo bastasse spremerlo come il dentifricio…ma Lei, capello biondo riccio tinto su maglia grigio verde mi dice, guardi là, prenda una pistola. Mollo il silicone e prendo il barattolo del Vinavil. Le viti, ecco si le viti. Mi si para davanti una parete di viti, bianche gialle rosse e verdi. Si comprano a peso, mi spega il manzo, sempre con la maglietta grigioverde ma un pettorale da urlo sotto, con capezzolo pirsato. Te le peso io, mi dice. Pesamele.

Esco, finalmente. Sono nel parcheggio assolato, mi scappa la pipi, ho tre pali lunghi tre metri nel carrello e il fidanzato che mi chiama sul cellu per sapere che pasta voglio. Mi avvio verso la mia maschia station wagon e comincio a caricare i tre pali lunghi tre metri, mi si avvicina un nero.

Il nero: Ciao fratello!

Gli do la mano. Adesso mi dirà, scommetto…compra qualcosa, fazzoletto, accendino. Niente, non fa la tentata vendita.

Il nero: ma la moglie dove sta, a casa?

Gli rispondo che non ho moglie.

Il nero: E perché?

Penso, ma come la fa lunga, per vendermi due fazzoletti…

Gli spiego che le donne non mi piacciono, che invece mi piacciono gli uomini e che a casa ho un marito che sta buttando la pasta e che quindi mi devo sbrigare. Ho la testa nel bagagliaio della maschia station wagon, mentre parlo con curiosity black, continuo a parlare ancora qualche secondo, imprecando un poì per questi pali troppo lunghi. Poi mi giro e il nero non c’è più. Lo vedo che se la fugge veloce veloce, neanche avesse visto un frocio. E’ già dall’altro lato del parcheggio.

La gerarchia e la distrazione


Stamattina non trovavo le chiavi del lucchetto della bici, poi non trovavo le chiavi della cantina per prendere la seconda bici, quella del fidanzato, che intanto non la usa perché ha male alla spalla, poi ho trovato le chiavi della cantina, ho preso la bicicletta, l’ho portata alla luce, ma a quel punto mi sono accorto di aver lasciato in casa, settimo piano, le chiavi del lucchetto di questa bici, allora sono risalito in casa ed ho preso le chiavi del lucchetto di questa bici, ma ho lasciato sul tavolo del soggiorno le chiavi di casa…
Il fidanzato con il piumino acchiappapolvere in mano, il lucidavetri nell’altra e tanta voglia di casalinghitudine mi ha urlato: ma te ne vaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaai, si o no?
Si, si vado, caro. Sono bello? Dimmi di si, stamattina ne ho bisogno!
Caruccio, ma hai una macchia sulla cravatta. Di grasso della catena della bicicletta. Eh no, non ci provare, glielo leggo negli occhi, non entrare che ho appena passato la cera, no….non farlo.
Ok, te lo leggo neglio occhi che mi ami, ma vado a lavorare.
Ecco bravo, stooon.
La porta sbatte, la cravatta di chanel rosa è sporca di nero, sono le 9 e volevo arrivare in ufficio alle 8,30. Quanto basta per partorire l’ira finocchia più tremenda del lunedì.

Ma poi…la sera, ah la sera, la sera porta sempre buoni consigli!
La sera il mio dolce bisogno di erba mi porta al parco, seduto su una vecchia panchina scolorita ad assaporare i marocchini dagli occhi gialli. Purtropo, al parco di pomeriggio, ci sono le donne. Le mamme, che sono una sottospecie di donna. Le mamme…urlano, io sto già con il pensiero nel letto pulcioso di Mohammed, e la sento, la vedo ancora prima di girarmi. CAMMINA, MUOVITI, NON CORRERE, FERMATI, GUARDA AVANTI, NON TOCCARTI I CAPELLI, NON ANDARE sull’erba, RALLENTA. Sento la sua voce che ripete di filata tutti questi ordini, uno di seguito all’altro. E poi, chiosa: sono io che comando, quando sarai grande poi comanderai tu. E’ la GERARCHIA, hai capito Virginialudovicamia, devi impararla un po’, la gerarchia, altrimenti ti perdi e non capisci più chi comanda e chi ubbidisce.
Oh madre, adesso è tutto chiaro.
La gerarchia…altrimenti ti perdi, o perdi le chiavi della bicicletta, in un mattino di primavera, mentre il nerboruto fidanzato sta spolverando il lampadario a gocce.

Piccole distruzioni continue


Una mazza ed un colpo, alla vetrina di fronte a me, all’auto parcheggiata: solo per il desiderio di distruggere. Che parola consueta quanto nemica dell’oggi è “distruggere: ne abbiamo paura, l’abbiamo connotata in senso negativo, caricata di significati simbolici. Distruggere è cancellare, eliminare, spaccare a pezzi, svuotare, allontanare, annientare, annullare. Etimologicamente è de-struere, de-costruire, l’opposto di costruire che è lodato e ricercato: costruire una casa, costruirsi una carriera, costruire un gioco, costruire una relazione, costruire una società. Costruire è un pò mettere insieme alcune cose per arrivare ad un’altra cosa finale. Solo per questo è buona cosa? Perché avere un fine è buona cosa? Perché senza fine non si può stare?

Distruggere è separare gli elementi messi insieme e annullare la cosa. Oggi abbiamo più bisogno di distruggere, che di costruire. Distruggere non ha un fine, distruggere è liberare spazio, mentale e fisico. Creare vuoto: quanta paura fa il vuoto? Occorre subito riempirlo, ci hanno insegnato, perché non riusciamo a stare dentro il vuoto. Se distruggiamo un palazzo, lo riempiamo con un altro o se si affaccia la coscienza ecologica, con un parco, se si affaccia quella sociale, con un luogo di ritrovo. Piccole distruzioni, continue…portano libertà che è la capacità di muoversi nel vuoto, senza vedersi riflessi in nulla. E’ difficile, ma li capisco, i distruttori arrabbiati.

La voglia di vita


La voglia di vita è tornata. La voglia di fare bene per il piacere di farlo e non per accontentare qualcuno é finalmente qui con me. Mi accompagna, mi coccola, mi sta vicino.

Una mano ed un braccio


Infilati in un culo, non li avevo mai visti prima d’ora, dal vivo, a due metri di distanza da me, reso consapevole solo da quel soave odore di merda diffuso. Che scultura, l’avambraccio è tutto dentro, è come se quell’anno se lo fosse inghiottito e, avido, non lo lasciasse più uscire: non si capisce chi è padrone di chi, chi è il master e chi è il masterizzato. Intorno materassi rossi di finta pelle, pezzi di carta bianca e schizzi di sperma secco, fumo di sigaretta e golosi rumori di ingoi improvvisati, seguiti da sputi e corse per rimediare, laddove si vuole, laddove non si soffoca. Qui tutto è permesso, ma proprio tutto, tutto tutto. E’ permesso farlo senza preservativo, è permesso passare da un culo all’altro, è permesso farsi pisciare in faccia, è permesso picchiare, è permesso gridare, è permesso baciare, spaccare, tagliare.

Lasciate tutto, voi che entrate. Lasciate tutto in un sacco nero dell’immondizia, tutto vi verrà restituito al vostro ritorno, se tornate. Vi scrivono un numero sulla spalla, con un pennarello, è il vostro numero, vi serve solo per recuperare il sacco con la vostra roba, ve lo scrivono perché dirvelo non servirebbe, ve lo dimentichereste. Dottori, Ingegneri, Geometri, Operai, Medici, Attori, Contabili, Presidenti, Idraulici, Scienziati, Cannonieri, Tennisti, Camerieri, Scrittori, Infermieri, Autisti, Doppiatori e Giostrai. Adesso siete solo quel numero sulla spalla: potete fare tutto, siete solo quel numero, potete non fare niente, solo un numero, ma non per gli altri, siete un numero per voi stessi.

Quando non puoi più mentire


Quando non puoi più mentire provi un grande senso di liberazione, ma allo stesso tempo ti accorgi che hai vissuto in un un mondo parallelo, dove ti sei fatto piacere le cose che in realtà ti facevano schifo.

Quando finalmente hai la consapevolezza di chi sei, ti sembra di non aver vissuto fino a quel momento e tutto quello che prima ti piaceva, adesso non ti piace più, è come se ti accorgessi all’improvviso di un mondo fasullo, dove però sei finito dentro da solo, nessuno ti ha spinto, almeno consapevolemente.

Rivedere i valori, gli affetti, le credenze è molto doloroso, ma non puoi fare altrimenti, portandoti dietro quel che resta del prima e mettendo tutta l’energia per vivere nell’oggi. Oggi che finalmente posso vivere per quello che sono, non ce la faccio più ad accettare quello che prima per me era normale, non riconosco più i miei desideri di un tempo, i miei sogni di un tempo: io non mento più. E improvvisamente l’immaginario della mia vita è scomparso. Sai quanto è difficile ricostruirne uno? L’immaginario è quell’idea di vita che ti sei fatto, quel vortice di immagini, voci, paure, energie che come nuvola leggera e carica ha rovesciato la sua forza nelle azioni della tua vita, quelle grandi e quelle piccole.

Famiglia, Impresa e Chiesa


Lo tollero, questo Governo, ma preferivo la faccia della Carfagna e non perché fosse bella, ma perché occorre rischiare, osare e non rifugiarsi nelle certezze, anche nella scelta dei Ministri.

Tutti professionisti, celebratissimi (da chi poi? Da quelle stesse famiglie di imprenditori professionisti leccapiedi eccetera eccetera…) apprezzatissimi (dalla stessa cultura produttivista di cui sopra) ma lontani, lontani dalla società reale, quella che è diventata oggi e non quella che è rimasta nelle teste di questi oversettanta della buona società. La società fatta di contraddizioni, che non sempre e non necessariamente si devono risolvere o nascondere con il sapere, la conoscenza e la competenza, quella società ridotta a lustrini e squinzie, che ci si illude di spazzare via con il buon esempio dei completi grigio fumo e del triplo giro di perle.

Siano Banchieri o Professori, siano Supermanager d’Europa o Prefetti d’acciaio sono sempre simbolo dell’ordine e del risultato a tutti costi.
Siamo un popolo di falliti, che adesso accetta di affidare il proprio destino nelle mani dei titolati, siamo un popolo di falliti con il complesso dell’ignoranza perenne che si affida al Pronto sempre più Pronto soccorso dei matusalemme pensionati di gran cervello.

Non c’è nessun buonsenso in tutto ciò, perché ci siamo fatti fregare come sempre il nostro diritto, quello di chiedere un rendiconto dell’operato ai politici che ci hanno governato e quello di scegliere in base ad una informazione corretta e completa.

In fretta ci hanno detto…scusate, c’è la crisi, abbiamo fatto tutti un gran casino, adesso passiamo la palla in mano a questi signori dotati dei superpoteri, intanto noi ci organizziamo e ci vediamo alle elezioni tra un pò, così anche gli uomini dei superpoteri provano un pò l’ebbrezza e poi tornano a giocare a burraco, mentre noi torniamo – TUTTI – a prendervi di nuovo per i fondelli.

Spero nella legalità


Mi dispiace un pò che Silvio Berlusconi termini così il suo mandato, non lo merita. Quasi malmenato, non solo metaforicamente, da un popolo di pecoroni la cui massima aspirazione è fare ciao con il telefonino in mano, agitandosi dietro le telecamere dei telegiornali, salvo poi intonare cori da stadio e salti da scimmia al passaggio del Presidente del Consiglio. Cos’era? Un dittatore, forse? Ricordiamoci che è stato eletto da cittadini italiani, che, per quanto privi di senso critico, restano sempre cittadini italiani, con una dignità e motivazioni da rispettare. Comprendo una certa soddisfazione nel vedere allontananrsi un avversario politico, ma mi duole vedere manifestazioni di giubilo miste a finti pianti, neanche fossimo stati prigionieri di guerra. Un po’ di realismo non guasta.

Primo: l’Italia di Berlusconi, la cultura di Berlusconi e dei suoi scudieri e avversari di bassa lega, resta, purtroppo resta ed è tanto disseminata che neppure nei prossimi dieci anni sarà possibile restaurare un barlume di giustizia ed eticità.
Secondo: la stessa cultura, fatta di personalismo e mancanza di senso di responsabilità, illegalità e superficialità, contraddistingue oggi tutte le forze politiche, più interessate al mantenimento dello status quo che al cambiamento. Più ancora la stessa cultura informa di sé le singole persone, le aziende, gli ospedali, la scuola.
Terzo: sono tutti vecchi, stramaledettamente vecchi, questi politici o tecnici che siano, questi professori o capi d’azienda, questi megamanager, ministri e generali. Resta molto forte il pregiudizio Vecchiaia = Saggezza e competenza.

Spero nella legalità, d’ora in poi. E Spero in un risveglio di cattiveria verso i vecchi papponi, in un nipote che dica al nonno o allo zio: taci tu, che racconti solo palle e cerchi sempre di farla franca, che cerchi di dirmi che in fondo in fondo è tutto questione di opinioni.
Mi accontento della piccola legalità, spero che le persone si incazzino di fronte alle cose scorrette e che alzino la voce, in ogni ambiente, sul lavoro, a scuola, negli uffici pubblici, a casa: ciascuno nel suo piccolo, per far capire che una cosa FALSA è FALSA e STOP, che un ponte è pericolante e STOP, che un raccomandato è una persona da rimuovere e STOP, senza ma, senza forse, che dichiarare il falso per truffare lo stato è un crimine e STOP, che non pagare i debiti è meschino e STOP. Non ci interessano più le opinioni, perché su alcuni argomenti non ci devono essere opinioni, non ci interessano più gli affabulatori qualunquisti, non vogliamo più sentire due persone che affermano contemporaneamwente due verità opposte sostenendo che entrambe sono vere. Persone di questo tipo devono essere dichiarate inabili alla cittadinanza, delinquenti, presi in gruppo e mandati via dall’Italia a predicare altrove le belezze della democrazia verosimile.
Spero nella legalità, spero che tutti pretendano, d’ora in poi, la verità.

Interno di un parcheggio milanese


Imbottigliati nel parcheggio chiuso di un multisala a Milano una sera d’autunno mentre fuori piove e dentro…beh dentro la testa si ripetono quelle parole: perché l’ho fatto?
Le auto bloccate, non c’è parcheggio, né si può uscire perché la coda è ferma, tutti con i motori accesi, nugoli di ragazzini che corrono da una parte all’altra di questo level 3 del maxi parcheggio: loro passano qui il sabato sera, sembrano a loro agio, fumano molto, urlano, sputano e si baciano. Chiusi dentro le auto, gli altri, coglioni come me, che hanno deciso di venire qui a vedere un film e si ritrovano come tanti criceti che corrono sulla ruota. E a fianco, al mio fianco, seduto accanto a me, quello che alcuni amici hanno soprannominato il santo per la capacità di sopportazione, che ripete, una due tre dieci volte:…..e io te l’avevo detto e io te l’avevo detto e io te l’avevo detto…! Me l’aveva detto che i multisala gli fanno schifo, appunto. E qui del multisala non c’è ancora traccia, siamo nel parcheggio, ancora. Bloccati, il film che avremmo voluto vedere è già iniziato e siamo qui nel parcheggio, ancora, bloccati.

Questi ragazzini intorno, però, forse si perdono molte più cose di noi. In fondo noi siamo capitati qui e non ci torneremo più. Loro invece vengono qui di proposito, in questi centri del divertimento, pieni di sushi bar, wienerplatz, old wilde west, burger king, roadhouse, calzedonia, apple store, virgin active fitness center, unieuro, mediaworld, initimissimi e jean luis david. E quando si stancano delle luci e dei colori dell’interno, arrivano qui, all’ultimo piano, tra i fumi di scarico delle auto in coda, magari per darsi un bacio o per pisciare dietro un auto.

Almeno mi avessero pisciato di fronte, così da vedere i loro piselli urinare e risvegliarsi dal torpore delle mutande superstrette dell’ultimo D&G.

Chi non compra e chi si indigna


L’arma è nelle nostre mani, ma è più facile fare la passeggiata per le vie del centro con una bandiera in mano e l’Iphone nell’altra che riprende, che attaccare veramente questa società che tanto indigna.

Cosa succederebbe se non chiedessimo più prestiti alle banche, se non acquistassimo più beni superflui, se non usassimo più l’auto tutti i giorni, se non telefonassimo più per dire quante volte l’abbiamo fatto, se non guardassimo più la tv? Crollo, ma non il nostro. Non voglio fare l’apologia dei bei tempi andati, perché i tempi andati sono senza dubbio stati peggiori di oggi, quanto ai “mezzi” a disposizione per “fare”. Oggi però sono i “fini” a mancare e senza andare neppure tanto lontano a cercare tra sedicenti politici o industriali che un fine macrospcopico l’avevano e l’hanno oggi sempre più chiaro, mancano invece i desideri di vivere consapevolmente, desideri di noi tutti, desideri stravolti, annegati, annebbiati.

Chi si indigna in piazza, chi si inerpica per passeggiare in val di Susa, oggi è pasto succulento per i media, chi si indigna produce soldi per altri, chi si indigna è pane per chi finge di preoccuparsi delle sorti del paese.

Ci vuole violenza, violenza, violenza, ma violenza che non distrugga per il solo scopo di dimostrare, ci vuole violenza che distrugga per annientare, abbattere qualcosa di molto più grande di una vetrina di una banca. La banca stessa, l’idea di una vita in prestito. La violenza più grande di cui siamo capaci è smettere di comprare senza bisogno, ricominciare a percepirsi come uomini e donne: ridimensionare la nostra voglia di consumare fa più male che un milione di persone in piazza, che magari per raggiungere quella piazza hanno percorso chilometri e inquinato.

Non si può uscireda questo mondo di consumo, né è bello criticarlo e basta, ma ridimensionarlo nelle pretese di controllo delle vite si deve: solo così riusciremmo a fare paura, molta paura, più di cento bandiere rosse gialle e arcobaleno, scegliamo la strada della violenza, ma senza rivolgerla verso altri uomini.